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2 febbraio 2008

Ballottaggio presidenziale domani in Serbia

Un nuovo crocevia per la Serbia. Più di sette anni dopo la cacciata di Slobodan Milosevic, i serbi dovranno scegliere fra l'isolazionismo del nazionalista Tomislav Nikolic e l'apertura all'Europa rappresentata dal presidente uscente Boris Tadic.
La sfida si annuncia serrata, a decidere il risultato potrebbero essere poche migliaia di voti su un totale di quasi 7 milioni di elettori serbi.
Al primo turno due settimane fa, Tadic era arrivato secondo. Il presidente, membro della coalizione che nel 2000 tolse il potere al regime di Milosevic, spera che nella popolazione prevalga ancora il desiderio di integrazione nell'Unione europea. Ma Bruxelles rischia di riscuotere poco entusiasmo in Serbia.
Il nazionalista Nikolic conta proprio sulla delusione dei serbi - che si trovano peraltro in una situazione economica non rosea - di fronte alla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo. Pristina ha annunciato che la secessione è imminente e gode del sostegno europeo e statunitense.


da Euronews

Viva l'Europa appoggia Boris Tadic e si augura che Belgrado possa intraprendere presto il cammino verso l'Unione Europea.


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22 ottobre 2007

La Polonia sceglie di cambiare...

Vince Tusk, Kaczynski a casa (ma solo uno!)
Era nell'aria: la Polonia non ne poteva più del nazionalismo kaczynskiano, quel nazionalismo populista di un partito (PiS, Diritto e Giustizia) che veleggiava sulle onde dell'anticomunismo, dell'euroscetticismo e della lotta alla corruzione, salvo poi essere esso stesso corrotto. Il partito che ce l'ha con i russi ma anche con i tedeschi, quindi un po' con l'Europa tutta.
Ebbene, la rivoluzione culturale e morale tentata dai gemelli Kaczynski (Lech Presidente e Jaroslaw Primo ministro) è fallita. I polacchi non vogliono moralismi, nazionalismi, né uno stato iperprotettivo che forse ricorda loro quello comunista.
Ha vinto Piattaforma Civica (PO) del liberale di centrodestra Donald Tusk, lo sconfitto nel duello presidenziale del 2005 contro Lech Kaczynski. Con Tusk vince la Polonia dei giovani che vuole crescere forte e non assistita dallo Stato. Vince la Polonia che vuole essere al centro dell'Europa e non sempre alla ricerca di compromessi al ribasso per contraddire gli altri.
Quasi tutti sapevano che Tusk avrebbe vinto. Nessuno pensava che avrebbe stravinto. Il suo partito prenderebbe da solo quasi la metà del Sejm (Dieta, la Camera bassa) e vincerebbe anche al Senato.
Il PiS ha preso molti più voti di due anni fa ma ha perso. Motivo? L'affluenza è passata dal 38% al 55%, con punte del 72% a Varsavia e del 66% a Poznan. Il premier uscente Jaroslaw ha ammesso la sconfitta.

Ma quando arrivano gli exit-poll?
Gli exit-poll erano previsti alla chiusura dei seggi, poco dopo le 20, invece sono arrivati alle 22.55, per problemi tecnici. Il messaggio è chiaro: Tusk vince, Kaczynski migliora ma perde. Piattaforma civica è fra il 43 e il 44% e avrebbe oltre 220 seggi Diritto e Giustizia al 33% ne otterrebbe più di 150. Il partito agrario alleato di Tusk, con oltre 30 seggi garantirebbe una maggioranza stabile al futuro premier.

Dov'è finita la sinistra?
E' vero, Jaroslaw Kaczynski ha perso, ma non esce malissimo da queste elezioni. Chi invece ne esce con le ossa rotte è la sinistra. Il partito LiD (Sinistra e Democratici) fondato poco prima delle elezioni dall'ex Presidente della Repubblica ed ex comunista Kwasniewski prende solo il 13% e una cinquantina di seggi. Come dire: poco più di un nono del parlamento.
Se Sarkozy in Francia ha creato scompiglio tra i socialisti con la sua politica "di apertura" (che lo ha portato a chiamare al governo esponenti socialisti come Bernard Kouchner), ma senza distruggere il PS, che al secondo turno delle legislative ha scongiurato la "vague bleue" che appariva inevitabile, l'impresa di fare a pezzi la sinistra è riuscita a Donald Tusk, che forse non ci pensava neanche.

Chi resta fuori
Restano fuori dalla Camera bassa polacca la Lega delle Famiglie Polacche e Autodifesa, i due partiti ultra-conservatori che hanno fatto a lungo da stampella al governo di Jaroslaw Kaczynski.
Resta fuori l'estrema sinistra (un fatto che dovrebbe fare riflettere noi italiani) e tutti gli altri, compreso il Partito delle Donne, che aveva suscitato scalpore con il suo manifesto dove sette donne posavano senza veli.

Conclusioni
La Dieta Polacca sarà quindi composta di soli quattro partiti, ai quali si potrebbe aggiungere un parlamentare della Minoranza Tedesca.
C'è da sperare che questa sia l'ultima volta che i polacchi mandano a casa il governo uscente (finora è sempre accaduto, come in Italia) e che la Polonia diventi una democrazia sempre più forte, che possa servire da esempio ai vicini, in primis all'Ucraina ancora spaccata di cui speriamo Tusk si faccia avvocato in Europa più di quanto non lo sia stato Kaczynski.
Intanto è tempo di brindare alla nuova Polonia e di dire ai cugini polacchi: "Bentornati in Europa!"

(di Michele Bondesan)



24 luglio 2007

La ri-vincita di Erdogan

 Alle elezioni politiche del 22 luglio il partito del premier Erdogan, l'AKP, si è riconfermato di gran lunga il primo partito della Turchia, col 46.7% di voti. Entrano in parlamento anche il CHP e i nazionalisti del MHP. Bene per i candidati indipendenti curdi che riescono a mandare in parlamento 23 deputati


La Turchia ha scelto ieri il suo nuovo parlamento. Il partito AKP si è aggiudicato una vittoria schiacciante dal punto di vista percentuale. Un elettore turco su due, 46,76%, 12% in più rispetto alle precedenti elezioni, ha scelto di votare il partito del premier Tayip Erdogan.
Vittoria più contenuta dal punto di vista del numero dei deputati conquistati, 341, inferiore a quello della passata legislatura ma sufficiente per consentire al partito di stare solidamente al governo del paese.
Come da previsioni anche l’ingresso in parlamento del Partito Repubblicano del Popolo (CHP) che ha conquistato il 20,64% dei voti e 110 deputati e del Movimento di Azione Nazionale (MHP), 14,33% e 71 deputati. Ottimo risultato per candidati indipendenti curdi che con 23 deputati avranno la possibilità di creare un loro gruppo parlamentare. Luci e ombre invece tra gli indipendenti di sinistra. Ce l’ha fatta Ufuk Uras, candidato nella zona asiatica di Istanbul, disco rosso invece per Baskin Oran nella parte europea.
“Una vittoria della democrazia” è stato uno dei commenti più condivisi tra politici ed osservatori. 84% la percentuale di votanti, superiore a quella del 2002. Operazioni di voto e di scrutinio svoltesi in un clima rilassato e di grande efficienza che ha permesso di avere significative proiezioni e poi risultati quasi definitivi già nella tarda serata di domenica.
Un altro elemento interessante riguarda la rappresentatività del nuovo parlamento nel quale si troveranno ad essere rappresentati l’85% dei voti, mentre nel 2002 il 45% dei voti espressi per effetto dello sbarramento del 10% non trovò spazio in parlamento. La presenza di quattro partiti inoltre, seppur con il rischio di una maggiore conflittualità, rende questo parlamento più capace di rappresentare le diverse componenti della società turca.
Significativo il dato riguardante le donne che sono passate da 24 a 47, un sensibile miglioramento, anche se la presenza femminile in parlamento rimane sotto la soglia del 10%. E’ il partito curdo DTP quello che proporzionalmente ha lasciato maggior spazio alle donne, 9 elette su di un totale di 23.
Nei suoi primi commenti, in un clima di grande entusiasmo, il premier Erdogan dopo aver ricordato che “per la prima volta dal 1954 un partito al governo viene confermato aumentando addirittura i suoi voti”, ha tenuto subito a lanciare messaggi rassicuranti. Prima ricordando come l’AKP “rimarrà ancorato ai principi fondamentali della repubblica” e poi garantendo l’immediata ripresa del processo di riforme economiche e politiche “con il deciso obbiettivo di arrivare all’adesione europea”. Tra molti osservatori di fronte allo schiacciante esito delle urne serpeggia la preoccupazione che il partito si possa far prendere da tentazioni piglia-tutto. Per il momento il premier ha tenuto a rassicurare ricordando “che sarà il primo ministro di tutti e non solamente di quelli che lo hanno votato”.
Silenzio da parte del gruppo dirigente del CHP che rischia di essere travolto dalla disastrosa sconfitta. Da ieri il presidente Deniz Baykal è irreperibile, voci incontrollate lo darebbero rinchiuso dentro casa. A parlare di fronte ad una folla inferocita che chiede le dimissioni del presidente si è presentato il segretario generale del partito: “Rifletteremo sul risultato di queste elezioni”.
Moderato entusiasmo da parte del presidente del MHP Bahçeli secondo il quale la gente “ha affidato al partito il compito di stare all’opposizione”.
Emozione invece nelle dichiarazioni di Aysel Tugluk, astro nascente della politica curda, che garantisce “una robusta opposizione in parlamento”. Per Akin Birdal ex presidente dell’associazione dei diritti umani (IHD), eletto a Diyarbakir “i deputati del DTP non saranno la speranza solo dei curdi ma dell’intera Turchia”.
Il co-presidente del partito Ahmet Türk dopo aver confessato “in queste elezioni ci siamo presi una rivincita” non può fare a meno di riconoscere che l’AKP ha fatto man bassa di voti anche nelle regioni orientali “altrimenti avremmo portato in parlamento almeno 30 deputati”. Rimane però l’indiscutibile fatto che il ritorno dopo il 1991 di rappresentanti curdi in parlamento costituisce un’occasione imperdibile per cercare di risolvere una questione, quella curda, che rimane una delle maggiori incognite del futuro prossimo del paese.
Primi bilanci anche tra coloro che non sono riusciti a superare lo sbarramento del 10%. Pressoché azzerato il partito Saadet dell’anziano Necmettin Erbakan, ridimensionato il Genc Parti di Cem Uzan e dimezzato il neo-nato Partito Democratico il cui presidente dimissionario, Mehmet Agar, rappresenta la prima vittima di queste elezioni.
Con la schiacciante vittoria di ieri la metà della società turca ha deciso di preferire la continuità e la stabilità del processo riformatore innescato dal partito di Erdogan piuttosto che farsi catturare dalle sirene del nazionalismo e dello scontro ideologico agitate da un opposizione che sembra in realtà voler ostacolare il processo di trasformazione in corso.
A rendere poi più corposo il risultato dell’AKP hanno contribuito la politicizzazione di alcuni organi istituzionali nelle polemiche dei mesi scorsi e la brusca interferenza delle forze armate con il comunicato internet del 27 aprile.
Infine la ferma reazione del governo di fronte all’intervento dei militari non può non avergli fatto guadagnare ulteriori consensi tra coloro che non desiderano vedere le forze armate mescolarsi alla politica.
Nei prossimi giorni il primo scoglio, l’elezione del presidente della repubblica, di fronte al quale il partito di Erdogan avrà l’occasione di dimostrare, evitando contrapposizioni frontali e cercando la strada del compromesso, di aver compreso il ruolo che è chiamato ad incarnare.

(Fabio Salomoni su Osservatorio Balcani)


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21 luglio 2007

Elezioni in Turchia

L'alta società di Istanbul vota per il nemico Erdogan

da Istanbul

Enda Mermerci è una delle dame chic della Istanbul bene. Moglie di un uomo d'affari molto ricco non ha nulla in comune con le donne islamiche tradizionaliste. Bionda, abbronzatissima, anziché il velo indossa un abito firmato che esalta una scollatura generosa lasciando scoperte le spalle e le braccia. Enda ha accolto così, l'altra sera, oltre 500 invitati al suo party. Industriali, avvocati, finanzieri, gente solidamente laica e che dunque, a rigor di logica, dovrebbe votare per il principale partito secolare, quello repubblicano-kamalista di Baikal, alle elezioni politiche di domenica. E invece no. Enda Mermerci non ha alcuna difficoltà ad ammettere che darà la propria preferenza al premier uscente, l'islamico Erdogan e che l'80% dei suoi amici farà altrettanto. Di più: anche chi voterà per i partiti laici, in cuor suo lo farà sperando nella vittoria dell'Akp, il Partito per la Giustizia e il Progresso.
È uno dei tanti paradossi delle elezioni politiche in programma domani in Turchia. L'alta società vota per Erdogan; come i contadini dell'Anatolia profonda, come gli Imam delle moschee di Istanbul e di Kaydar. Che l'Akp fosse il partito dei poveri era noto, ma perché anche dei milionari?
Per interesse, naturalmente. Perché il premier uscente in cinque anni ha seguito rigorosamente i consigli del Fondo monetario internazionale, liberalizzando l'economia e privatizzando molte società pubbliche, che sono state acquistate dagli stranieri ma anche da molti turchi. Insomma, i ricchi sono diventati ancora più ricchi, peraltro grazie anche al boom della Borsa. E hanno stretto con Erdogan legami sempre più stretti. Al leader islamico le mondanità non dispiacciono, così come i tanti agi che la permanenza al potere gli ha procurato. La saga sulla sua improvvisa ricchezza si è arricchita di nuove rivelazioni: il premier oltre ad indossare un orologio da 40mila dollari, possedere un patrimonio da un milione di euro, partecipazioni in fiorenti aziende intestate a figli, fratelli e cognati, avrebbe acquistato cinque villette da un milione di euro l'una a Uskudar, sobborgo della parte asiatica di Istanbul, con splendida vista sul Bosforo. E, come ha ricordato ieri la stampa, nella legislatura appena conclusa la maggioranza ha approvato una legge che vieta al fisco di chiedere l'origine dei patrimoni ai politici eletti, agli uomini d'affari e ai loro familiari. Questo spiega perché i leader dell'Akp non abbiano remore nell'esibire la loro improvvisa ricchezza (il sindaco di Istanbul, ad esempio, ha appena acquistato la più famosa pasticceria della città). E perché le élites siano diventate improvvisamente filoislamiche.
Di certo domani non diserteranno le urne: intere famiglie interromperanno le vacanze sulla costa tornando nelle città per poche ore, giusto il tempo di votare. L'incertezza sul risultato favorisce l'affluenza alle urne. L'Akp dovrebbe rimanere il primo partito, ma non è detto che riesca ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi. Inutile consultare i sondaggi: in due giorni alcuni lo hanno dato addirittura al 48%, altri solo al 31%, addirittura in calo di tre punti rispetto al 2004. Erdogan potrebbe essere costretto ad allearsi con i candidati indipendenti, molti dei quali sono curdi, o addirittura finire all'opposizione se i due principali partiti laici - quello repubblicano e quello ultranazionalista del Mhp - ottenessero più del 50 per cento.
In ogni caso le classi più agiate non sembrano temere la fine della Turchia secolare e l'islamizzazione strisciante del Paese, denunciata dall'esercito e dalla folla immensa che nei mesi scorsi ha manifestato per le vie delle principali città.
Non sono gli unici ad essere ottimisti sulle intenzioni del Partito per la Giustizia e il Progresso. Da Washington e molte capitali europee continuano a giungere segnali di sostegno a Erdogan, che viene ritenuto più affidabile e ragionevole dei partiti secolari. Anche l'Occidente, più che dall'amore, è mosso dall'interesse, economico e strategico in un Medio Oriente che ha bisogno di stabilità. Quanto sia saggia e premiante questa linea è tutto da vedere.

(Marcello Foa, Il Giornale, 21 luglio 2007)


"Ma la sua vittoria scatenerà solo disordini"

da Ankara

È il giornale della Turchia laica per eccellenza. Cumhuriyet, che in turco significa Repubblica, comparve nelle edicole per la prima volta il 7 maggio 1924, quando si utilizzava ancora la lingua ottomana. A fondarlo fu Yusuf Nadi, grande amico di Mustafa Kemal Ataturk, Padre della Turchia moderna. Il Giornale ha intervistato Ibrahim Yilmaz, il suo direttore, e gli ha chiesto quale sia la situazione nel Paese alla vigilia di un voto storico e che cosa potrebbe significare una seconda vittoria del premier islamico-moderato Recep Tayyip Erdogan.
Direttore, domani si vota. Come vede il suo Paese alla vigilia di un appuntamento così importante?
«All'inizio della campagna elettorale sembrava un Paese che si recava alle urne per scegliere il suo nuovo Parlamento. Nelle ultime settimane il clima è diventato più teso e ci sono stati atti di violenza. Adesso la situazione è critica, non solo per l'esito del voto, ma per quello che verrà dopo».
Si riferisce all'elezione del nuovo Presidente della Repubblica?
«Esattamente. Se Recep Tayyip Erdogan conquisterà nuovamente la maggioranza parlamentare allora temo tornerà a premere per fare eleggere come capo dello Stato uno del suo partito o che comunque favorisca la sua politica».
I sondaggi parlano chiaro. Il consenso per l'Akp (il partito islamico-moderato per la Giustizia e lo Sviluppo, ndr) è attorno al 40%. È convinto che il premier uscente possa ancora perdere le elezioni?
«Aspetto i risultati definitivi. L'Akp può anche prendere il 40%, ma bisogna vedere che percentuale conquistano il Chp (Partito Repubblicano del popolo) e il Mhp (Partito nazionalista). Se è sufficientemente alta possono fare una buona opposizione e soprattutto impedire che Erdogan elegga il presidente della Repubblica autonomamente».
E se Erdogan rivince?
«La laicità che questo Stato ha difeso per tanti anni per la prima volta dopo tanto tempo sarà in serio pericolo. La situazione è grave. Molto».
Come sono stati questi quattro anni e mezzo di governo islamico-moderato?
«Sono stati anni brutti. La Turchia è cambiata ed Erdogan è riuscito a nascondere questo cambiamento dicendo che il Paese si stava modernizzando, che stava entrando in Europa. I risultati li vediamo oggi: il Paese vive in un clima esacerbato. Ci sono due fazioni che sono sempre più contrapposte. La pubblica amministrazione ha raggiunto livelli di corruzione inaccettabili».
Però se Erdogan rivince è perché la gente lo vota. La Turchia oggi è più laica o islamica?
«Se Erdogan rivince è perché una parte del suo elettorato crede alle sue promesse di ricchezza e benessere, non perché tutti condividano la sua ideologia. La Turchia è una Stato laico ed è laica la sua gente. Lo hanno dimostrato milioni di persone, che nei mesi scorsi sono scesi in piazza, senza nessun tornaconto, ma per difendere il loro Paese».
Che cosa ha apprezzato meno durante il governo di Recep Tayyip Erdogan?
«L'arroganza con la quale hanno cercato di imporre Abdullah Gul a Presidente della Repubblica e con la quale sta cambiando la nostra Costituzione».
Che ne pensa del velo islamico?
«Le donne il velo in Turchia lo hanno sempre portato. Erdogan ha caricato questa scelta di un significato politico-ideologico che prima non aveva. Adesso è un elemento di differenziazione».

(Marta Ottaviani, Il Giornale, 21 luglio 2007)


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6 luglio 2007

Turchia: sì della corte costituzionale alla riforma presidenzialista

La Turchia più vicina all'elezione diretta del presidente della repubblica. La corte costituzionale ha infatti respinto i ricorsi contro la riforma presidenzialista voluta dal primo ministro Erdogan. Ricorsi presentati, oltre che dai socialdemocratici all'opposizione, anche dal capo dello stato Ahmet Sezer, che ora incassa la sconfitta.
Il suo successore potrebbe essere l'attuale minsitro degli esteri Abdullah Gul. A maggio la sua nomina non ha superato lo scoglio del parlamento, dove mancava il numero legale, costringendo il premier Recep Tayyip Erdogan a scegliere la strada delle modifiche costituzionali.
La riforma, che introduce l'elezione diretta del capo dello stato, sarà sottoposta a un referendum, forse a ottobre. Il partito di Erdogan è fiducioso di vincerlo, così come le elezioni politiche anticipate che avranno luogo il 22 luglio.

(da EuroNews) 


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22 giugno 2007

Enfin, Madame Royal!

Anche Ségolène ora si è convinta: "Avevo un programma assurdo"

«Contrordine compagni» sembra lo slogan di Ségolène Royal, che confessa candidamente di non condividere affatto alcuni punti fondamentali del programma con cui il 6 maggio scorso si è presentata al corpo elettorale francese nella speranza d'entrare all'Eliseo. In un incontro informale con la stampa, l'esponente socialista - reduce dalla separazione dal segretario del partito François Hollande, dopo un quarto di secolo di vita comune, durante il quale la coppia ha messo al mondo quattro figli - ha ammesso che l'idea di aumentare lo «Smic» (sigla che sta per «salario minimo intercategoriale di crescita») dal livello attuale di circa 1.200 euro mensili fino a 1.500 euro, nel giro dei prossimi cinque anni, era una pura assurdità. In Francia, dove neppure il 10 per cento della popolazione attiva è iscritta a un sindacato, la fissazione del salario minimo non è demandata alla trattativa di categoria, ma alla legge dello Stato, che assegna al governo il compito di rivalutare ogni anno (per l'esattezza il primo luglio) la cifra in questione. L'aumento dello «Smic» è divenuto la bandiera della sinistra radicale, alla cui logica semplicistica la socialista Ségolène Royal s'è adeguata nel corso della sua recente campagna elettorale per l'Eliseo (allo scopo di ingraziarsi le sinistre interne e soprattutto esterne al suo partito).
Adesso che non è più candidata a nulla - anche se l'anno prossimo tenterà di conquistare la guida del Partito socialista, sostituendosi al dimissionario Hollande - Ségolène Royal può permettersi il lusso di sparare a zero su alcuni punti del programma elettorale da lei stessa difeso in occasione del duello televisivo del 2 maggio contro il leader del centrodestra Nicolas Sarkozy (che ha poi avuto i favori dell'elettorato transalpino). Tra le «bandiere» che la Royal ammette d'aver inalberato più malvolentieri c'è quella dell'aumento demagogico del salario minimo e c'è anche quella dell'orario settimanale di 35 ore, che sono due elementi di fondo della linea politica dei socialisti francesi. Proprio le 35 ore sono state la principale realizzazione del governo della «sinistra plurale», che ha retto la Francia dal 1997 al 2002 sotto la guida del primo ministro Lionel Jospin. Già in campagna elettorale la Royal aveva mosso qualche critica alla rigidità della legge con cui nel 1998 la maggioranza di sinistra dell'epoca decise la riduzione forzata dell'orario lavorativo settimanale, ma adesso le sue contestazioni sono molto più chiare, decise e profonde.
Prendendosela con l'idea degli aumenti esagerati dello «Smic» e con quella della riduzione per legge dell'orario lavorativo, l'ex candidata socialista smonta due elementi chiave della linea politica del Partito socialista francese e in pratica taglia la «barba del profeta». Il suo è - per l'ortodossia della sinistra francese - un atto quasi blasfemo, che la presenta come un'innovatrice e che mette in rilievo le sue contraddizioni: tanto in campagna elettorale la Royal era parsa rassegnata a accettare molti compromessi con le varie anime del suo stesso schieramento, quanto adesso pare decisa a parlar chiaro ai suoi amici non meno che ai suoi avversari. Eccola dire papale papale che l'idea dello «Smic» a 1.500 euro e quella della generalizzazione delle 35 ore «non erano ipotesi credibili». Resta da capire perché abbia fatto finta di crederci e perché abbia promesso ai francesi di trasformarle in realtà qualora fosse stata eletta all'Eliseo. Immediatamente le sinistre socialiste hanno accusato la Royal di ipocrisia e i comunisti hanno rincarato la dose affermando che le sue contraddizioni sono costate care all'intera sinistra francese. Finita la stagione elettorale, gli sconfitti regolano i conti tra loro.

(da www.ilgiornale.it)


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