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15 dicembre 2008

Cortei in Russia contro la riforma costituzionale

Fra le 100 e le 150 persone sono state fermate a Mosca e a San Pietroburgo nel corso di manifestazioni contro il governo. I dimostranti protestavano contro il progetto di riforma costituzionale che porterebbe da 4 a 6 anni il mandato del presidente russo:
“Sono venuta per dire che i russi devono essere liberi – dice una dimostrante – Che tutti, dal primo ministro Putin ai senza tetto, tutti devono obbedire alle leggi. La legge deve essere uguale per tutti”.
La polizia sarebbe intervenuta perché, secondo le autorità, i dimostranti avrebbero insistito per radunarsi in un luogo per il quale non era stata concessa l’autorizzazione, per ragioni di traffico.
Le marce del malcontento sono diventate uno dei marchi di fabbrica di un eterogeneo movimento di opposizione che va dai liberali all’ultrasinistra. Uno dei cortei era animato anche da ex ufficiali dell’esercito in pensione. Uno di loro è fra i fermati.
Mentre gli anti-Putin tentavano di occupare la piazza, sulla stessa piazza i pro-Putin del gruppo Giovane Russia, occupavano il tetto di uno stabile per manifestare contro i manifestanti.


(da Euronews)



14 dicembre 2008

Nuovo movimento liberale in Russia

L’opposizione liberale russa si organizza creando un nuovo movimento intorno a Garry Kasparov e Boris Nemtsov. Nel congresso tenutosi alla periferia di Mosca, l’ex campione di scacchi ha parlato a un centinaio di delegati provenienti da una quarantina di regioni russe. La nuova formazione ha preso il nome di Solidarnost, solidarietà. Per Kasparov l’obiettivo è rovesciare il governo: “Vogliamo smantellare il regime di Putin, è l’unico modo di reintrodurre la normale competizione politica nel nostro paese. Lo ripeto, smantellare, non distruggere, Non predichiamo la violenza”.
Fuori dalla sala, il gruppo Giovane Russia, legatoal partito del premier, ha manifestato contro l’iniziativa, accusando Kasparov di essere una scimmia bugiarda, pagata per destabilizzare il paese, nel momento delicato della crisi economica.


(da Euronews)

Viva l'Europa! sostiene questa nuova formazione liberale, ma con diversi dubbi legati alla sua effettiva utilità e alla capacità dei suoi membri di riuscire non tanto a rovesciare Putin e Medvedev, quanto per lo meno a far rinascere un partito liberale riformatore in Russia. Da quando c'è Putin, i partiti di centro-destra sono stati prima fortemente ridimensionati (2003) per non riuscire neppure a entrare in parlamento quattro anni dopo. Apparentemente non dispongono degli uomini giuste e di proposte in grado di attrarre i russi. Speriamo che, pur se lentamente, qualcosa inizi a cambiare, ma senza farci troppe illusioni!



24 novembre 2007

Un anno fa moriva Aleksandr Litvinenko

«Putin ha protetto l'assassino di mio marito»

Azione legale della famiglia Litvinenko nei confronti del Cremlino alla Corte europea dei diritti umani a Strasburgo

Marina Litvinenko (Afp)
LONDRA - La vedova dell'ex agente del Kgb Aleksandr Litvinenko, morto in seguito a un'intossicazione da polonio radioattivo lo scorso novembre 2006, ha accusato il governo russo di complicità nell'omicidio del marito e ha giurato di non darsi pace finchè i colpevoli non saranno portati di fronte alla giustizia.
Nel corso di una conferenza stampa a Londra nel giorno del primo anniversario dalla morte del dissidente russo, Marina Litvinenko ha confermato l'azione legale intrapresa nei confronti del Cremlino presso la Corte europea dei diritti umani a Strasburgo.

I RESPONSABILI - «Ho perso mio marito e voglio sapere chi c'è dietro la sua morte. So che molte persone vogliono conoscere i responsabili. Sono molto soddisfatta di ciò che è stato fatto finora dalle autorità britanniche e sono sicura che faranno ancora di più», ha detto la vedova. «Certamente abbiamo bisogno di maggiore supporto ufficiale, ma prometto che un giorno sapremo per certo chi è responsabile, perchè senza questa consapevolezza semplicemente non possiamo ritenerci al sicuro». La moglie di Litvinenko ha accusato Vladimir Putin di aver «protetto e sostenuto» l'assassinio del marito. La magistratura britannica ha chiesto alla Russia l'estradizione di Andrei Lugovoi, accusato
Aleksandr Litvinenko (Emmevi)
dell'omicidio, ma Mosca ha negato la rogatorioa. Tramite il proprio avvocato Louise Christian, Marina Litvinenko sosterrà a Strasburgo di avere le prove che il polonio-210 utilizzato per uccidere il marito poteva provenire solo da uno stabilimento di proprietà della Federazione Russa. Al fianco della vedova anche il miliardario russo Boris Berezovsky, in esilio a Londra dal 2001. «Sono convinto che dietro la morte di Aleksandr ci sia il governo russo», ha detto l'oligarca.

(da corriere.it)


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28 agosto 2007

Arresti poco credibili

di Andrea Riscassi

Cari firmatari dell'appello, quando ho appreso la notizia dell'arresto di dieci persone accusate dell'omicidio di Anna Politkovskaja ho creduto, per qualche ora, che le cose stavano migliorando anche in Russia. Ho pensato, forse poco convinto, che la mobilitazione internazionale per ricordare la grande giornalista potesse avere smosso il Cremlino o il fedelissimo che Putin ha messo a fare il Procuratore generale.
Persino le iniziative che si stanno organizzando in tutta Italia mi sono sembrate a un certo punto superate. Poi, col passare delle ore, il sorriso del regime si è trasformato in un ghigno. E' possibile che il gruppo di
fuoco arrestato sia composto da persone che hanno progettato e compiuto omicidi. Magari qualcuno di loro sarà anche coinvolto nell'assassinio di Anna Politkovskaja: il colpo di grazia con cui l'assassino si è assicurato
che non ci sarebbe più stato ritorno, dimostra che si tratta di professionisti. I killer, però, non si muovono mai spontaneamente: uccidono, sempre, su commissione. Tutti sanno che l'impero sovietico non c'è più, ma
le sue parole d'ordine non sembrano ancora andate in soffitta. Tanto è vero il procuratore Chaika, dopo aver riferito al suo referente istituzionale, Vladimir Putin, annuncia che: "solo persone che vivono fuori dalla
Federazione russa possono aver avuto interesse a uccidere Anna Politkovskaja, perché il suo omicidio è stato particolarmente vantaggioso per quelle persone e quelle strutture che cercano la destabilizzazione della
Russia, che inseguono il cambio dell'ordine costituzionale, la creazione di una crisi in Russia, il ritorno al sistema precedente quando i soldi e gli oligarchi decidevano tutto". La colpa di tutto sarebbe sempre di Boris
Berezovskij, oligarca riparato a Londra, nemico di Putin. Uno che vive seppellito tra le guardie del corpo. Che odierebbe talmente Putin da aver fatto uccidere la giornalista che più lo criticava per fargli un dispetto.
Un modo strano e davvero poco credibile per destabilizzare un paese. Il tutto non sta in piedi. Sa di campagna elettorale, ormai alle porte.
E quindi noi andiamo avanti. Per ricordare Anna e sperare in tempi migliori, anche a Mosca.
L'appello è stato modificato per renderlo più aderente alla realtà che cambia.
Ora è pubblicato, insieme alle numerose traduzioni, su un apposito blog:
http://anna-7ottobre2007.blogspot.com/

L'elenco delle iniziative che sono in via di organizzazione per il 6/7 ottobre vengono pubblicate sul blog del Comitato per la pace nel Caucaso:
http://cpc.hrvc.net/

Nel nostro piccolo stiamo organizzando l'iniziativa del *6 Ottobre al Circolo della stampa di Milano*.
Iniziamo a mandarvi la locandina. Se vi è possibile, diffondetela tra gli amici, appendetela in azienda, in università, in biblioteca o nei negozi. I colleghi giornalisti, se possono, continuino a parlare della Politkovskaja e anche delle iniziative in sua memoria.
Noi siamo qui. Per ricordare una giornalista uccisa e domandarci: ci sarà un giudice a Mosca?



21 agosto 2007

Maks 2007. La Russia punta al dominio dei cieli

La vetrina per mostrare al mondo le proprie ambizioni. Si è aperto a Zhukovsky vicino a Mosca, Maks 2007, il salone aeronautico attraverso il quale la Russia vuole riproporsi come potenza mondiale dell'aviazione civile e militare. Per la prima volta fa la sua comparsa la Compagnia aeronautica russa riunificata, la società, voluta dal presidente russo Vladimir Putin, che ha raccolto, sotto lo stesso marchio, i principali produttori aeronautici del paese.
"Questa è l'occasione per un confronto tra i massimi esperti del settore - ha affermato Putin - ricercatori, ingegneri, costruttori. Non è solo un'esibizione, ma un importante momento di sviluppo dell'aeronautica". L'inaugurazione di Maks 2007 segue di qualche giorno il minaccioso annuncio del Cremlino che ha intenzione di riprendere i voli dei bombardieri strategici su base permanente.
Per dare consistenza al proclama Mosca ha annunciato investimenti per 235 milioni di euro all'anno fino al 2010. Il salone resterà aperto sino al 26 agosto.

(da EuroNews)


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6 luglio 2007

André Glucksmann ancora una volta contro Putin

Adesso Putin ha paura. Davvero
di André Glucksmann

Da tre anni, il Numero Uno della Russia parla a voce alta e forte. Non risparmia nessuno. Talora veste la potenza americana di un casco coloniale, talora minaccia con i propri missili le nostre città europee.
Poi il padrone del Cremlino si modera, secondo un metodo sperimentato da augusti antenati, Stalin o Kruscev, accontentandosi di parole meno aggressive, talvolta decisamente affabili. E l'interlocutore si tranquillizza, rincuorato: vedete, basta aspettare perché si calmi. Allora, le sfuriate di Volodia sono prese alla leggera, come un modo di «parlare schietto» o come espressione di «franchezza virile».
Certi esperti tuttavia si chiedono se ci ritroviamo di fronte ai drammatici alti e bassi che si alternavano nel rapporto Mosca-Washington ai bei vecchi tempi della guerra fredda. E' falso: i capitali russi prosperano nelle banche occidentali e i figli dell'élite frequentano le scuole anglosassoni per ricchi; la classe media di Mosca e San Pietroburgo è dedita al consumismo come europei e americani e i giovani fanno la coda davanti ai McDonald's. E' finita l'epoca dei due blocchi separati da una cortina di ferro!
Attenzione tuttavia a non ridurre le ricorrenti tensioni russo-atlantiche a incomprensioni passeggere che testimoniano una coabitazione ancora alla ricerca di un codice di buona condotta. Numerosi sono i commentatori che si accontentano di seguire, giorno dopo giorno, i rischi di una relazione instabile. Valga come esempio l'iniziativa improvvisata, lo «scudo antimissile» americano previsto in Repubblica Ceca e in Polonia, che avrebbe turbato o umiliato il grande vicino dell'Est, o l'insperato aumento del costo dell'energia che gli avrebbe dato alla testa. Simili spiegazioni non guardano lontano e presuppongono un Putin reattivo, che cambia secondo gli eventi e gli umori, incostante e volubile. Come se il nostro uomo, da quando ha fatto il suo ingresso sulla scena mondiale, non coltivasse una linea coerente fondata su convinzioni profonde e immutabili. Il suo ministro degli Esteri, Serguei Lavrov, ha espresso con una formula l'ambizione cosmica di Putin: «Non un solo problema internazionale importante può essere risolto senza o contro la Russia».
Adolescente che sognava di entrare nel Kgb, formato per dare la caccia ai dissidenti, capo dei «servizi Fsb», primo ministro improbabile, poi presidente di tutte le Russie, lo sconosciuto Putin si garantì la reputazione di uomo forte lanciando la seconda guerra in Cecenia. Mentre il suo esercito radeva al suolo Grozny, i signori Bush e Blair, ben presto raggiunti e superati da Schröder, Chirac e Berlusconi, tessevano lodi al good guy, al «democratico autentico» che ormai troneggiava al G8. Alcuni spiriti più avveduti, fra i quali il dissidente di sempre Sergei Kovaliev, Elena Bonner-Sakharov e la mia amica, poi assassinata, Anna Politkovskaia, avevano annunciato che il massacro dei civili ceceni era solo un inizio, che sarebbero seguite l'estinzione delle libertà pubbliche e la ripresa in mano dei mass media per culminare infine nel potere «verticale» di un Cremlino occupato da cloni del Kgb. Mi onoro di esser stato annoverato fra gli uccelli del malaugurio che contestavano, fin dall'inizio, che la «democratizzazione » della Russia fosse ineluttabile e in marcia. Al contrario, trionfavano l'autocrazia, il potere senza contropoteri di un gruppo dirigente popolato di super poliziotti e di profittatori portaborse. Molto presto si è avuta l'impressione che la popolazione russa riprendesse le abitudini servili contratte durante il comunismo e lo zarismo: meglio tener la bocca chiusa e adulare i piccoli padri del Cremlino. Molto presto i recalcitranti capirono quel che costa amare troppo la libertà.
La cecità delle élite occidentali non ha scuse. «Cekista un giorno, cekista sempre», ama vantarsi l'attuale inquilino del Cremlino. Non lasciatevi illudere, non si tratta di pentimento, ma di galloni rivendicati con fervore insieme alla Gran Croce della legion d'onore che Chirac ha appuntato sul suo petto. Vladimir Putin non ha mai dissimulato il suo culto per il gran modello che fu Djerzinski, fondatore della Ceka (più tardi Gpu, Nkvd, Kgb, insomma la Gestapo sovietica, che ha amministrato il Gulag e prodotto milioni di cadaveri di innocenti). Allo stesso modo, l'idea imperiale che questo «patriota » si fa della grandeur russa salta agli occhi. Ristabilendo la musica gloriosa dell'inno sovietico, egli ricorre ai fasti e all'ortodossia zaristi per coltivare una nostalgia malsana e riflessi pavloviani. Solo l'ingenuo si meraviglierà del fatto che secondo Putin è il 1991 la data della «più grande catastrofe geopolitica del Ventesimo Secolo »: non Auschwitz, non Hiroshima, né la Prima, né la Seconda guerra mondiale, ma... la dissoluzione dell'Unione Sovietica per opera di Boris Eltsin! Il «grande disegno» dell' attuale padrone della Russia è interamente inscritto in queste premesse. Nella misura del possibile, Putin vuole ristabilire l'egemonia di Mosca sui propri «vicini più immediati», ritrovare l'influenza sulle ex repubbliche vassalle dell'Europa centrale e neutralizzare l'Europa occidentale.
Ai metodi intimidatori ereditati dalla guerra fredda (ricatto nucleare sulle città dell'Unione Europea), si aggiungono procedure inedite, come l'asfissia economica di Georgia, Polonia o Paesi baltici, come le minacce sull'approvvigionamento in energia e il tentativo di stringere in una morsa (Russia + Algeria + Paesi arabi) il continente europeo. In più, con l'aiuto di nuove risorse finanziarie, si aggiunge la volontà di ottenere il controllo di gangli decisivi dell'economia (assalti a Arcilor o Eads) o della zona grigia di corruzione internazionale e mafiosa. Altri mezzi di pressione non trascurabili: la vendita d'armi per equipaggiare senza restrizioni tutti gli agitatori del pianeta, da Hugo Chávez all'Iran, passando per i narco-marxisti dell'America Latina. Eppure, l'uomo forte della Russia non è che un colosso dai piedi d'argilla. Per quanto colga tutte le occasioni per mettere in imbarazzo europei e americani (in Kosovo, in Iraq), il suo agitarsi proteiforme e la sua facoltà di nuocere non riescono a nascondere una formidabile angoscia. Durante la Rivoluzione arancione, a Kiev, Putin ha scoperto con stupore che, da un giorno all'altro, un quarto della popolazione fino allora sottomessa
de facto al suo diktat (per lui ucraini = russi) poteva d'un tratto sfuggire alla sua influenza. Lo stesso per la Georgia e la sua Rivoluzione delle Rose. Putin ha sentito il suolo che gli tremava sotto i piedi e, da allora, fa di tutto per ristabilire la propria autorità sull'ex impero dei Soviet. Nulla è per lui acquisito e l'instabilità permane. La nuova aggressività del Cremlino nasce dalla paura. La ripresa in mano o la proibizione delle Ong, le intimidazioni terroristiche sulla stampa e sui difensori dei diritti dell'uomo, gli omicidi esemplari di giornalisti o transfughi del Kgb che potrebbero «parlare» e il chiuso inferno che continua ad essere la repressione in Caucaso testimoniano la sua inquietudine.
In definitiva, né i carri armati (Berlino 1953, Badapest 1956, Praga 1968) né i servizi segreti (Varsavia 1981) hanno evitato la caduta del Muro di Berlino (1989). I due mesi della Rivoluzione arancione (Kiev 2005) sono serviti allo smemorato Putin come vaccino di richiamo. Da qui, il suo darsi da fare per contenere qualsiasi contagio di libertà, reprimere sul nascere qualsiasi protesta sia pur pacifica. E' difficile far passare Garry Kasparov, campione del mondo di scacchi, per un «terrorista». Da qui, la sua volontaria paranoia che denuncia di giorno in giorno molteplici «complotti» occidentali, uno più assurdo dell'altro. Chi può credere che l'intelligence liquidi in piena Londra uno dei propri agenti con il polonio 210? Poco importa, le menzogne che non stanno in piedi sono per uso interno. Settant'anni di comunismo hanno educato un popolo, lo straniero è il nemico, l'Unione Sovietica, oggi la Russia, sono «fortezze assediate».
E' giunto il momento per le democrazie di smetterla di contemplare con indifferenza il degenerare degli affari russi. Un tempo, gli occidentali seppero negoziare con Breznev gli accordi di Helsinki, che diedero ossigeno a tutti gli spiriti liberi della Russia.
Certo, abbiamo bisogno del gas russo, ma lo zar del petrolio ha bisogno di noi per preservare i propri beni e stabilizzare la propria società; sta a noi evitare che egli edifichi alle nostre porte una potenza nociva che nessuno, forse nemmeno lui, riuscirebbe a controllare. La libertà d'espressione e i diritti dell'uomo in Russia non sono semplici esigenze morali e umanitarie. Oggi, sono le condizioni della nostra sicurezza in un universo caotico come non mai.


Traduzione di Daniela Maggioni

(da www.corriere.it)

 



5 luglio 2007

Olimpiadi invernali 2014 a Sochi

Mosca - Vladimir Putin ha convinto il Cio. Le Olimpiadi invernali del 2014 si svolgeranno a Soci. La località sul Mar Nero si è aggiudicata i Giochi in programma tra sette anni, battendo nella votazione di Città del Guatemala le candidature rivali. Nella votazione finale, Soci ha superato 51-47 la sudcoreana Pyongyang. Nel primo round, era uscita di scena l’austriaca Salisburgo. Quando Jaques Rogge, presidente del Cio, ha letto il nome della città vincitrice, Putin era già in volo per Mosca. Il blitz del presidente russo, che ha illustrato al Comitato olimpico le qualità "uniche" di Soci, ha fatto effetto. La Russia ospiterà per la prima volta la versione invernale delle Olimpiadi, mentre la Corea del Sud incassa il secondo flop: dopo il fallimento per appena tre voti dell’assalto ai Giochi del 2010 assegnati a Vancouver, è sfumato anche il sogno del 2014. La delusione aumenta alla luce del risultato della prima votazione: Pyongyang 36, Soci 34 e Salisburgo 25.
Nel ballottaggio decisivo, però, la situazione è cambiata radicalmente. Si andrà in riva al Mar Nero, dunque. Dalle spiagge si vedono le montagne, come ha detto Putin, e la neve vera è garantita. Al momento, però, non c’è nemmeno uno degli 11 siti olimpici presentati dai sostenitori della candidatura. Per garantire Giochi "memorabili", verranno stanziati 12 miliardi di dollari: un elemento non trascurabile, soprattutto se si considera che la candidatura di Salisburgo è stata depennata immediatamente proprio per una valutazione finanziaria. Il Cio ha mostrato fiducia totale nel progetto della cittadina di 400mila abitanti. A 34 da Mosca 1980, quindi, le Olimpiadi torneranno in Russia. Già scelte le date: si gareggerà dal 7 al 23 febbraio del 2014. L’Olympic Park sorgerà a circa 25 km dal centro della città, ospiterà gli eventi sul ghiaccio, il villaggio degli atleti e le cerimonie di premiazione. Le gare di sci, invece, si svolgeranno nella località di Krasnaya Polyana.

 
(da Il Giornale)


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5 luglio 2007

Mosca torna a minacciare

Se gli Stati Uniti insisteranno con il loro progetto di scudo antimissile, la Russia potrebbe installare una base missilistica a Kaliningrad. La minaccia è stata espressa dal vicepremier russo Sergei Ivanov, dopo che le alternative proposte da Mosca alla creazione dello scudo in Europa sono state snobbate da Washington.
Ivanov, parlando dal Kazakistan, ha detto che se queste proposte fossero accettate la Russia non avrebbe più bisogno di prendere contromisure difensive: "Ma, naturalmente - ha continuato -, la creazione di un complesso antimissile nella Repubblica Ceca e in Polonia invaliderebbe tutte le nostre proposte e buone intenzioni. Le due cose non possono stare insieme".
L'enclave di Kaliningrad si trova in una posizione strategicamente ideale per la Russia: incastrata fra Polonia e Lituania, permetterebbe a Mosca di tenere i propri missili puntati a breve distanza su una delle due installazioni previste dagli Stati Uniti per lo scudo.
La minaccia del bastone dopo le lusinghe della carota, insomma. Il presidente Putin nei giorni scorsi aveva proposto a George Bush di usare basi russe per il sistema che a detta di Washington servirebbe a scongiurare eventuali attacchi da parte dell'Iran.


(da EuroNews)



16 giugno 2007

Di questo passo non rimarrà nessuno

And then there were none

Il titolo che di questo intervento, in cui cercherò di dar conto in modo semplice del complesso intrigo che sta venendo alla luce fra il Cremlino (leggasi tra le righe "Vladimir Putin") e l'Occidente a partire dall’omicidio Litvinenko del novembre 2006, è uno dei titoli originali del romanzo Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, uno dei massimi successi della scrittrice britannica.
Per chi non sapesse l'inglese, il significato del titolo è E poi non rimase nessuno. Ed è chiaro che, se non ci sarà presto un cambiamento notevole in Russia, non rimarrà davvero nessuno. Intendo dire nessun oppositore dell'intellighenzia post-sovietica che sembrava avviata al superamento dapprima con la perestrojka di Gorbacev e poi, in modo più evidente (ma pur sempre tra molti intrighi) sotto la presidenza di quel Boris Eltsin, il Nonno, che in Occidente è passato alla storia per le sue ubriacature ma che qualcosa di buono aveva fatto o provato a fare e che oggi, a torto o a ragione, molti russi rimpiangono.
A chi volesse informarsi bene sulla storia recente della Russia, da Eltsin a Putin, consiglio il saggio I mutanti del Cremlino di Elena Tregubova (ed. PIEMME), un saggio corposo ma di scorrevole lettura, senz’altro da consigliare per scoprire la “faccia nascosta” di questa democratura, e tutto ciò che nessuno in Occidente ha mai voluto o osato dire.
Già. Elena Tregubova. Giovane e avvenente giornalista moscovita che, dopo la pubblicazione del libro in Russia, ha rischiato di morire. Un episodio del genere in qualsiasi stato Occidentale (dove questo termine si riferisce all’Occidente geo-politico, non meramente geografico) avrebbe scatenato proteste, processi, indagini a non finire. In Russia? Nulla di tutto questo.
Ma qualcuno dei lettori di Viva l’Europa! crede ancora che questo sia un fatto strano a Mosca? Poveri illusi! Nel resoconto 2006 di Reporters sans frontières sulla libertà di stampa nel mondo la Russia occupa il 147° posto. Peggio di lei in Europa solo la Bielorussia, ma si sa.
I rapimenti e l’uccisione di giornalisti sono una cosa normale in Russia, in Bielorussia e fino a un paio di anni fa, in Ucraina (pare che sotto Yuschenko la situazione stia migliorando e Kiev è al 105° posto nella classifica di RsF); però fintantoché sono rimasti sotto silenzio, non hanno causato danni ai dittatorelli post sovietici.
Giornalisti eliminati di nascosto, si diceva. Però un giorno il colpo riesce a metà: è il 7 ottobre 2006 e nell’ascensore del suo palazzo di Mosca viene uccisa in circostanze misteriose la giornalista “libera” Anna Politkovskaja, una delle massime espressioni dell’opposizione a Vladimir Putin, autrice di pezzi scottanti sulla guerra in Cecenia: caratterialmente una specie di Fallaci moscovita. Gli esecutori? Non identificati, ma è fin troppo facile indovinare chi fosse il mandante.
Non passa neanche un mese e il 23 novembre muore a Londra, in seguito ad intossicazione da polonio-210, ex agente del KGB, poi FSB, messosi più tardi contro il Cremlino e i servizi segreti, arrivando ad accusare Putin per l’assassinio della Politkovskaja. A lungo si è brancolati nel buio alla ricerca di un esecutore e la polizia di Londra qualche tempo fa l’ha trovato: Andrej Lugovoj. Le autorità britanniche ne hanno chiesto l’estradizione, ma Mosca ovviamente non l’ha concessa (Putin l’ha bollata come “una stupidaggine”) e Lugovoj ha accusato i servizi segreti inglesi della morte di Litvinenko.
Questa è la storia fin qui. È una storia triste e agghiacciante che non viene raccontata abbastanza. A mano a mano che ci saranno sviluppi, mi riprometto di aggiornare questo post (o di scriverne altri). Se lo ritenete utile, pubblicatela anche sul vostro blog (ovviamente citando la fonte) affinché l’Europa si svegli e inizi ad agire affinché storie del genere non si ripetano più. L’UE deve aiutare l’opposizione liberale russa a rinascere perché i russi sono un grande popolo che si merita di vivere in pace e in libertà. Una libertà che fra una ventina anni dovrà avere una bandiera: le 12 stelle in campo blu sulla cupola del Cremlino. Viva la Russia!

di Michele Bondesan



19 maggio 2007

Russia: dimissioni contro Putin

Russia: dimissioni di massa contro la censura
Un gruppo di giornalisti di «Media group Russia» si dimette contro l'ordine di parlare solo di Putin oscurando del tutto l'opposizione

MOSCA (RUSSIA) - Le dimissioni come estremo tentativo di mantenere in vita un giornalismo libero. E' il caso, senza precedenti nella Russia putiniana, esploso nella redazione di «Media group Russia», un service nato nel 2002 che confeziona notiziari per una rete di radio locali. «I nuovi vertici ci hanno vietato di coprire l'attività dell'opposizione, ordinandoci di dare spazio a Russia Unita (il partito che sostiene il presidente Vladimir Putin) e alle notizie positive», ha dichiarato al quotidiano Kommersant uno dei sette giornalisti che hanno presentato le dimissioni, Arton Khan, che non ha esitato a parlare di «censura e pressioni da parte dei nuovi direttori».
NUOVI ORDINI DAI VERTICI - Si tratta del nuovo direttore giornalistico e del nuovo direttore generale, Vsevolod Nierosnak e Aleksander Scholnik, entrambi paracadutati dal primo canale tv, controllato dallo Stato. «Un arrivo in vista delle prossime elezioni», ha sostenuto l'ex responsabile del servizio, Mikhail Baklanov. Le prime tensioni tra una parte della redazione e i vertici si erano manifestate in aprile, quando i redattori minacciarono le dimissioni denunciando l'oscuramento delle marce anti Putin a Mosca e San Pietroburgo. In quell'occasione, sempre sul Kommersant, rivelarono la nuova linea editoriale: una sorta di lista «nera» di politici da non citare, tra cui Garry Kasparov, Eduard Limonov e Mikhail Kasyanov (tutti e tre leader della coalizione di opposizione «Un'Altra Russia»), gli Usa da menzionare solo come nemico della Russia, obbligo di trasmettere una percentuale di notizie positive pari al 50%.
CENSURA - La direzione non sarebbe stata soddisfatta neppure dei reportage sul recente picchettaggio dell'ambascita estone da parte del movimento giovanile filo Cremlino «Nashi» (Nostri), durante la crisi tra Mosca e Tallinn per la rimozione del monumento all'armata rossa, simbolo del sacrificio anti nazista per la Russia e dell'occupazione sovietica per gli estoni. I vertici del service, dal canto loro, continuano a negare una politica censoria. «La nostra politica non cambia, c'è solo un approccio più ponderato, così alcuni politici non potranno più farsi pubblicità », aveva spiegato a metà aprile Nierosnak. «Nessuna censura, è solo in corso una ristrutturazione e c'è qualcuno che vuole andarsene e qualcun altro che vuole restare. Tutto qui», ha spiegato oggi.

(www.corriere.it
)


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