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14 dicembre 2008

Ancora violenza ad Atene

Riesplode la violenza ad Atene: disperso dalla polizia anche il presidio pacifico organizzato di fronte al parlamento.
Ancora scene di guerriglia urbana. La breve pausa di relativa calma di ieri faceva supporre il ritorno alla normalità dopo che da una settimana si sono tenute in almeno dieci città del paese manifestazioni di protesta per l’omicidio del giovane Alexis Grigoroupulos da parte di un poliziotto.
Lanci di molotov e sassi si sono verificati fino all’alba di oggi in alcuni quartieri della capitale greca. Colpita anche una sede del ministero dell’ambiente oltre ad alcuni negozi e banche.
Si inasprisce la reazione della polizia anche nei confronti del volto pacifico della protesta.
Sciolto con la forza il presidio organizzato di fronte al parlamento per indurre le autorità a fare giustizia. Per disperdere le centinaia di giovani sono stati usati spray urticanti e lacrimogeni.
Alcuni manifestanti si sono opposti affrontando i poliziotti promettendo di non cedere. Tra loro soprattutto studenti e precari
La cosiddetta “generazione da 600 euro al mese” accusa il governo di rubare il futuro ai giovani.

(fonte: Euronews)

La Grecia non trova pace. E' senz'altro giusto prendere provvedimenti nei confronti del poliziotto che ha sparato ma è riprovevole il modo in cui la sinistra locale cavalca l'onda del disagio giovanile per esprimere accuse dai toni accesi verso il governo e la polizia. Niente da fare: non solo in Italia la sinistra si schiera spesso e volentieri contro le forze dell'ordine e trasforma i colpevoli in vittime e viceversa. Va bene, un poliziotto ha commesso un omicidio e va punito. Ma cosa ci faceva un ragazzino di quindici anni in mezzo a una protesta violenta di gruppi anarchici?
E guarda caso, le proteste sono così violente perché è in carica un governo di centro-destra. Anche in Grecia sussiste il mito secondo cui la sinistra è autorizzata a usare la forza, la destra no. Tutto ciò ricorda molto da vicino il voltafaccia dei postcomunisti italiani che appoggiarono i bombardamenti NATO su Belgrado senza mandato ONU, mentre hanno tacciato di guerrafondaio il governo Berlusconi che ha mandato soldati italiani in Iraq nel 2003 sulla base di una risoluzione ONU.
I giovani greci saranno a disagio, nessuno lo nega, ma non sono certo gli unici e non si capisce perché le colpe debbano essere di Karamanlis e non anche dei suoi predecessori, tra cui vari socialisti come Simitis. Ci piacerebbe molto saperlo, efkharistó!

Michele Bondesan


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6 settembre 2007

La ENP semina il disaccordo

(di Marisa Ostolani) (ANSA) - BRUXELLES, 3 SET - L'Unione europea e i paesi vicini hanno concordato, oggi a Bruxelles nella loro prima conferenza ad alto livello, di rafforzare le relazioni nei settori chiave dell'energia, del commercio estero e della sicurezza, registrando pero' punti di vista diversi su come sviluppare la politica di vicinato (Pev), a tre anni dal suo lancio. I rappresentanti a livello ministeriale dei 27 paesi della Ue e dei 16 paesi che rappresentano 'l'anello di amici', dall' Ucraina, al Caucaso ai paesi del nord Africa, piu' Libia, Bielorussia e Siria, in qualita' di ''osservatori'', hanno dato nuovo impulso ad una politica che puo' contare su 12 miliardi di euro di programmi economici piu' altri aiuti in cambio di riforme e sviluppo democratico. Restano pero' differenze sostanziali sulla direzione da privilegiare: puntare di piu' ai paesi della cintura dell'Est o a quelli dell'area del sud che, secondo il presidente francese Nicolas Sarzoky, dovrebbe formare il nucleo dell'Unione mediterranea? E ancora: la Pev va considerata anticamera per un futuro allargamento della Ue? Secondo l'Italia, che la sostiene ''con grande determinazione e convinzione'', la politica di vicinato della Ue deve ''comportarsi in modo uguale verso i Paesi dell'est e del sud''. ''Bisogna evitare una sciocca e pericolosa competizione tra est e sud'', ha detto il sottosegretario Famiano Crucianelli. ''Sono evidenti le ragioni di carattere politico, economico e sociale per fare dell'area del sud e del Mediterraneo una centralita' della nostra iniziativa, ma cio' non deve comportare di trascurare i paesi dell'est. E' una scelta strategica quella di costruire relazioni speciali con tutti i paesi che confinano con la Ue''. L'Italia ha cosi' chiesto ''una politica piu' dinamica verso la sponda del Mediterraneo'' ed ha auspicato ''una integrazione piena'' della Libia, ma al tempo stesso ha insistito sull'importanza di ''legami forti'' con le regioni del Mar nero e del Caucaso, a cominciare dai problemi dell'energia. Il presidente della Commissione Ue Jose' Manuel Durao Barroso e il ministro degli esteri portoghese Luis Amado, presidente di turno del Consiglio, hanno suggerito di rafforzare la politica di vicinato seguendo il criterio della ''differenziazione''. D'accordo il ministro degli esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos purche' - ha precisato - ''non rappresenti una discriminazione''. Il ministro degli esteri polacco Anna Fotyga ha insistito sulla necessita' di mantenere lo sguardo ben puntato ad est, evocando anche la possibilita' di uno sbocco nella famiglia europea per ''l'Ucraina e probabilmente la Moldovia''. Il ministro britannico agli affari europei, Jim Murphy, ha sponsorizzato l'ipotesi di una Pev anticamera dell'allargamento. ''Per quei paesi che cercano una prospettiva piu' ampia, le porte della Ue devono restare aperta'', ha detto. Nettamente contrario il suo collega tedesco Guenter Gloser, per il quale la politica di vicinato ''e' un enorme contributo'' alla promozione di sicurezza e prosperita' in Europa, ma ''non ha assolutamente nulla a che fare con una futura prospettiva di ingresso nella Ue''. I rappresentanti dei paesi vicini hanno applaudito l'iniziativa e da questo primo forum (che si ripetera' con cadenze probabilmente semestrali) hanno lanciato proposte e suggerimenti per aumentare il libero scambio e rafforzare la cooperazione energetica. Un settore che potrebbe avvalersi delle risorse dei paesi dell'est come del sole e del vento di cui sono ricchi i paesi dell'area del sud. (ANSA). OS

Ripetiamolo ancora perché sembra che molti europei (in primis i politici nazionali e di Bruxelles) non l'abbiano capito: la Politica Europea di Vicinato (meglio nota come ENP, non come PEV!) è, con espressione calderoliana, "una porcata".
Non a caso è nata durante la peggior presidenza della Commissione europea degli ultimi decenni, quella di Romano Prodi (tale giudizio venne a più riprese anche da giornali di sinistra come il francese Libération).
Chi segue la politica italiana sa che Prodi è un leader ambiguo, che preferisce non prendere decisioni importanti. Così, dopo essersi reso conto che la strategia del big bang (ossia l'allargamento dell'UE a dieci paesi in un colpo solo, che tanti mal di pancia causò tra le cancellerie di mezza Europa) non era stata una buona idea, ebbe una pensata, quella di creare le due Europe: quella che fa parte o potrà far parte dell'UE e quella che non potrà. Nasce così la famigerata espressione di "anello di Paesi amici", con i quali "condividere tutto, tutto, ma proprio tutto... tranne le istituzioni". Così si espresse un Prodi altamente mellifluo alla conferenza UE-Ucraina di Yalta del 2003, con Presidente UE Berlusconi, il quale al contrario si mostrava rassicurante di fronte alle domande insistenti di giornalisti e politici ucraini sulla prospettiva dell'adesione del loro Paese all'UE. E si badi che si era ancora sotto il filorusso Kutchma, la rivoluzione arancione di Yuschenko non era ancora passata.
Così Prodi volle accontentare tutti: tedeschi, olandesi e francesi dichiarando che dopo i Balcani l'allargamento si sarebbe fermato; nordafricani e mediorientali coinvolgendoli nella stessa politica applicata all'Europa dell'Est. Poco importa se così facendo ha scontentato ucraini, moldavi, bielorussi, georgiani, armeni, azeri e via dicendo. Poco importa se adesso un egiziano e un ucraino sono sulla stessa barca. D'altronde, il commissario per l'allargamento della Commissione Prodi non fu quel Günther Verheugen che disse che "la Turchia ha degli elementi europei, mentre l'Ucraina si trova al confine tra Europa ed Asia"?
Purtroppo la Commissione e i politici nazionali attuali continuano a cavalcare l'onda dell'euroscetticismo e non hanno avuto il coraggio di bocciare quella politica.
Finché non ci si renderà conto che Kiev non è Il Cairo, che la Georgia non è la Palestina, che, insomma, essere europei non è come essere mediterranei, fino allora l'Unione Europea di Bruxelles sarà un'istituzione anti-europea e razzista, che considera croati, serbi, albanesi e turchi più europei di ucraini, moldavi, bielorussi, armeni e compagnia. Onore a quei pochi politici che non sono caduti nella trappola di Prodi (Silvio Berlusconi, i polacchi e qualche altro). Fino al giorno in cui l'ultimo Paese europeo non avrà raggiunto la famiglia a cui appartiene per storia e cultura, l'UE si comporterà come i maiali di orwelliana memoria: tutti gli Stati dell'Europa saranno europei, ma alcuni saranno più europei di altri.
Grazie ancora, Mister Prodi!

(di Michele Bondesan)



16 giugno 2007

Di questo passo non rimarrà nessuno

And then there were none

Il titolo che di questo intervento, in cui cercherò di dar conto in modo semplice del complesso intrigo che sta venendo alla luce fra il Cremlino (leggasi tra le righe "Vladimir Putin") e l'Occidente a partire dall’omicidio Litvinenko del novembre 2006, è uno dei titoli originali del romanzo Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, uno dei massimi successi della scrittrice britannica.
Per chi non sapesse l'inglese, il significato del titolo è E poi non rimase nessuno. Ed è chiaro che, se non ci sarà presto un cambiamento notevole in Russia, non rimarrà davvero nessuno. Intendo dire nessun oppositore dell'intellighenzia post-sovietica che sembrava avviata al superamento dapprima con la perestrojka di Gorbacev e poi, in modo più evidente (ma pur sempre tra molti intrighi) sotto la presidenza di quel Boris Eltsin, il Nonno, che in Occidente è passato alla storia per le sue ubriacature ma che qualcosa di buono aveva fatto o provato a fare e che oggi, a torto o a ragione, molti russi rimpiangono.
A chi volesse informarsi bene sulla storia recente della Russia, da Eltsin a Putin, consiglio il saggio I mutanti del Cremlino di Elena Tregubova (ed. PIEMME), un saggio corposo ma di scorrevole lettura, senz’altro da consigliare per scoprire la “faccia nascosta” di questa democratura, e tutto ciò che nessuno in Occidente ha mai voluto o osato dire.
Già. Elena Tregubova. Giovane e avvenente giornalista moscovita che, dopo la pubblicazione del libro in Russia, ha rischiato di morire. Un episodio del genere in qualsiasi stato Occidentale (dove questo termine si riferisce all’Occidente geo-politico, non meramente geografico) avrebbe scatenato proteste, processi, indagini a non finire. In Russia? Nulla di tutto questo.
Ma qualcuno dei lettori di Viva l’Europa! crede ancora che questo sia un fatto strano a Mosca? Poveri illusi! Nel resoconto 2006 di Reporters sans frontières sulla libertà di stampa nel mondo la Russia occupa il 147° posto. Peggio di lei in Europa solo la Bielorussia, ma si sa.
I rapimenti e l’uccisione di giornalisti sono una cosa normale in Russia, in Bielorussia e fino a un paio di anni fa, in Ucraina (pare che sotto Yuschenko la situazione stia migliorando e Kiev è al 105° posto nella classifica di RsF); però fintantoché sono rimasti sotto silenzio, non hanno causato danni ai dittatorelli post sovietici.
Giornalisti eliminati di nascosto, si diceva. Però un giorno il colpo riesce a metà: è il 7 ottobre 2006 e nell’ascensore del suo palazzo di Mosca viene uccisa in circostanze misteriose la giornalista “libera” Anna Politkovskaja, una delle massime espressioni dell’opposizione a Vladimir Putin, autrice di pezzi scottanti sulla guerra in Cecenia: caratterialmente una specie di Fallaci moscovita. Gli esecutori? Non identificati, ma è fin troppo facile indovinare chi fosse il mandante.
Non passa neanche un mese e il 23 novembre muore a Londra, in seguito ad intossicazione da polonio-210, ex agente del KGB, poi FSB, messosi più tardi contro il Cremlino e i servizi segreti, arrivando ad accusare Putin per l’assassinio della Politkovskaja. A lungo si è brancolati nel buio alla ricerca di un esecutore e la polizia di Londra qualche tempo fa l’ha trovato: Andrej Lugovoj. Le autorità britanniche ne hanno chiesto l’estradizione, ma Mosca ovviamente non l’ha concessa (Putin l’ha bollata come “una stupidaggine”) e Lugovoj ha accusato i servizi segreti inglesi della morte di Litvinenko.
Questa è la storia fin qui. È una storia triste e agghiacciante che non viene raccontata abbastanza. A mano a mano che ci saranno sviluppi, mi riprometto di aggiornare questo post (o di scriverne altri). Se lo ritenete utile, pubblicatela anche sul vostro blog (ovviamente citando la fonte) affinché l’Europa si svegli e inizi ad agire affinché storie del genere non si ripetano più. L’UE deve aiutare l’opposizione liberale russa a rinascere perché i russi sono un grande popolo che si merita di vivere in pace e in libertà. Una libertà che fra una ventina anni dovrà avere una bandiera: le 12 stelle in campo blu sulla cupola del Cremlino. Viva la Russia!

di Michele Bondesan



27 gennaio 2007

Dove va la Russia?

Il seguente contributo mi è stato fornito da Edoardo Piacibello, fondatore dell'associazione culturale Il Giovane Occidente con cui spero di poter collaborare anche in futuro.

Putin, gli zar e l’URSS
Udite, udite!!! Lo Zar è tornato, lunga vita allo Zar!!! Probabilmente sentendo queste parole qualcuno ricorderà i tempi in cui Zar era sinonimo di potere , autorità , sfarzo e talvolta terrore.
Le dinastie imperiali si sono succedute per secoli , i protagonisti della storia russa sono cambiati ma il potere esecutivo  si è tramandato di generazione in generazione fino ai Romanov con la precisione paragonabile a quella di un orologio svizzero.
Poi nel 1917 in un fosco mese d’ottobre l’orologio s’inceppò ed il potere passò dalle mani della famiglia imperiale di sangue blu a quelle della massa proletaria, con a capo Lenin, di sangue (è proprio il caso di dirlo) rosso. Tutti parlarono di Rivoluzione e pensarono che la Russia stesse radicalmente cambiando ma in realtà l’unica cosa a cambiare fu che i sudditi si sostituirono ai padroni e, se non nel linguaggio e nelle immagini, il resto rimase perfettamente uguale.
Rimase uguale il culto del capo (vedi Lenin, ma soprattutto Stalin e Breznev) , rimase uguale la figura del despota dal quale dipendevano le vite dei sudditi, rimase uguale anche l’esercizio del potere , i cui privilegi toccavano una minuscola fascia della società, fossero essi aristocratici (con lo Zar) o gli uomini del PCUS e i militari (dal 1917 in poi).
Chi era povero prima, rimase povero anche dopo e chi era ricco si impoverì anch’esso oppure rimase morto ammazzato (ad esempio l’intera classe dei contadini benestanti, i kulaki) se dava fastidio all’autorità.
Il falso mito dell’uguaglianza (e del comunismo oserei dire) resse fintanto che l’economia statalizzata e chiusa al capitale straniero riusciva a garantire la sussistenza al popolo sovietico; dagli anni ’80 si iniziarono ad intravedere le prime crepe e in seguito , circa 10 anni dopo, il sistema crollò, anzi implose dall’interno, e si verificò un nuovo cambio della guardia.
Anche qui qualcuno gridava di nuovo alla Rivoluzione,questa volta liberale e liberista, grazie al coraggio e l’autorevolezza di Boris Eltsin, presidente della Federazione Russa (ora si chiama così, e forse è questo l’unico cambiamento), e grazie agli ingenti investimenti economici stranieri che hanno cambiato il volto alla Russia attraverso una fenomenale operazione di chirurgia plastica. In altre parole è cambiata l’apparenza, non la sostanza.
E se Eltsin comunque qualcosa di buono lo aveva fatto, benché gli si debba rimproverare di non aver tenuto sotto stretto controllo il passaggio da un mercato economico chiuso ad uno non aperto ma addirittura globalizzato, il suo giovane, abile e schivo successore Vladimir Putin (ex uomo del KGB) probabilmente ha capito la lezione del predecessore ed ha in parte frenato il fiume in piena di capitali stranieri che stava invadendo e derussificando la Russia.
Ma il Furbetto non si è limitato a governare il suo Paese dal punto di vista economico, ma forse preso dalla nostalgia degli Zar, ha iniziato ad espandere il suo potere e la sua influenza in ogni ganglio della società; basti pensare all’apparato ormai imponente di televisioni e giornali filogovernativi che lasciano pochissimo spazio alle critiche rivolte al Presidente, basti pensare all’uso indiscriminato e criminale della forza in Cecenia, il cui paragone con l’Iraq sarebbe improprio e forse persino generoso, basti pensare (e qui ricorda non tanto gli Zar quanto Stalin) alle uccisioni mirate (l’ex spia Litvinenko è l’ultimo della lista) di persone scomode allo Stato utilizzando i servizi segreti costruiti ad immagine e somiglianza di Putin, quindi silenziosi e letali.
Magari mi sbaglierò ma mi sto facendo l’idea che sia il popolo stesso a volere che il Paese venga amministrato dall’uomo  forte di turno, si chiami esso Pietro il Grande, Stalin o Putin; è possibile che dopo secoli di storia in cui la Russia è stata dominata, usurpata e violentata da despoti e tiranni, la popolazione sia rassegnata e non abbia più la forza di reagire o forse così si sente più protetta e ben difesa da minacce esterne. Mi auguro vivamente che questa mia opinione sia errata e che sia frutto di una mancata conoscenza della realtà russa ed auspico al popolo russo il futuro di vera democrazia e libertà che hanno sempre sognato e mai posseduto.

(di Edoardo Piacibello, tratto da www.ilgiovineoccidente.eu)




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18 novembre 2006

Speciale presidenziali francesi: Ségolène Royal candidata dei Socialisti

I socialisti francesi hanno scommesso sulla sua classe e sul suo carisma per spuntarla alle presidenziali del 2007. Da Melle, nel cuore della sua circoscrizione elettorale, Ségolène Royal si getta alle spalle le primarie e inizia la corsa che ad aprile la porterà alla sfida per l'Eliseo con i conservatori dell'Ump e con la destra estrema di Jean Marie Le Pen.
"Ai francesi dico di immaginare una Francia diversa da quella che viene raffigurata abitualmente. Quelli che vedono soltanto un paese in declino, orfano della sua eccezionalità, al quale non resta nessuna alternativa, se non quella di allinearsi alle nazioni che hanno rinunciato a regolamentare il mercato del lavoro in nome della crescita economica; ebbene costoro non rendono un buon servizio alla Francia".
Parole che non lasciano spazio al pessimismo. E rivelano il tentativo di rispondere alle inquietudini dei lavoratori francesi di fronte alla concorrenza globale.
"Immaginiamo insieme una Francia che abbia il coraggio di affrontare i cambiamenti senza rinunciare ai suoi ideali di libertà, uguaglianza e fraternità".
I conservatori dell'Ump dovrebbero decidere il loro candidato in gennaio. Ma il plebiscito che ha incoronato la Royal alla guida dei socialisti potrebbe convincere il partito di Chirac ad accelerare i tempi.


(da Euronews)

Lo dico subito, a scanso di equivoci. A me Ségolène Royal non piace, anche se è già celebrata da giornali, e tv (ovviamente Euronews non fa eccezione). Non per il fatto che è una donna, sia chiaro. La presidentessa della Lettonia Vaira Vike-Freiberga mi piace molto, quella della Finlandia Tarja Halonen abbastanza, come pure Condoleeza Rice a altre esponenti politiche donne.
Non mi piace per quell'aria ieratica che si dà e con la quale fa di ogni sua affermazione un proclama. Un po' come Prodi, certo con molte differenze. Ségolène (ma perché poi tutti la chiamano per nome? Quando mai si è letto o scritto "Silvio", "Romano", "Tony", ecc. parlando di politici?) punta molto più sull'effetto che sulla sostanza. Le sue spesso non sono vere proposte, ma boutade. Come quella a proposito dell'orario di 18 ore degli insegnanti, che dovrebbe essere portato a 35 come quello degli altri lavoratori. Per non parlare della risposta data durante il confronto tv con Strauss-Kahn e Fabius alla domanda "Che cosa la differenzia dagli altri candidati?": "Mi sembra che ci sia una differenza molto evidente a tutti"! Ma sia seria! Francamente, mi sarebbe piaciuto di più Strauss-Kahn. Socialdemocratico, meno sinistro e più europeista di Fabius e al contempo meno esibizionista della Royal.
Ségolène Royal ha vinto le primarie dei socialisti, ma da quanto se ne parla pare che sia già presidente della Repubblica. Ora tocca all'UMP mettere in campo il suo uomo. E' da augurarsi che le divisioni interne siano superate e che si arrivi presto alla designazione di un unico candidato che non potrà essere altri se non Nicolas Sarkozy. Altrimenti si perde, perché le battute ad effetto della Royal possono incidere più delle dichiarazioni di qualsiasi politico dell'UMP diverso da "Sarko".

(di Michele Bondesan)




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18 novembre 2006

Alta tensione tra Russia e Polonia. Mosca potrebbe tagliare il gas per Natale

Si è risolto con un nulla di fatto l'incontro tra il premier finlandese Matti Vanhanen e il suo omologo polacco Jaroslaw Kaczynski per cercare di superare il veto di Varsavia all'apertura di negoziati con la Russia. La presidenza finlandese ha detto di aver fatto una proposta alla Polonia e che la settimana prossima sarà presa una decisione. Varsavia vuole che sia rimosso l'embargo di Mosca sui prodotti agricoli e sulla carne polacca. Da un anno circa la Russia ha chiuso le proprie frontiere alle importazioni polacche per questioni veterinarie.
La Commissione europea ha inviato un gruppo di esperti in Polonia per verificare se le accuse russe siano fondate o meno. E Mosca da parte sua ha annunciato che manderà un suo team di veterinari per svolgere accertamenti e, se i problemi saranno superati, potrebbe eliminare l'embargo. Ma fino a quando la Russia non aprirà il suo mercato ai prodotti polacchi, Varsavia non cambierà posizione, ha dichiarato il ministro dell'agricoltura polacco Andrej Lepper.
Una fermezza che imbarazza l'Unione europea ad una settimana dal vertice euro-russo, che doveva essere dedicato al rinnovo dell'accordo di cooperazione, necessario a garantire agli europei l'approviggionamento energetico.
La tensione però resta alta: se la Polonia chiede sanzioni europee, il responsabile russo per le relazioni con l'Unione ha minacciato di chiudere il rubinetto del gas alla Polonia per Natale.

(da Euronews)

Era inevitabile: l'ascesa al potere prima di Lech e poi di Jaroslaw Kaczynski si è sviluppata nel segno di un cambio di rotta nei confronti dell'orso russo. Fin dall'elezione del nuovo presidente della Repubblica era apparso chiaro che il rapporto tra i due paesi non sarebbe più stato amichevole come prima, quando era presidente il post-comunista Kwasniewski.
I Kaczynski volevano farla pagare alla Russia per le sofferenze subite in passato e hanno preso la palla al balzo bloccando una trattativa vitale per l'Europa e che costituisce uno dei motivi per cui i dirigenti europei, se fossero lungimiranti, dovrebbero spingere per portare la Russia in Europa (certo non in tempi brevi!). Questo motivo chiamasi gas. Il gas russo serve ai paesi del continente, c'è poco da fare. Altri metodi di approvvigionamento non sono ancora a livello abbastanza avanzato.
Speriamo che gli esperti giudichino che la carne polacca è a posto, di modo che la Russia levi l'embargo e la Polonia tolga il veto sull'accordo di cooperazione euro-russo. Anche se, conoscendo i Kaczynski, qualche dubbio rimane.




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4 novembre 2006

Bruxelles ha paura e lascia i Balcani alla porta

I Balcani resteranno alle porte d'ingresso dell'Unione europea almeno per un po'. Nel rapporto che la Commissione europea presenterà la settimana prossima non si evidenziano progressi per i paesi che aspirano all'adesione. Il processo di allargamento subirà di fatto una pausa.
La Macedonia, che pur ha lo status di paese candidato, è criticata per la mancanza di dialogo tra il governo e l'opposizione della minoranza albanese. Skopje non ha ottenuto nemmeno una data per l'avvio dei negoziati. Le trattative per l'adesione sono iniziate invece con la Croazia ma sono in una fase di stallo.
La situazione piú critica appare quella della Serbia. A causa della continua latitanza del generale Mladic accusato di crimini di guerra, i negoziati per l'accordo di associazione e stabilizzazione sono fermi e non riprenderanno fino a quando il procuratore Carla del Ponte non garantirà che la Serbia collabora con il tribunale penale internazionale per i crimini nell'ex Jugoslavia.
Situazione bloccata anche per la Bosnia, in attesa di una costituzione che dovrebbe migliorare il funzionamento dello stato multi-etnico.
Per quanto riguarda l'Albania, invece, il paese piú povero dell'Europa sud-orientaele ha firmato a giugno un accordo di associazione e stabilizzazione, ma non sembra in grado di procere oltre verso l'adesione.


(da Euronews)

Non c'è che dire! Questa notizia conferma quanto ho sostenuto in passato e continuerò a ribadire in ogni occasione: l'Europa ha paura di se stessa! Anziché riformarsi per diventare meno burocratica e più flessibile, anziché stralciare la PAC (di cui beneficiano molti ricchi francesi, mica i poveri agricoltori polacchi o lituani!) e contribuire maggiormente al progresso e alla ricerca, Bruxelles vuole rimanere il gigante dai piedi d'argilla che è sempre stata.
Tentennano gli eurocommissari per paura di dispiacere all'opinione pubblica (ma per loro l'opinione pubblica sono solo le poche migliaia di intervistati dalla loro Bibbia, l''Eurobarometro, non i milioni di cittadini europei!) e, soprattutto, ai politici nazionali. Inoltre, i mezzi di comunicazione come Euronews continuano a infondere nelle teste degli europei (e con i commissari ci sono riusciti) l'idea che il "no" franco-olandese alla Costituzione europea sia stato un "no" all'allargamento! Bugiardi! Pinocchi che non siete altro! L'Eurobarometro realizzato ai primi di giugno ha dimostrato che solo una percentuale fra il 3 e il 6% dei contrari ha votato "no" per dire "no" a ulteriori espansioni dell'UE e/o all'adesione della Turchia.
Resta poi il fatto che l'attuale commissione si è invischiata sempre più nei concetti di "politica europea di vicinato" (ENP) e di "partenariato speciale" messi in voga da Romano Prodi, da me già citato tempo fa, che al vertice euro-ucraino di Yalta (2003, sotto la presidenza italiana del Consiglio europeo) parlò in tono mellifluo della cerchia di paesi amici (quelli coinvolti nell'ENP) con i quali condividere tutto, tutto, ma proprio tutto... tranne le istituzioni. Ma allora non è tutto! E soprattutto non è quello che i popoli europei alle nostre porte vogliono! Cosa può interessare a un georgiano, a un moldavo, a un ucraino, che il suo Paese sia coinvolto nella ENP (che peraltro si estende anche a stati non europei)?! Solo la piena adesione ha un senso per quei popoli.
Ovvio che ci vorrà tempo, non sono qui a sostenere che la vera e totale unità europea si possa fare in quattro e quattr'otto! Ma se la Commissione, che deve rappresentare gli europei, resta miope come lo è ora, non si può prevedere molto di buono. Le parole d'ordine devono diventare: riforme, flessibilità, lungimiranza! Allora l'UE piacerà agli europei, ora no.

(di Michele Bondesan)




permalink | inviato da il 4/11/2006 alle 10:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


4 novembre 2006

Il fallimento della rivoluzione kirghisa e la calamita europea

Seconda giornata di mobilitazione, in Kirghizistan, contro il presidente Kurmanbek Bakiev. Un corteo di circa 500 persone ha percorso il centro congestionato della capitale Bishkek, marciando fino alla sede della televisione di stato. I manifestanti hanno poi fatto ritorno alla piazza del parlamento e le trasmissioni, interrotte per alcuni minuti, sono riprese regolarmente.
Un portavoce dell'opposizione spiega che è stato raggiunto un accordo con il governo per uno spazio gratuito di mezz'ora al giorno sull'emittente nazionale. I manifestanti potranno così spiegare le ragioni della mobilitazione. La piazza, guidata dai leader socialdemocratici, chiede le dimissioni di Bakiev, che, da quando è stato eletto, nel marzo 2005, non ha intrapreso la via delle riforme. A scatenare la protesta, la mancata presentazione al parlamento di un nuovo testo costituzionale, che dovrebbe ridurre i poteri del presidente.


(da Euronews)

Il Kirghizistan, piccolo stato ex-sovietico dell'Asia centrale, divenne noto a molte persone nel marzo 2005 quando una rivoluzione colorata, emule di quelle svoltesi nel 2003 in Georgia e nel 2004 in Ucraina, spodestò il presidente filosovietico Askar Akaiev. La rivolta kirghisa fu soprannominata "rivoluzione dei tulipani", il fiore giallo che caratterizzava gli oppositori al regime.
Purtroppo tale rivolta popolare, accolta con relativo favore da Europa e Stati Uniti, in quanto possibile preludio alla democratizzazione della piccola repubblica, non ha dato i frutti auspicati e Bakiev, meno di due anni fa eroe nazionale, oggi si ritrova a svolgere il ruolo del suo predecessore. Procrastina sull'emanazione di una nuova costituzione che limiti i poteri del Presidente della Repubblica e fa orecchie da mercante alle proteste della folla, quella massa di persone che gli consentì di diventare qualcuno.
Tale fatto mi spinge a una riflessione di non poco conto. Perché le rivoluzioni in Georgia e in Ucraina hanno dato qualche frutto (insomma, qualcosa è cambiato, anche se molto resta da fare) mentre quella kirghisa no? Qual è il fattore di riuscita o meno di una rivoluzione colorata? La mia risposta ha un nome: Bruxelles. La promessa di Saakashvili e di Yuschenko di trainare i rispettivi Paesi sempre più verso l'Unione europea, fino alla piena adesione, ha entusiasmato le folle rendendole consapevoli della necessità di un cambiamento.
In Kirghizistan, invece, il potere attrattivo di Bruxelles non si è sentito perché la repubblica centroasiatica non ha né l'interesse né le carte per aderire al club europeo della democrazia.
Cosa insegna tutto questo? Semplicemente che l'Europa agisce come una grande calamita sui Paesi dell'Europa ex-sovietica, un ruolo al quale non può rinunciare sia per confermarsi come potenza foriera di democrazia e di pace sia per ritrovare (o riscoprire) la propria identità.
L'identità europea non è quella, auspicata da certuni, in cui alcuni Stati si uniscono sempre più (fino ad arrivare al fantomatico popolo europeo) e gli altri, troppo poveri, troppo grandi o troppo lontani da Bruxelles (queste le assurde motivazioni di molti leader europei) vengono lasciati in balia del loro destino. No, perdiana! L'identità europea è quella che si realizzerà quando islandesi e greci, portoghesi e russi, belgi e armeni, non si sentiranno più estranei tra loro. Diversi sì per la storia e la cultura (che sono quanto di più ci invidiano nel Nuovo Mondo) ma uniti dalle dodici stelle della pace, della democrazia, della libertà.
Tutto questo è riassunto in tre parole che l'UE ha scelto come suo simbolo ma che non ha ancora messo in pratica: Unità nella diversità!

(di Michele Bondesan)




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3 novembre 2006

Angelo Fazio ha lasciato: quale il futuro di "Viva l'Europa"?

Il mese di novembre si apre con una notizia infausta per questo blog: il mio collaboratore e amico Angelo Fazio ha deciso di abbandonare questa attività per dedicarsi anima e corpo alla causa del Movimento Federalista Europeo, di cui fa parte.
Questa sua legittima decisione apre il problema dell'identità di "Viva l'Europa", nato come blog europeista. La rottura di Angelo si basa sulla filosofia del movimento cui partecipa e che ritiene che i veri europeisti (cioè chi, come il suo fondatore Altiero Spinelli, si batte per un'Europa federale) non debbano prendere posizione nelle politiche nazionali. Qui io non sono d'accordo: secondo me l'europeismo non è un credo "astratto" e "assoluto" ma una componente del sentimento dei popoli. Così una persona, un movimento o un partito politico non può essere "europeista" e basta, ma ha bisogno di un'identità propria. In Europa ci sono molti partiti che si professano "europeisti" ma intendendo questo concetto in modo diverso. L'europeismo pragmatico di Angela Merkel è diverso da quello centralista e francocentrico di Jacques Chirac, a sua volta diverso da quello di Fredrik Reinfeldt, di Vaire Vike-Freiberga o di José Rodríguez Zapatero. Non c'è l'europeismo, bensì ci sono gli europeisti. Non so se rendo la differenza.
Come in ogni partito politico ci sono diverse posizioni interne, che in taluni casi assumono proporzioni notevoli (si pensi al correntone DS in Italia, alla fronda Labour in Gran Bretagna o al conflitto interno all'UMP francese tra i sostenitori di Chirac e quelli di Sarkozy), così all'interno degli europeisti ci sono posizioni diverse: chi vuole un'Europa allargata, chi approfondita; chi è per un'Europa onnipotente e chi per l'Europa delle nazioni; chi la vuole sociale, chi liberale.
Ringraziando Angelo per l'ottimo lavoro svolto con grande zelo in questi mesi, mi devo porre adesso il problema del futuro del blog. Non intendo lasciar cadere nel vuoto i nostri sforzi quindi cercherò di proseguire lungo il mio obiettivo: l'Europa unita dall'Atlantico agli Urali e al Caucaso. Un'Europa liberale, democratica, che salvaguardi le identità nazionali sotto il tetto a stelle. Per sintetizzare, un'Europa a metà strada tra il superstato e un'unione di stati-nazione. Non ci deve essere né troppa Europa, né troppo poca.
Ma, a differenza di Angelo (e qui è nata la maggiore divergenza), io non credo di poter agire per l'Europa rimanendo scevro da qualsiasi ideologia. Pertanto in questo blog continuerò ad affrontare le notizie dall'Europa e dal mondo (ma parlerò meno di terrorismo, visto che non è il mio ambito) prendendo una posizione liberalconservatrice, filoccidentale, per la libertà e contro i regimi islamici. "Viva l'Europa" diventerà il punto d'incontro degli europeisti moderati (se volete, diciamo pure di centrodestra, ma non solo) che non credono né al Superstato Europa né al ritorno a singoli Stati-nazione che intrattengano tra loro meri rapporti bilaterali. La virtus dell'Europa deve stare nel mezzo.
Prossimamente pubblicherò, magari nel trafiletto qui a sinistra, una specie di carta d'identità del blog "rifondato".
Molti lettori probabilmente penseranno che io sia troppo idealista e io rispondo di no. Semplicemente ritengo che ci debba essere una e una sola Europa senza frontiere ma che non assimili i popoli. Riterrò conclusa la mia attività (nel blog e altrove) solo quando l'ultimo Paese europeo farà parte della famiglia comune europea (che oggi si chiama Unione Europea, domani chissà).
Per conseguire o, meglio, per contribuire al conseguimento di tale obiettivo storico, però, credo di aver bisogno di almeno un nuovo collaboratore che condivida lo stesso entusiasmo per l'Europa che ha animato la cooperazione con Angelo. Chi fosse interessato, mi può scrivere privatamente esponendomi le sue idee e chissà che il posto di Angelo non sia presto preso da un altro giovane (o non più tale) altrettanto intelligente e motivato.
Per ora non ho che da dire: grazie Angelo e buon lavoro!
Michele




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23 ottobre 2006

Solidarietà all'onorevole Daniela Santanchè


Daniela Santanchè (AN) in prima fila
per la libertà delle donne musulmane

Dopo aver reso conto dell'indegno attacco di cui Daniela Santanchè è stata vittima ieri su SKY (poche ore prima era stata criticata nel corso di un dibattito svoltosi a Domenica in con Massimo Giletti), vogliamo esprimere la nostra solidarietà all'onorevole di AN, che da tempo si batte per un islam moderno e libero e che per questo è invisa non solo ai musulmani integralisti ma anche (e ciò è ben più grave) a gran parte del mondo politico. La Santanchè fa parte di quella classe di persone, purtroppo ancora troppo ristretta, che non ha paura di denunciare situazioni che nel 2006 semplicemente non dovrebbero esistere. Con la battaglia che sta conducendo, culminata nel suo libro La donna negata (Marsilio, 10 euro), si affianca con grande dignità a figure di alto profilo come Oriana Fallaci, Magdi Allam, Ayaan Hirsi Ali e diverse altre personalità del mondo islamico che lottano per un islam illuminato, moderno, liberale, che non si basi esclusivamente su un'interpretazione letterale del Corano. Pensate solo a dove sarebbe oggi il mondo cristiano se la Chiesa avesse sempre applicato alla lettera ciò che è scritto nella Bibbia e nei Vangeli. Si sa che l'interpretazione letteraria di qualsiasi testo (si veda ad esempio la Divina Commedia) non porta lontano e spesso ne distorce il vero significato.
Onorevole Santanchè, non molli, continui la sua battaglia che non è solo sua ma è di tutti gli occidentali liberali che, a differenza di alcuni esponenti politici (come l'amico di Nasrallah in Italia), sono contro i dittatori sanguinari che opprimono i loro popoli e a favore di una reale convivenza tra culture in cui, però, - si badi bene a questo - la regola principale sia che l'ospite rispetta l'ospitante e si adegua alle sue leggi.
La grande maggioranza degli italiani, degli europei e degli occidentali tutti sono con Lei!

(di Michele Bondesan)




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19 ottobre 2006

Un seggio unico UE per un ONU che funzioni

Quando l'Africa è più avanti



L’Unione Africana (UA) è un’organizzazione intergovernativa, nata nel 2002, sul modello dell’Unione Europea, in sostituzione della vecchia Organizzazione dell'Unità Africana (OUA). La  sua sede è ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia. Ne sono membri tutti i paesi del continente africano, tranne il Marocco, a causa del riconoscimento da parte dell'Unione dell'indipendenza dell'antica colonia spagnola del Sahara Occidentale, che Rabat rivendica come parte del suo territorio. Siamo abituati a pensare all’Africa come ad un continente, sicuramente più arretrato (e di molto), rispetto al mondo occidentale. Difatti le guerre civili e tribali, le tensioni, la fame, la mortalità infantile elevata e le malattie, ne fanno una regione estremamente sfortunata e che necessita di aiuto da parte di tutta l’umanità. Ma vi è un particolare, seppur minuscolo dove l’Africa è superiore all’Europa. L’UA, ha ancora poteri molto ridotti rispetto a quelli dell’UE, ma pur essendo più giovane e meno operativa, ha già maturato una coscienza che all’Europa e i suoi governi sono ancora lontani anni-luce dal raggiungere: ovvero la consapevolezza che occorre maggior compattezza per meglio rispondere alle minacce comuni di questa epoca. Infatti i paesi africani (più precisamente l’UA), nel febbraio del 2005 chiesero compatti di entrare nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’Europa invece che fa? Francia e Regno Unito non ne vogliono sapere di rinunciare al diritto di veto e al ruolo di membri permanenti; la Germania, che membro permanente non è, da anni si sforza per diventarlo (anche se difficilmente vi riuscirà). E l’Italia? Esulta, perché è riuscita ad entrarvi come membro non permanente per la durata di due anni, e questo, a quanto pare, le basta.
Dunque la presa di posizione dei governi africani difficilmente, sarà un monito per i nostri sciocchi e vanitosi governi nazionali. Il risultato è che l’UE non ha un governo capace di decidere ed incidere nella politica mondiale e il punto di vista europeo sul mondo è ancora inesistente. La cosiddetta “voce sola” con cui dovrebbe parlare l’Europa, esiste solo sulla carta e parzialmente, poiché non appena vengono toccati interessi nazionali, la solidarietà dei partner europei viene a mancare. L’integrazione europea nasce con questo obiettivo fin dall’epoca del mercato comune europeo, ma solo dopo la fine della guerra fredda la politica estera comune viene sviluppata, divenendo però nient’altro che una politica estera collegiale coordinata da un cosiddetto alto rappresentante della Politica estera di difesa e sicurezza comune (Mister PESC), carica al momento ricoperta dallo spagnolo Javier Solana de Madriaga. L’unico risultato della costituzione europea, qualora dovesse venire approvata, sarà quello di fornire ad Henry Kissinger il recapito telefonico che desiderava negli anni settanta.
Soltanto un euro-seggio al Consiglio di Sicurezza, porrebbe fine alle scaramucce dei governi nazionali, ma una piena coscienza europea  e un suo punto di vista ben rappresentato permetterebbero anche all’ONU (un’organizzazione, il cui funzionamento è necessario per il bene dell'umanità ) di funzionare. Deve essere questo, più o meno, quello che pensò Willy Brantd, quando nel ‘91, propose di fondere i seggi di Francia e Gran Bretagna. Il metodo Monnet, che prevedeva di dotare le istituzioni comunitarie di un potere notevole, ora deve essere adattato anche agli affari esteri. E dire che negli ultimi sondaggi la maggior parte degli europei si dichiara favorevole al seggio comune. Ma da quell’orecchio nelle capitali europee paiono non sentirci. La riforma dell’ONU, ad inizio della gestione Ban-Ki-Moon, è in corso e in un epoca in cui le regole del gioco sono messe in discussione, bisogna avere il coraggio di guardare lontano. I governi degli stati nazionali europei, devono smettere di ostacolare uno dei punti fondamentali dell’integrazione del nostro continente. Bisogna davvero parlare con una voce sola!
E' arrivato il momento di porre fine alle politiche estere nazionali. E l’ONU è il posto giusto dove il cambiamento può avvenire. Prossimamente ci sarà un summit fra i ministri degli esteri dell’UE con quelli dell’UA: si parlerà di immigrazione. Ma il mio augurio è anche che i capi delle diplomazie africane diano qualche suggerimento ai capi delle nostre cancellerie.

 
(di Angelo Fazio)




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18 ottobre 2006

Germania: avanza la destra estrema

Ma che fine ha fatto la Grundgesetz?



Nell’immediato dopoguerra la Germania era divisa in due: la parte est subiva l’occupazione dell’Armata Rossa e veniva costruita secondo il modello delle repubbliche popolari socialiste (DDR); nell’Ovest, invece arrivavano gli aiuti del piano Marshall, al fine di ricostruire ciò che la guerra aveva distrutto in cinque anni. Per far fronte alla minaccia sovietica a cui Berlino ovest e la Germania Occidentale erano esposte in maniera maggiore, gli alleati americani decidevano di metterla sotto la protezione della NATO e di riarmarla militarmente in caso di necessità belliche presenti in tutta l’epoca della guerra fredda. La costruzione di una controparte forte alla DDR, rappresentava una necessità che non poteva essere trascurata e per questo i potenti mezzi dell’Alleanza Atlantica, fecero “mari e monti”, per dotare la repubblica federale tedesca di adeguate difese aeree e terrestri. Ma la ricostruzione della Germania Ovest doveva avvenire anche sul piano istituzionale e difatti il consiglio parlamentare dei Lander occidentali, elaborò la Grundgesetz, un ingegnoso meccanismo costituzionale basato sullo stato sociale di diritto, erede della RealPolitik di Otto Von Bismarck e del suo socialismo di stato, con un sistema parlamentare razionalizzato e un efficace controllo di costituzionalità. Ma il punto-cardine della Grundgesetz era la cosiddetta “chiusura delle ali estreme”. La Germania federale, infatti doveva guardarsi bene da un passato troppo recente (estrema destra) e dalla divisione, che portava con sé il pericolo comunista.
Negli anni seguenti diversi tipi di terrorismo si formarono nelle ali estreme della politica tedesca: la RAF, gruppo terroristico di estrema sinistra (collegato con le Brigate Rosse italiane), che in contemporanea con gli anni del piombo italiani insanguinò la Germania Ovest. Ma anche l’altra deriva tornò a farsi sentire, con la nascita di organizzazioni di giovani SkinHead, i quali cominciarono a commettere atti di intolleranza e violenza di stampo anti-semita, fra cui l’attentato alla sinagoga di Lubecca all’inizio degli anni ‘90. Accanto a vecchi combattenti delle SS si affiancano giovani dalla testa rasata. I neonazisti sono presenti in tutta Europa, nessun paese, Polonia compresa, ne è libero.




Oggi la novità più importante viene dalla politica. Horst Mhaler (nella foto) è un ex militante della formazione terroristica di sinistra Baader-Meinhof, che in carcere si converte all’estrema destra, poiché, (sono parole sue) “l’unica vera opposizione al nuovo ordine mondiale e al capitalismo poteva essere portata avanti solo dal nazionalismo”. Uscito dal carcere Malher fonda il gruppo nazisteggiante xenofobo Nationaldemokratische Partei Deutschlands (NPD). Dopodichè istituisce una scuola di pensiero politico in cui insegna che Adolf Hitler ”è il più grande uomo di stato della storia”. Codesta scuola ottiene il record di iscrizioni nel 2004 e ciò lascia il timore che l’NPD ottenga dei seggi al Bundestag, alle elezioni del 2005. Ciò non avviene, ma l'insuccesso delle politiche nazionali del 2005 non impedisce l’inquietante avanzamento dell’NPD, che comunque riesce ad ottenere alcuni seggi nei parlamenti regionali di Sassonia e Macleburgo-Pomerania. L’estrema destra avanza, mentre il mondo ricorda ancora con terrore i fatti di sessant’anni fa, ed è presente sia in Germania che in Europa. Ma, in tutto ciò, la Grundgesetz, dov’è finita?

 
(di Angelo Fazio)  




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18 ottobre 2006

Trecento milioni di yankees!

Sono 300 milioni! A svegliare stamani gli americani la notizia che la storica cifra è stata raggiunta. Non si conoscerà mai il volto di questo 300 milionesimo yankees. Non si saprà mai se si tratta di un neonato o di un immigrato che ha oltrepassato il confine.
Alla vigilia delle elezioni di mid-term, la politica sull'immigrazione divide ancora gli Usa che contano un nuovo abitante ogni 11 secondi. Gli Usa sono il terzo Paese più popolato del mondo, dietro Cina e India, ma il solo Paese industrializzato a registrare una forte crescita della sua popolazione.
In tempi in cui la crescita demografica rappresenta una ricchezza per i Paesi sviluppati, negli States questa combinata con l'american life style ha un rovescio della medaglia preoccupante. Mark Mather, dell'Ufficio di statistica e cenismento:
"Una rapida crescita della popolazione rappresenta una sfida non indifferente, per quanto riguarda lo spazio utilizzabile, l'inquinamento di aria e acqua e le sorgenti d'energia".
Aumentando la popolazione aumentano in proporzione anche i bisogni. Un americano, ad esempio, usa una quantità d'acqua che in media è tre volte superiore a quella utilizzata da un altro cittadino medio nel pianeta, lo fa sapendo che il 40% dei fiumi statunitensi sono inquinati.
Che dire poi delle vetture. Se nel 1967 erano 98 milioni per 200 milioni di abitanti, oggi sono 237 milioni. Auto, riscaldamento domestico, (senza tralasciarele industrie) fanno sì che le emissioni di anidride carbonica e gas a effeto serra statunitensi siano pari a un quarto delle emissioni totali. Nel 2020 si calcola saliranno al 36%. Anche la dimensione media di un'abitazione è aumentata, malgrado sia sempre più piccolo il nucleo familiare. Un consumatore americano produce 2 chili e tre di rifiuti al giorno, cinque volte di più che in un altro Paese industrializzato.
Pari al 5% della popolazione mondiale gli americani consumano il 25% delle risorse mondiali, lasciando una traccia vistosa sul pianeta.


(da EuroNews)

Se EuroNews provvede con la solita solerzia a sottolineare i danni prodotti dagli americani (non neghiamo il loro contributo all'inquinamento globale, per carità!), io vorrei evidenziare l'importanza di questa cifra. Gli statunitensi aumentano. Gli europei (italiani in testa) calano.
Perché è importante che gli americani crescano? Per l'Occidente. Finché esisteranno abbastanza americani, esisterà l'Occidente. Ormai la vecchia Europa non è in grado, non ha il coraggio di far fronte alle minacce dei terroristi e degli islamici che si sono prefissi lo scopo di far diventare la maggioranza degli italiani musulmana entro il 2020. Ciò vuol dire fare tanti figli (come già fanno) e farli sposare a italiani che quindi si convertiranno all'islam e avranno figli musulmani. Pur rimanendo fedeli alla tolleranza e alla libertà di culto, noi occidentali dobbiamo opporci all'eurabizzazione dei nostri paesi. Un processo che è già in corso in Francia, Gran Bretagna, Olanda, Germania, Svezia, Norvegia, guarda caso in tutti quei paesi che, in nome di un fantomatico progressismo-liberalismo che passa per l'abbandono non sono della pratica religiosa in sé ma anche di tutti i principi cristiani, ha lasciato la strada libera all'avanzata dei musulmani, che in molti casi non si integrano. E' emblematico il recente caso dell'impiegata cristiana copta di British Airways cui è stato cambiato l'incarico perché portava un minuscolo (due dita) crocifisso al collo, mentre le sue colleghe possono portare il velo.
Se non cambia, l'Europa diventerà davvero Eurabia e l'unico bastione dell'Occidente cristiano rimarranno gli Stati Uniti d'America. Perciò ben vengano altri cento milioni di americani! Ovvio che, se nel frattempo gli USA prendessero serie misure anti-inquinamento, saremmo ancora più felici.

(di Michele Bondesan)




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17 ottobre 2006

L'inganno dell'euroscetticismo

Federalismo e democrazia

Euroscetticismo=patriottismo

E’ questa l’equazione usata da coloro, che, con subdola determinazione hanno bloccato il processo di costruzione della casa comune europea, causando la paralisi degli ultimi due anni.
L’euroscetticismo è uno strano virus, poiché si presenta con sintomi apparentemente diversi da quelli che sono in realtà. L’euroscettico è un individuo che si presenta come eroe, paladino, estremo difensore dell’identità nazionale, un eroe giusto che combatte contro i cattivi, gli usurpatori, cioè noi, gli europeisti, che vogliamo barbaramente cancellare questo mosaico che sono i popoli d’Europa. Frasi tipiche che gli europeisti si sentono dire è “Ma sei scemo dico io! Noi siamo l’Italia, cosa c’è ne può fregare dell’Europa” o “L’Europa è bella, ma è bella l’Europa della diversità, delle bandiere, degli inni, tu vorresti cancellare tutto questo? Criminale!” oppure ancora “l’Europa è una castroneria bella e buona, noi siamo l’Italia, siamo i campioni del mondo”, non fa una piega, no?
Già, mi pare tutto giusto, però c’è qualcosa che non mi quadra in questo ragionamento, voglio dire, io sono un europeista convinto, quindi dovrei essere nemico giurato dell’identità italiana, stando almeno a quello che dicono gli euroscettici. Eppure c’è un particolare che mi sfugge, come mai anch’io, pur nemico dell’Italia, ho festeggiato la vittoria della nostra nazionale ai mondiali di calcio sbandierando la bandiera tricolore, pochi giorni dopo, ho persino (so che non mi fa onore) preso in giro una famiglia di francesi, incontrati per caso. E non è finita: io non seguo tutti gli sport, ma sono capace di diventarne un esperto anche per pochi minuti, quando vedo i colori azzurri, mi capita di seguire, ad esempio alle olimpiadi, ed esultare per sport di cui già poche settimane dopo torno ad essere un ignorante completo. Inoltre ,mi piace sentire l’inno nazionale, celebrare il 2 giugno, o roba del genere. Anomalo, no?
Vabbè, sarà solo un caso, però divento ancora più perplesso, quando penso al presidente Ciampi, lui ha restituito il patriottismo agli italiani, prima la nazionale di calcio era l’unico pretesto per tirar fuori il tricolore o ascoltare l’inno (come se i morti del risorgimento avessero dato la vita per una squadra di calcio), eppure Ciampi è stato anche uno di quelli che hanno promosso l’Europa come pochi, ha persino vinto il premio Carlo Magno. Sono fenomeni piuttosto strani se visti dal punto di vista dei veri eroi nazionali, cioè gli euroscettici. Infatti, da qui sembrerebbe proprio che il patriottismo non sia poi così incompatibile con l’europeismo.
La verità? E’ questa: gli euroscettici sono persone prive di memoria e dalla scarsa conoscenza storica. Probabilmente è gente che non ha mai letto il manifesto di Ventotene, ma neppure percepisce le necessità di questa epoca. I mondiali di calcio sono una bella manifestazione, ma gli scenari geopolitici sono ben altra cosa, nessuno toglierà agli europei la loro identità nazionale, ma vi sono contesti in cui forse l’Europa può fare di più di quello che riuscirebbero a fare i governi nazionali. George Washington disse: “un giorno le litigiose nazioni europee daranno vita agli Stati Uniti d’Europa, così come noi abbiamo creato quelli d’America”, Henry Kissinger aveva un grande rammarico, quello di non aver un pari-grado di tutta Europa “se voglio parlare con l’Europa, a chi mi devo rivolgere?”. Tipico degli euroscettici è anche tirar fuori discorsi squinternati come ad esempio paragoni insensati con i progetti di conquista di Adolf Hitler, oppure l’URSS o la ex-Jugoslavia, ma anche qua mi pare che siano loro ad essere in torto, voglio dire, sono i paesi europei che hanno costruito le istituzioni dell’UE, oppure è stata un’ occupazione militare di un paese che ha imposto ad altri paesi, di avere istituzioni comuni? A gennaio entreranno nell’UE, anche Bulgaria e Romania, sono loro che lo hanno chiesto oppure è l’Unione Europea che manderà i suoi carri armati a Bucarest e Sofia? Boh, comunque per come la vedo io l’europeista è un individuo con due patrie, due bandiere, due inni, un individuo che celebra la propria festa nazionale, ma in maniera altrettanto convinta, l’europeista celebra anche il 9 Maggio, lo Schuman Day.
I federalisti, gente come Spinelli, Rossi, Colorni, ma anche Pier Virgilio Dastoli, Roberto Santaniello, Guido Montani, Giorgio Anselmi, Domenico Moro e  Lucio Levi, sono anni che lottano per fare dell’Europa una federazione di popoli, un soggetto capace di rispondere al meglio alle sfide della nostra epoca, ma hanno cercato anche di far capire agli europei una cosa molto importante: soltanto una federazione di stati può assicurare l’identità di ogni nazione che ne fa parte, proteggendola dalle minacce. Quindi come si può facilmente intuire, il federalismo funziona all’opposto di come l’euroscettico vuole far credere, cioè non schiaccia, ma al contrario protegge l’indipendenza delle nazioni.
Sicuramente non si può dire lo stesso del nazionalismo che nelle due guerre mondiali ha, contrariamente a ciò che si propone il federalismo, quasi annientato fisicamente interi popoli, altro che rispetto per le identità!
Quindi chi crede fermamente nell’identità nazionale deve diffidare dal nazionalismo aggressivo o dal federalismo pacificatore?
E’ facile proclamare la pace e il rispetto tra i popoli soltanto con accordi, di solito ignorati dai governi; basti vedere gli innumerevoli trattati sulla non-proliferazione nucleare, trattati che forse a Thearen e Pyongyang non hanno letto. O meglio ancora, il patto di Kallog del 1928, quando tutti i governi del mondo celebrarono in pompa magna la morte legale della guerra, anni dopo, Italia, Germania e Giappone, dimenticarono che la guerra era morta.
Dunque l’equazione corretta è la seguente:

 
rispetto per le identità nazionali+ prosperità e pace per l’Europa=federalismo

 
Ma il grande errore degli europeisti nel corso degli anni è sempre stato lo stesso, pare che nell’europeismo il viaggio conti più della destinazione. Si parla sempre dell’Unità europea in chiave futura, Jean Monnet diceva: “L’Europa non è mai esistita, adesso occorre farla davvero”. Non si agisce, piuttosto si delega ad un futuro da destinarsi. E’ ovvio che i nostri padri fondatori operarono in questo senso perchè non si illudevano che le coscienze europee fossero pronte al grande cambiamento e allora, lavorarono solo sul campo economico, immaginando, che da lì, volta per volta le coscienze si sarebbero formate e tutto ciò avrebbe avuto un risultato inevitabile: l’Unione d’Europa. Sono passati sessant’anni e oggi di questo risultato si continua a parlarne in chiave futura. E mentre si continua a perdere tempo le minacce aumentano e si consolidano e le ideologie di estrema continuano a guadagnare terreno (preoccupante l’avanzamento dell’NPD tedesco). E il risultato di tutto ciò non appare certo essere l’unione politica del continente, ma neppure sicurezza e prosperità per l'Europa. Nel mondo multipolare di oggi la Cina surclassa gli Stati Uniti e potenze regionali come India, Brasile e SudAfrica, si fanno largo, ma noi non ci siamo, poiché non siamo un soggetto unitario.
Certo esiste l’UE, ma chi la potrebbe spacciare per un global player? E la voce sola con cui dovrebbe parlare l’Europa esiste davvero? All’origine vi è un peccato di arroganza, l’illusione del 1946 come “anno zero”, la fine ritenuta certa dei nazionalismi, e la sicurezza di una piena coscienza europea, maturata in anni di inutili stragi fratricide. Allora bisognava mettere le rivalità da parte e unirsi in nome di una più grande causa, cioè porre fine alle violenze del novecento. Nel secondo dopoguerra, l’europeismo era un ideologia, dunque. Non più nel senso di assoggettamento da parte di una sola nazione, o peggio ad una razza, sul modello Hitleriano o Napoleonico, ma un’unione di valori e libere istituzioni nate fra soggetti giuridicamente alla pari e pacificate.
Ma poi come detto si è lavorato più sul binario che sulla destinazione e il sogno, (piuttosto vago per la verità) dell’Europa politica è ancora un’utopia di pochi fieri sostenitori, mentre i più hanno smarrito la strada. Anche se Spinelli ci ha lasciato nel 1986, i suoi insegnamenti sono ancora vivi e ci aiuteranno ad arrivare al suo obiettivo, cioè l’Unione Federale dei popoli d’Europa. Chi ha la fortuna di non essere cieco e sordo ha anche il diritto-dovere-privilegio di promuovere le sue idee e farle prevalere. E il risultato sarà comunque la Federazione Europea. I federalisti non si sono mai arresi in cinquant’anni e non lo faranno certo adesso. Perché per l’Europa vale la pena di battagliare… e vincere!

 
(di Angelo Fazio)




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16 ottobre 2006

SPAGNA SOGNA FUSIONE CON PORTOGALLO

Creare 'Iberia': favorevole il 45,6%, scettici a Lisbona

 


(ANSA) - MADRID, 16 OTT - Il 45,6% degli spagnoli e il 50,8% dei giovani sono a favore della fusione con il Portogallo per formare un nuovo grande Paese. E il nome potrebbe essere Iberia. Lo rivela un sondaggio pubblicato dal settimanale 'Tiempo ', secondo il quale la stragrande maggioranza degli intervistati (80%) vorrebbe che la capitale fosse Madrid. Secondo un altro sondaggio, citato da 'Tiempo ' e pubblicato in Portogallo dal settimanale 'Sol', solo il 28% dei lusitani sarebbe invece per la fusione.


L’Europa di oggi: fra unioni e divisioni

 
La suddetta notizia è, a mio parere, un’anomalia nell’Europa di oggi, un Europa in cui, piuttosto che le aspirazione unitarie, sono le divisioni a tener banco. Tensioni etniche e rivendicazioni territoriali, sono sempre all’ordine del giorno. Ciò ha scatenato terrorismo (ETA, IRA, su cui ho scritto un lungo articolo due giorni fa, oppure terrorismo corso o quello altoatesino degli anni settanta), guerre (ex-Jugoslavia), oppure, nei casi migliori, l’indipendentismo è rimasto nei banchi della politica. Ne è un esempio la cerimonia di indipendenza della Lega Nord, nel 1996, oppure, sempre in Spagna l’indipendendismo della Catalunya (rivoluzionaria per qualche periodo, nel 1936), da non dimenticare l’indipendentismo scozzese, che prende corpo nel parlamento locale con il partito Scottish National Party, composto dai pochi nostalgici dell’indipendenza scozzese, probabilmente infuocati dalle leggende degli Highlander o da eroi nazionali come William Wallace. L’indipendentismo scozzese è tornato di moda dal 1997, a seguito della devolution che Londra concesse a Edimburgo, donandogli un Parlamento, un Primo Ministro o altre istituzioni prettamente scozzesi.
La notizia di oggi rappresenta un caso più unico che raro, è per questo va apprezzato, ma è difficile immaginare che i due paesi Iberici, che si spartirono le colonie del sud-America, secondo quanto concordato dal trattato di Tortesillas, si uniscano politicamente (come avvenne per un periodo di sessant’anni nel 1640). Sono due paesi con una grande storia alle spalle; la Spagna diede fiducia a Colombo e prima ancora il Portogallo, con navigatori come Bartolomeo Dìaz, Pedro Alves Cabral e Vasco de Gama, aveva aperto la via delle Indie. Ed è per questo che probabilmente, Portogallo e Spagna, non saranno mai una sola nazione. Il Portogallo ha sempre avuto l’orgoglio della sua indipendenza, è sempre stato un paese all’avanguardia nella costruzione delle istituzioni, un paese un pò centro e un pò periferia. E’ interessante notare come i bretoni francesi guardano il Portogallo come un esempio che avrebbero voluto seguire.
Comunque una volta tanto che si parla di aspirazioni unitarie, piuttosto che di lotte armate per l’indipendenza, è una notizia che leggo con piacere. A mio parere verrà il giorno in cui la penisola Iberica sarà unita politicamente, ma il vessillo sarà quello delle dodici stelle con fondo blu, che spagnoli e portoghesi affiancheranno alle rispettive bandiere nazionali.

 
(di Angelo Fazio)




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16 ottobre 2006

Grecia, Nuova Democrazia tiene nella maggior parte dei distretti

Le elezioni amministrative che hanno richiamato ai seggi più di nove milioni di cittadini in Grecia confermano il partito del primo ministro Kostas Karamanlis come la prima formazione del paese. Ma Nuova Democrazia esce indebolita dopo due anni di governo. Secondo gli exit poll, i conservatori avrebbero mantenuto due delle tre città più importanti: Atene e Salonicco. I socialisti guidati da Georges Papandreu sarebbero però riusciti a strappare la vittoria a Pireo.
Se i risultati iniziali saranno confermati, Nuova Democrazia avrà vinto in 27 distretti, contro i 30 che aveva ottenuto nelle precedenti amministrative del 2002.
Arrivato a metà mandato, il governo di destra sta vivendo un momento delicato. In rotta di collisione con i sindacati per le riforme del mercato del lavoro, è stato anche danneggiato da alcuni scandali per corruzione. Quello di domenica è un test importante in vista delle elezioni politiche del 2008.


(da EuroNews)

Se questo era un test importante, Néa Dhimokratía è messa molto bene. Pare che la redazione italiana di EuroNews consideri che un governo non in crisi sia quello che vince sempre e comunque, come i socialdemocratici svedesi o i regimi comunisti.
E' fisiologico che alle elezioni amministrative il governo in carica sconti in qualche misura l'insoddisfazione di questa o quella categoria per le decisioni che prende. E se, dopo due anni di governo, il centrodestra greco mantiene le due città più grandi del Paese e si conferma nel 90% dei distretti ottenuti mentre era all'opposizione, vuol dire che è messo bene. Il servizio di EuroNews non dà conto dell'affluenza, ma si sa che, in tutto il mondo, l'elettorato moderato si mobilita meno di quello di sinistra, militarizzato.
Il risultato premia in ogni caso Nuova Democrazia che, certo, non deve abbassare la guardia; anzi deve cercare di proseguire il programma di governo con il quale ha vinto le legislative due anni fa. Forza ND! Forza Caramanlis!

(di Michele Bondesan)




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16 ottobre 2006

Dall'anno prossimo vietato fumare in Francia

Anche la Francia vieta il fumo in pubblico
Il divieto scatterà il prossimo febbraio in scuole, ospedali e ambienti di lavoro; da gennaio 2008 sigarette vietate anche nei bar

(Afp)PARIGI (Francia) - Anche la Francia entra a far parte del club delle nazioni smoke-free, quelle in cui sono in vigore divieti più o meno rigidi di fumo nei luoghi pubblici. E' stato lo stesso primo ministro, Dominique de Villepin, a dare l'annuncio: dal prossimo febbraio anche oltralpe non sarà più possibile accendere una sigaretta nella maggior parte dei locali aperti al pubblico; le eccezioni riguarderanno solamente bar, ristoranti e discoteche ai quali è stato concesso un anno di tolleranza in più: in questi ambienti il divieto scatterà il primo gennaio del 2008. Secondo de Villepin, «i francesi sono pronti per questa scelta».
I TABACCAI SI MOBILITANO - La situazione, ha spiegato il primo ministro, «è matura anche tenuto conto delle esperienze che conosciamo all'estero». La dilazione concessa ai titolari di caffé e ristoranti non ha messo il governo al riparo dalle ire dei tabaccai e delle organizzazioni dei bar, che valutano la possibilità di una mobilitazione. Nella guerra contro il tabacco, il primo ministro ha inoltre annunciato che lo Stato si farà carico di un terzo dei costi per i trattamenti che le persone intenzionate a smettere di fumare decidono di fare.
TRENT'ANNI DI LOTTA - La decisione di de Villepin, che fa proprie in larga parte le conclusioni della commissione parlamentare incaricata di studiare il tema, rappresenta il momento culminante di 30 anni di lotta al tabacco in Francia. L'avvio della legislazione anti-tabacco risale al 1976 con la legge «Veil». Altre tappe sono la legge che vietava le sigarette ai militari (1986) e la normativa «Evin» del 1991 dove era già fissato un divieto di fumare negli spazi collettivi. Nel 2003, infine, era stato introdotto il divieto di vendere sigarette ai minori.
LA MAPPA DEI DIVIETI - Dal primo febbraio prossimo quindi nelle scuole, negli ambienti di lavoro, in ospedali, cliniche e strutture educative in generale entrerà in vigore il divieto. Ma contrariamente alle indicazioni della commissione parlamentare a bar, ristoranti e discoteche è stata lasciata una proroga di undici mesi. Gli esercizi pubblici potranno organizzare dei «fumoir», nei quali però non potrà entrare il personale nè potranno essere servite consumazioni. Chi contravviene rischia un'ammenda di 75 euro, mentre se a violare le norme è un esercizio la multa sale a 150 euro. De Villepin ha detto anche che sarà possibile fumare nelle strade e nei luoghi privati. Consapevole delle reazioni, il primo ministro ha tenuto a precisare che il governo «ha moltiplicato le trattative per arrivare a migliorare la decisione il più possibile».
TREDICI MORTI AL GIORNO - I rivenditori di tabacco avevano chiesto un rinvio di cinque anni della decisione ma - ha ricordato de Villepin - il fumo causa più di 13 morti ogni giorno. Secondo alcune ricerche, in Francia il fumo è il responsabile di un decesso su dieci: per i sondaggi della commissione parlamentare circa 66mila persone muoiono ogni anno per cause legate al fumo. Le vittime del fumo passivo sono 5.900, delle quali 5.574 per averlo subìto a casa propria, 289 sul luogo di lavoro e 25 in bar e altri luoghi conviviali. I francesi spendono ogni anno 14 miliardi di euro in sigarette: il 40,94% dei 35 miliardi spesi invece per il consumo di droghe.

(da Corriere.it)

Finalmente il governo francese prende una scelta coraggiosa. Dopo essere apparso in tutti i giornali per aver ceduto alle proteste della piazza sui CPE (Contratti di primo impiego), il primo ministro, protetto del presidente Chirac, fa qualcosa di buono. Ma non vale la pena di esaltarlo tanto, visto che il fumo nei bar e ristoranti sarà consentito per un altro anno.
Comunque, la Francia si aggiunge all'elenco dei Paesi che in qualche modo bandiscono il fumo dai luoghi pubblici, chi in modo radicale (Irlanda, Italia e altri), chi in modo molto più blando (Spagna). Riuscirà il governo tedesco a fare della Germania il prossimo Paese europeo rauchfrei (libero dal fumo)?

(di Michele Bondesan)




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14 ottobre 2006

RELIGIOSI ISLAMICI APRONO AL PAPA

(ANSA) - ROMA, 14 OTT - Con un'iniziativa senza precedenti, 38 fra capi spirituali e teologi islamici, sia sunniti che sciiti, hanno teso una mano al Papa.Sulla rivista 'Islamica',hanno pubblicato una lettera aperta a Benedetto XVI, nella quale si accettano le scuse formali del Pontefice dopo le parole pronunciate a Ratisbona sull'Islam. Nel testo si rileva come Cristianesimo e Islam interessino oltre la meta' dell'umanita' e dividano la responsabilita' per la pace: e' necessario dunque un 'dialogo sincero'.  


Prendiamo atto della saggezza dimostrata dalle suddette autorità religiose, poiché è giusto e coerente documentare questa presa di posizione e apprezzarla allo stesso modo di come documentavamo e condannavamo le sbandate dell’integralismo islamico. L’Occidente è cristiano e tollerante e per questo non si può esimere dal dialogare con quella parte di mondo arabo che gli tende la mano. Tuttavia, pur apprezzando questa ammirevole e coraggiosa presa di posizione, non sono del tutto d’accordo con essa. Considero un errore dire che il Santo Padre si è scusato. Il suo fu un chiarimento di un discorso, quello di Ratisbona, che non conteneva nulla di offensivo nei confronti dei fedeli musulmani, bensì metteva in risalto come  la violenza sia in contrasto con la natura di Dio e la natura dell’anima. Un chiarimento, dunque, non una richiesta di scuse nei confronti di folle integraliste avvelenate, guidati da leader fondamentalisti che avevano volutamente travisato il discorso di Benedetto XVI, per incitare alla violenza gruppi di fanatici, che risposero con aggressioni ingiuriose, superficiali e ingiuste nei confronti di un Papa mite e colto. Un discorso di cui probabilmente non sapevano neppure il significato, visto che per diversi giorni nessun network arabo (Al-Jazeera compreso) si prese la briga di tradurre il discorso in lingua araba, ma neppure in lingue diffuse come inglese e francese. Ma ciò bastò a scatenare le loro bellicose reazioni nei confronti del Santo Padre e del Vaticano, nell’irreale e vergognoso silenzio dell’Europa e dei suoi leaders. Il chiarimento è stato un gesto di saggezza, e non di resa, nei confronti delle folle integraliste avvelenate, è bene metterlo in evidenza. Per il resto, comunque la presa di posizione da parte dei leader spirituali musulmani-moderati è sicuramente un gesto apprezzabile, che forse può contribuire a mettere in minoranza i poco silenziosi estremisti.

 


(di Angelo Fazio)
 




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14 ottobre 2006

Il conflitto che ha che ha insanguinato le verdi lande irlandesi

IRA: Storia di una guerra silenziosa

 

 

In questi ultimi giorni abbiamo ospitato molte notizie riguardanti le trattative che interessano la pace in uno dei paesi più belli e martoriati d’Europa: l’Irlanda (a me piace chiamarla così, non faccio distinzione fra Eire o Irlanda del Nord). Si tratta di un conflitto che da sempre negli ultimi ottant’anni insanguina il nord-Europa e a cui i media non hanno mai dedicato ampi spazi (non a caso le notizie che ci siamo procurati hanno tutte come fonte EuroNews). Eppure la questione irlandese rappresenta uno dei nodi culturali più importanti per il futuro d’Europa, che poggia su radici antichissime. Io non faccio differenza tra cattolici e protestanti, e neppure tra le bombe dell’ IRA e quella delle formazioni paramilitari unioniste-orangiste, appoggiate troppo spesso da interventi autoritari dell’esercito di sua maestà britannica. Un conflitto che ha riguardato molte città, fra cui Dublino, Londra, l’Ulster (è interessante notare che l’Ulster è composto da nove province, ma solo sei fanno capo a Belfast e a sua maestà britannica, le altre appartengono a Dublino) e che ha diviso l’isola in due (le due Irlande si riuniscono solo in occasione delle partite di Rugby). Quindi forse è opportuno fare un ripasso di storia. La Questione irlandese ebbe inizio nel XVI secolo, quando a Londra regnava il casato dei Tudor, intenzionati a diffondere il calvinismo nelle verde isola da sempre cattolica. Il tentativo dei Tudor fu proseguito in seguito dagli Stuart e da Oliver Cronwell, a seguito della prima rivoluzione inglese e della decapitazione di Carlo I nel 1649. In precedenza Giacomo IV aveva favorito gli irlandesi che si professavano protestanti, donandogli le terre confiscate ai cattolici, altri calvinisti furono fatti arrivare dalla Scozia. In seguito Cronwell fu autore di una violenta azione militare in cui le truppe inglesi si lasciarono andare a saccheggi ed eccessi di ogni sorta sulla popolazione di Dublino riducendo i prigionieri in schiavitù e deportandoli a Barbados.
Malgrado la concessione di un Parlamento indipendente, nel 1782, ottenuta grazie al ruolo del leader protestante Henry Grattan, l’insoddisfazione degli Irlandesi non si placò. Nel 1798, Wolfe Tone e i il gruppo degli Irlandesi Uniti si ribellarono contro il dominio inglese. Come conseguenza diretta della rivolta di Tone (repressa brutalmente dalle armi inglesi) si ebbe l’unificazione dei due regni nel 1800, quando la corona inglese apparteneva alla famiglia di origine tedesca degli Hannover.  L’esplosione del sentimento nazionalistico irlandese avvenne in concomitanza con l’avventura napoleonica.
Il 1829 fu l’anno del Catholic Relief Bill con il quale ci si rese conto che la soluzione irlandese non poteva essere rappresentata dall’emancipazione della parte cattolica della popolazione.  Negli anni quaranta parte dei liberali britannici divennero sostenitori della causa dei cattolici irlandesi, di cui avevano constatato le gravose condizioni di vita. A metà del XIX secolo l’isola fu colpita da una grande carestia che costrinse molti irlandesi ad emigrare, soprattutto verso gli USA (tra cui la famiglia Kennedy, ovvero i nonni di JFK e di Bob Kennedy) .

Simbolo del Sinn Feinn (tratto dal sito ufficiale)

 
Dopo la grande carestia, il risentimento nazionalista irlandese verso Londra si faceva sempre più acceso. Ormai gli irlandesi volevano l’autonomia come primo passo verso la totale indipendenza. Nel 1861 nacque il partito nazionalista Sinn Fein e poco dopo si organizzò l’IRA (Irish Republican Army), un’organizzazione paramilitare segreta, un esercito di liberazione che iniziò la guerriglia contro le truppe britanniche. Tale richiesta di autonomia prendeva corpo nel decreto Home Rule presentato dal deputato irlandese C.S. Parnell e rifiutato ripetutamente dai conservatori. Il primo tentativo d’approvazione fu fatto dal primo ministro William Gladstone nel 1886; fallito il tentativo Gladstone si dimise lasciando il posto al conservatore Salisbury. Come risposta, i liberali si scissero in gladstoniani e unionisti, ma neanche i successivi governi guidati, uno nuovamente da Gladstone e l’altro da Rosebery riuscirono a varare l’Home Rule, che venne concesso soltanto nel 1912 dal governo Asquith e ratificato dal parlamento nel 1914, ma poi nuovamente rinviato a causa del primo conflitto mondiale alla fine di questo. Di contro, la provincia settentrionale dell’Ulster, a maggioranza protestante, rifiutò il decreto e, sotto la guida del leader protestante Edward Carson, si dichiarò pronta a combatterla anche con le armi. Il movimento indipendentista riprese la sua attività con vigore, anche col ricorso all’attività terroristica e il rigurgito nazionalista irlandese non si sarebbe spento nemmeno con la proclamazione della repubblica il 21 gennaio 1919, avvenuta per volere di Eamon De Valera, leader di Sinn Feinn che aveva trionfato alle elezioni del 1918. La guerra civile divampò per altri due anni fino alla costituzione dello stato libero d’Irlanda riconosciuto dal premier  inglese Lloyd George nel 1922, che però manteneva sotto il controllo della corona inglese le sei contee dell’Ulster. L’Irlanda rimaneva comunque un dominion e ciò imponeva la presenza di un governatore generale in rappresentanza della corona, nonchè la rinuncia delle contee dell’Ulster e il presidio dei porti da parte di truppe britanniche. Questi accadimenti furono causa di una sanguinosa rottura fra i seguaci di Michael Collins, soddisfatti delle concessioni ottenute, e quelli di Eamon De Valera, repubblicani e decisi ad ottenere la piena indipendenza politica per tutta l’isola. Collins fu assassinato in seguito. E di questi anni il drammatico avvenimento passato alla storia come Bloody Sunday I (21 novembre 1920) quando come rappresaglia per l’uccisione di tredici agenti segreti inglesi noti come The Cairo Gang, da parte del controspionaggio irlandese, Londra decise di reagire immediatamente mandando i suoi militari in borghese a sparare indiscriminatamente sugli spalti dello stadio St. Patrik di Dublino, causando la morte di venti persone inermi. De Valera fu eletto presidente della giovane repubblica nel 1932, rescisse tutti i legami con Londra, esautorò il governatore generale e il senato di nomina regia e l’Irlanda ebbe il diritto di stabilire rapporti diplomatici con gli altri Paesi.
Tuttavia per la piena indipendenza dell’isola bisognò aspettare il 1937 quando fu ufficialmente sancita  l’autonomia; sempre nel 1937 lo Stato Libero mutò la propria denominazione in quello di Eire. Nel 1949, infine divenne la Repubblica d’Irlanda. La "questione irlandese" quale grave problema di politica interna britannica si venne attenuando e, finì per essere circoscritta all'Ulster e ai rapporti internazionali tra Regno unito e Eire, divenendo una pesante eredità, in particolar modo per la Repubblica d’Irlanda.

 

Manifesto di incitamento alla lotta armata

 
Anche i cattolici dell'Irlanda del Nord ripresero l'iniziativa indipendentista, carica, adesso anche di forti tinte sociali (a causa degli avvenimenti del ’68 a cui i ribelli nord-irlandesi avevano preso parte), a questa ripresa dell’attività il governo di Londra rispose con un incremento dell'occupazione e della repressione militari. L'Ira riprese nei decenni seguenti ad effettuare raid terroristici sanguinosi non solo contro obiettivi militari, ma anche nelle città inglesi, compreso il centro di Londra, mentre il governo conservatore britannico continuava incessantemente le trattative con l'Eire per una soluzione concordata alla ghettizzazione dei cattolici dell'Ulster.
Il 30 gennaio 1972 fu la volta dei tragici avvenimenti di Bloody Sunday II, quando in risposta ad una manifestazione di cattolici a Derry (Irlanda del Nord) un plotone di paracadutisti inglesi del 1° Reggimento aprì il fuoco indiscriminatamente su una folla di civili che manifestavano contro alcune norme di polizia che consentivano l'internment, vale a dire la reclusione preventiva senza termini temporali per il processo. Rimasero uccisi 13 dimostranti, molti dei quali giovanissimi,. Numerosi furono anche i feriti, uno dei quali morì tempo dopo, secondo alcuni, a causa delle ferite riportate nella sparatoria. A quel tragico avvenimento è dedicato il murales di qua sotto

Ritratto Padre Daly che sventola un fazzoletto bianco mentre
tenta di portare in salvo Jackie Duddy, ferito a morte (Wikipedia)

 

Negli anni seguenti l’attività terroristica proseguiva, ma la maggioranza degli irlandesi non approvava i metodi dell'Ira e ne temeva le ripercussioni sul territorio della repubblica. Nel 1973 l’Eire è entrato a far parte della Comunità Europea, ma le richieste di unificazione dell’intera isola non si sono fermate e continuano ad essere alla base degli scontri periodici tra protestanti e cattolici. Nel 1994 Sinn Fein decide di intavolare i negoziati con il governo britannico per la soluzione pacifica del conflitto, che si realizza effettivamente nell'aprile 1998, quando l’IRA decide di porre fine all’attività militare. Il resto è storia d’oggi, le trattative con il governo Blair, il disarmo dell’organizzazione, nel luglio 2005, e finalmente la fine della violenza e il passaggio integrale dalle bombe ai negoziati, ancora in corso e che abbiamo voluto documentare in questo blog. Una guerra, per così dire “minore” che ha, nel volgere, quasi silenzioso, ma concreto del secolo scorso insanguinato un paese bellissimo, che guarda al futuro con maggiore fiducia, visti i risultati economici notevoli ottenuti dall’Irlanda in questi ultimi anni, che hanno portato Dublino ad essere la capitale europea della tecnologia. Le parole di reverendo Paisley e  Gerry Adams dopo il vertice di St. Andrews, hanno un grande significato per chi ha a cuore i destini delle verdi lande irlandesi, ma anche per la stabilità di un’Europa, ancora piena di conflitti silenziosi e rivendicazioni territoriali di vario tipo (ETA basca, terrorismo corso, oltranzismi politici ecc…). Anche questa è una storia che va raccontata…

 
(di Angelo Fazio)   




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12 ottobre 2006

Cechia: cronaca di una morte annunciata

PRAGA - E' finita come tutti (me compreso) avevano previsto: il governo di Mirek Topolanek, sostenuto dai 100 deputati dell'ODS (liberali euroscettici di centrodestra), non è riuscito a strappare almeno un voto tra le fila dei partiti di sinistra, capeggiati dal CSSD (socialdemocratici) di Jiri Paroubek, che detengono gli altri 100 seggi del Parlamento ceco, per ottenere la fiducia.
Nonostante l'ODS avesse ottenuto la maggioranza relativa alle elezioni di quest'estate, è stato chiaro fin da subito che la maggioranza in Parlamento non ci sarebbe stata per un seggio. I negoziati fra Topolanek e l'ex premier Paroubek per formare un governo provvisorio di coalizione sono falliti miseramente e ieri si è consumato l'ultimo atto della tragedia di questo governo mai nato: Topolanek è caduto e il presidente Klaus è stato costretto a invocare la formazione di un governo tecnico che traghetti il Paese verso elezioni anticipate.
Vale la pena di esprimere un paio di considerazioni:
1) non è detto che le nuove elezioni designino una maggioranza più forte delle precedenti in un momento in cui, al contrario, tale maggioranza servirebbe per attuare le riforme necessarie a entrare nella zona euro (sappiamo che lei è contrario, Presidente Klaus, ma il trattato di adesione non prevede deroghe);
2) da questa vicenda esce sconfitto un personaggio: Vaclav Klaus, che si è ostinato a volere un governo "amico" per portare avanti una politica euroscettica anziché incoraggiare la formazione di un governo stabile.
Vedremo cosa succederà nei prossimi mesi. Sta di fatto che il treno del 1° gennaio 2010 con destinazione "Euro" potrebbe partire con Sofia (che, secondo autorevoli studi, sarebbe pronta già nel 2009, poiché il lev è da lungo tempo ancorato all'euro) ma senza Praga. Non sarebbe una figuraccia, Presidente?

(di Michele Bondesan)




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11 ottobre 2006

Ue: Merkel, nuova costituzione 2009



(ANSA) - BERLINO, 11 OTT - Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha sottolineato la propria determinazione a far uscire dall'impasse la nuova Costituzione europea.Merkel intende utilizzare la presidenza di turno della Ue che la Germania avra' nella prima meta' del 2007 per affrontare la questione. 'Abbiamo bisogno del trattato costituzionale prima delle prossime elezioni europee del 2009, e per questo intendiamo impegnarci', ha detto Merkel al termine di una seduta del governo di 'Grosse Koalition'.


Berlino vuole una road map per la costituzione europea

La Germania si impegna a tracciare una road map per scongelare la costituzione europea. Lo ha annunciato il cancelliere Angela Merkel, accogliendo il presidente della commissione Barroso nel consiglio dei ministri tedesco. Dopo il no di Francia e Olanda, l'Unione europea vive una fase di stallo e sembra incapace di disegnare una nuova architettura istituzionale pur necessaria al suo funzionamento.  "Vogliamo dare il nostro contributo- ha dichiarato Angela Merkel- siamo d'accordo sulla necessità di avere una costituzione, e sulla necessità di averla prima delle elezioni europee del 2009. Ci siamo dati tempo per risolvere la questione, quindi la presidenza tedesca dovrà stabilire l'obiettivo, il calendario e il metodo" La Germania assumerà la presidenza di turno da gennaio, Berlino lavorerà a stretto contatto con Portogallo e Slovenia, i paesi che raccoglieranno il testimone. "Ci sono grandi aspettative sulla presidenza tedesca- ha sottolineato José Manuel Barroso- ma penso che non sia giusto porre tutto il peso sulle spalle della Germania. Sei mesi sono un periodo di tempo limitato, il cancelliere Merkel propone giustamente un approccio collettivo" 15 paesi tra cui l'Italia hanno raticato la magna carta. A sbloccare la situazione saranno soprattutto le elezioni presidenziali francesi. Il nuovo capo di stato dovrà decidere se convocare un nuovo referendum.

(EuroNews)

Non credo che la presa di posizione del cancelliere Merkel sia del tutto sbagliata, perché leggendo attentamente le pagine della Costituzione elaborata dalla Convenzione di Giscard d’Estaing, tale testo non appare neppure come una costituzione degna di questo nome, bensì, poco più che un accordo tra paesi. Volere un’Europa federale, significa, innanzitutto, rispettare le identità nazionali (ciò che gli euroscettici non riescono a capire), ma anche portare a livello europeo questioni come la difesa e la politica estera. Ciò comprende anche le forze armate comuni, un seggio comune all’Onu e l’unificazione delle quote dei paesi europei al WTO.  Può un trattato che parla solo di “coordinamento tra le politiche estere e le varie sedi diplomatiche”, essere accolto con soddisfazione da un militante del Movimento Federalista Europeo (MFE) come il sottoscritto? Dipende: se tale trattato sarà un inizio verso la federazione per la quale Spinelli lottò tutta la vita, forse sì; ma se, come penso io, sarà ritenuto un punto d’arrivo senza altre concessioni da parte dei governi nazionali in difesa dei subdoli privilegi nazionalistici a cui vogliono arroccarsi, io non posso vedere tale “costituzione” in un ottica favorevole, poiché di federale non ha nulla. Per questo spero che Angela Merkel riesca a vincere la sua battaglia per una nuova costituzione. Ma che stavolta sia più significativa in chiave federalista, rispetto al banale trattato redatto in precedenza. Il resto lo farà l’UEF (Unione dei Federalisti Europei), combattendo (e vincendo) la sua battaglia per fare del referendum della Costituzione europea una consultazione realmente su scala continentale, e non passando dalle ratifiche nazionali come è stato fatto nel precedente tentativo costituente. Ogni qualvolta viene fatto un referendum in Italia, a deciderne l’esito non è la maggioranza dei piemontesi, dei lombardi o dei campani, ma la maggioranza di tutti gli italiani e non di una singola regione. Se si accetta l’esistenza di un livello europeo si deve accettare che sia tutto il continente a decidere i destini che lo riguardano. Perchè se basterà che Francia e Olanda dicano di no per bloccare un progetto cui la maggioranza dei paesi europei interessati aveva già detto sì, allora l’Europa politica è destinata a rimanere un’utopia e a perdere sempre più terreno nei confronti di altri paesi e aree del pianeta.

(di Angelo Fazio)




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11 ottobre 2006

Scontro tra Francia e Turchia sul genocidio armeno

Turchia e Francia ai ferri corti sul riconoscimento del genocidio degli armeni. Il premier turco Recep Tayyp Erdogan ha attaccato Parigi che vuole votare una legge che prevede il carcere per chi nega il massacro degli armeni da parte dei turchi avvenuto all'inizio del XX secolo. "La Francia - ha detto Erdogan - dovrebbe pensare al suo passato coloniale e ai suoi massacri in Africa".
La Turchia si è appellata anche all'Unione europea per far bloccare il disegno di legge francese che sarà discusso giovedì alla camera dei deputati di Parigi. Il commissario all'allargamento Olli Rehn ha definito la legge "controproducente" suscettibile di provocare gravi conseguenze nelle relazioni tra Unione e Turchia.
Dopo diversi rinvi Ankara è stata candidata all'adesione all'Unione europea. La Francia vorrebbe legare il riconoscimento del genocidio all'ingresso in Europa. Domenica a Istanbul si è tenuta una grande manifestazione anti-francese. Secondo gli armeni tra il 1915 e il 1917 vennero uccisi un milione e mezzo di loro compatrioti in un genocidio organizzato dall'impero turco ottomano. Mentre la Turchia sostiene che i massacri ci furono da una parte e dell'altra e il numero di morti, 300 mila, si equivale.


(da Euronews)

La questione del genocidio armeno potrebbe rivelarsi il vero banco di prova dell'europeità di Ankara. Se Erdogan ha il diritto di opporsi al disegno di legge francese che, in un certo senso, limita la libertà di espressione, d'altro canto il riconoscimento che il massacro di oltre un milione di armeni è stato un genocidio e non un'azione militare faciliterebbe non poco il già lungo e tortuoso cammino della Turchia verso l'adesione all'UE.
E' infatti su questioni come questa o come il rapporto tra religione e vita pubblica, nonché il rispetto delle libertà fondamentali, che si fonda il giudizio degli europei sulla Turchia e non sul numero di capitoli del negoziato che il "gigante musulmano" ha chiuso (finora solo uno) o chiuderà. Per essere chiari, se nel 2014 la Turchia avrà chiuso tutti i capitoli delle trattative ma non avrà riconosciuto il genocidio armeno, la sovranità di Cipro, il diritto alle libertà fondamentali (leggi abolizione del contestato articolo 301 del codice penale sull'offesa al popolo turco per cui sono stati processati vari scrittori), se la popolazione non sarà passata una volta per tutte dalla parte dell'Occidente, se invece continuerà a simpatizzare per Hezbollah e Hamas, allora i cittadini europei avranno il diritto di opporsi al suo ingresso nell'Unione Europea.
D'altra parte, la Francia esagera i toni. Giustissimo chiedere il riconoscimento del genocidio, sbagliato forzarlo. Così si ottiene l'effetto contrario, come dimostrano le prime reazioni. Il disegno di legge andrebbe quanto meno emendato.
Comunque, il genocidio armeno è una realtà. Punto. E va riconosciuto dalle generazioni odierne, come i tedeschi hanno riconosciuto lo sterminio degli ebrei e come speriamo (ma chissà quando!) i russi riconoscano i milioni di vittime provocati da Stalin e compagni. Erdogan, si metta una mano sulla coscienza e decida che cosa è meglio: tacere la verità per tenere alto un certo tipo di orgoglio nazionale o ammettere ciò che è stato (e di cui lei personalmente non ha colpa), spianando così la strada verso un futuro migliore chiamato Europa? Quando avrà meditato ci faccia sapere, grazie!

(di Michele Bondesan)




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9 ottobre 2006

Speciale presidenziali francesi - Sarkozy distacca Royal

Aumenta il divario tra Sarkozy e Royal
Secondo quanto scrive oggi Guillaume Perrault su Le Figaro, aumenta il divario fra Nicolas Sarkozy e Ségolène Royal, gli unici candidati dei rispettivi schieramenti con possibilità di vittoria alle elezioni presidenziali del 2007.
In base a un sondaggio di TNS-Sofres-Unilog, al primo turno delle presidenziali la candidata socialista otterrebbe solo il 29,5% al primo turno, mentre Nicolas Sarkozy sarebbe accreditato del 38-39%.
Il consenso per il "superministro" degli Interni aumenta di due punti rispetto a settembre mentre la governatrice della regione Poitou-Charentes è in calo del 4,5%.
"Nell'attualità dominano le questioni dell'immigrazione e della sicurezza. Su questi temi agisce e trae beneficio il ministro degli Interni." è l'analisi di Brice Teinturier, della TNS Sofres.
A sinistra, il calo di Ségolène Royal potrebbe ridare respiro a Laurent Fabius e a Dominique Strauss-Kahn. "La governatrice del Poitou-Charentes precede sempre di molto i suoi rivali ma le intenzioni di voto a suo favore diminuiscono tra gli operai e il ceto medio - rivela Brice Teinturier - Il suo discorso è percepito come destinato ai soci del partito e non all'elettorato socialista"
Quanto agli altri candidati, sempre secondo il sondaggio di TNS Sofres, otterrebbero poco più che le briciole. Jean-Marie Le Pen è al 9,5% (- 0,5%), Philippe de Villiers (destra nazionalista) al 3%. Nel caso di una candidatura di Royal, restano stabili François Bayrou (UDF, UDC francese, al 7%), Dominique Voynet (senatrice dei Verdi, al 2%) e Arlette Laguiller (di Lotta operaia, al 3%).

(tratto da Le Figaro del 9 ottobre)

 

A partire da oggi, seguiremo con attenzione gli sviluppi che porteranno a questa elezione molto importante per la Francia e per l'Europa, che segnerà comunque l'uscita di scena di un personaggio e della sua claque politica che poco di buono hanno fatto per il Paese. Parlo, ovviamente, di Jacques Chirac e del suo governo chiracchiano (Raffarin, poi De Villepin e molti altri ministri). Non è un caso se il miglior ministro francese è il più inviso da Chirac ma al contempo il più apprezzato dagli elettori.

(di Michele Bondesan)




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8 ottobre 2006

Giro di vite su Internet per decreto. Ribelliamoci!

E ora Prodi mette il bavaglio ai blog

"Serietà al governo" - siamo messi bene!

Che internet fosse una strumento potentemente rivoluzionario e intrinsecamente liberale, già lo sapevamo: consente di estendere al mondo i nostri pensieri, di confrontarli con quelli degli altri, di comunicare a costi modesti e con una potenza di diffusione fino a ieri incredibile.
Per quanto in Italia sia usato e quasi monopolizzato dalle sinistre e negletto dalle forze del Polo, che sembrano spesso credere che si tratti di una forma di televisione povera, internet è e rimane una creatura sospetta ed ambivalente per tutti coloro che hanno fissa in mente l'idea che qualcuno deve pensare e decidere che cosa sia meglio per noi, ed è comunque troppo incontrollabile e pericoloso perché l'attuale governo possa pensare davvero di inverstirci, avendo per giunta già a disposizione gran parte della scuola e dell'editoria tradizionale.
Ma qui si va ben oltre, e non riusciamo a capire come sia possibile che una trovata simile passi sotto silenzio, per quanto sommersa nel bel mezzo delle normicine e dei mercimoni legislativi che accompagnano i giorni convulsi di una delle più pericolose finanziarie mai uscite dalla mente nostri legislatori. Un decreto legge recentissimo – una norma quindi già in vigore salvo conversione da parte del Parlamento – recita:

Articolo 32 - (Riproduzione di articoli di riviste o giornali)
1. All'articolo 65 della legge 22 aprile 1941, n. 633, dopo il comma 1, è aggiunto il seguente:
“I soggetti che realizzano, con qualsiasi mezzo, la riproduzione totale o parziale di articoli di riviste o giornali, devono corrispondere un compenso agli editori per le opere da cui i suddetti articoli sono tratti. La misura di tale compenso e le modalità di riscossione sono determinate sulla base di accordi tra i soggetti di cui al periodo precedente e le associazioni delle categorie interessate. Sono escluse dalla corresponsione del compenso le amministrazioni pubbliche di cui al comma 2 dell'articolo 1 del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29”.
(Decreto Legge 262 del 3 ottobre 2006)

Modificando la legge sul diritto d'autore, si stabilisce dunque l'obbligo di un pagamento per la riproduzione di articoli di attualità senza scopo di lucro, contrariamente a quanto prevedeva la precedente formulazione sul diritto d'autore che poneva come unico obbligo la citazione della fonte e dell'autore. La norma, vagamente incomprensibile perché non spiega se e come la Siae debba essere coinvolta nella quantificazione e nell'esazione del nuovo balzello, e perché sembra ignorare che se di diritti si deve parlare, occorrerebbe anche tener conto dei diritti degli autori, oltre che di quelli dell'editore, renderebbe – anzi rende – in sostanza onerosa la creazione di qualsivoglia rassegna stampa. Da quelle sui canali televisivi, a quella su Radio Radicale – ma loro sono stati ampiamente locupletati da un altro capitolo della Finanziaria – giù giù fino a Il Legno Storto. Eppure le rassegne stampa sono sempre state considerate una forma prestigiosa di pubblicità per l'autore e per la fonte citata, e prolungano l'efficacia e la leggibilità del pezzo nel tempo e nello spazio.
Questa vera e propria follia dovrebbe essere giustificata dall'idea di recuperare qualche spicciolo in un momento in cui per finanziare le spese più strane si è fatta frenetica la gara a chi inventa nuovi cespiti: non è chiaro quanto ci guadagni l'erario, ma altrimenti perché collegare tutto alla Finanziaria?
È poi un provvedimento dalla difficile attuazione e dai risultati certamente modesti sul piano delle entrate, che rischia però di far morire in un sol colpo una parte dello spirito e del senso di Internet, nel quale ci si è sempre mossi con l'idea che la diffusione delle idee e delle opere dell'intelletto dovesse essere sostanzialmente garantita come precondizione per una democrazia moderna. E in fondo, a ben vedere, forse è proprio per questo che il governo di Prodi, nella sua opera di restaurazione, ha voluto colpire anche Internet.
Dal canto nostro, continueremo a informare i nostri lettori di quello che si pubblica di interessante sulla stampa italiana e straniera, citando ovviamente autori e fonte: verificheremo poi se il decreto vivrà abbastanza per avere una serie di norme attuative, o se non verrà spazzato via dalla ribellione che, immaginiamo, sarà forte e, speriamo, bipartisan.
Fate circolare questo commento, anche lui potrebbe essere utile per indurre il Parlamento a non convertire in legge questo obbrobrio.
Il Legno Storto
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Invitiamo i colleghi liberali che leggeranno questo intervento, già proposto da altri cannonauti, a diffonderlo anche sul proprio blog. Non possiamo farci mettere il bavaglio!
Michele e Angelo




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7 ottobre 2006

11 settembre: finalmente in campo l’anticomplottismo

Perché gli pseudi-giornalisti investigativi che hanno messo in giro le bufale sull’11/9, non spiegano come mai tali prove sono state smentite dai fatti? Perché le persone che credendoci hanno dato prova di enorme faciloneria, non si pongono domande del tipo “ma se l’aereo sul Pentagono non c’era, allora perché gli esami del DNA hanno dimostrato che le vittime erano tutte sul luogo dell’impatto”? Ma adesso, dopo che intere trasmissioni (Matrix, Enigma ecc….) hanno dato un vergognoso sostegno a codesti complottisti e alle loro squinternate tesi, scende in campo anche l’anticomplottismo. Dopo l’eccellente lavoro di Paolo Attivissimo e del suo staff (ancora in corso peraltro), anche il settimanale Diario ha dato vita ad un’inchiesta tendente ad invalidare le tesi negazioniste dei complottisti dell'11/9. Il lavoro del settimanale si basa sull’inchiesta portata avanti dalla rivista scientifica e di divulgazione tecnica chiamata Popular Mechanics. Due anni fa, infatti, “la rivista promosse un’inchiesta in profondità sull’11 settembre analizzando le teorie cospirazioniste. Mise al lavoro 30 giornalisti e intervistò 300 esperti e concluse, in un numero speciale del marzo 2005, che nessuna delle teorie resisteva alla prova dei fatti. Ora tutto il lavoro è diventato un libro, Debunking 9/11 Myths”.
Come al solito le più autorevoli voci scientifiche, dopo i più eminenti esperti di architettura e ingegneria e i più rinomati centri di ricerca del mondo, si schierano contro queste menzogne. Ma i complottisti, è probabile che continueranno ad avere il prosciutto negli occhi e a fidarsi di un professore di fisica da cui tutti hanno preso le distanze, poiché con tutta probabilità ha smarrito le nozioni di fisica mentre cercava prove sul viaggio di Gesù Cristo in America (Prof. Steven Jones), un teologo strampalato (David Ray Griffin) e un poco rispettato filosofo (James Fetzer). Cosa possano avere a che fare queste materie con l’11/9 è proprio un irrisolvibile mistero (anche più di quello sul cosiddetto buco troppo piccolo nel Pentagono).

 
(di Angelo Fazio)




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6 ottobre 2006

Quando vengono a casa nostra e ci proibiscono di parlare (2)

Jack Straw: "Via il velo per favorire il dialogo"
I musulmani ribattono: "Non è saggio" o "Ci attaccano"


Euronews riferisce oggi una notizia che ci dà un ennesimo spunto per riflettere sulla mancata, difficile e forse impossibile integrazione delle comunità musulmane nei Paesi europei.
L'ex ministro degli esteri britannico Jack Straw ha invitato le donne musulmane a togliere il velo "per facilitare il dialogo tra le comunità" (sempre che questo famigerato dialogo interculturale esista davvero). Apriti cielo! Polemiche a non finire, nonostante Straw abbia tenuto a precisare, secondo me sbagliando (perché mostra un chiaro segno di vigliaccheria) che "il velo che lascia scoperti solo gli occhi non va vietato, ma è come una barriera e per parlare è meglio guardarsi in faccia." Che vuol dire? Aria fritta. Vuol dire che i politici europei non fanno rispettare le leggi. In Italia è proibito per legge girare col burqa, in quanto non consente l'identificazione della persona. Per lo stesso motivo, sui documenti di identità si devono vedere i capelli (circostanza all'origine di numerose proteste filoarabe ogniqualvolta una donna musulmana rifiuta di farsi fotografare senza velo).
Ma, se quanto scritto fin qui vi ha fatto riflettere sulla gravità della situazione, aspettate di sentire una reazione riportata da Euronews. Dapprima è intervistato Hamid Qureshi, della comunità islamica locale, che dice: "Il suo punto di vista - dice Hamid Qureshi, un rappresentante della comunità islamica locale - è molto molto debole e per nulla saggio da parte di una persona del suo calibro." Cioè: non è saggio chiedere (perché Straw non ha preteso nulla, forse sapendo che i musulmani votano il Labour) che chi viene a casa nostra si adegui ai nostri costumi.
Ma non finisce qui. Una giovane musulmana con addosso un velo colorato che le copre i capelli, di nome Catherine Hossain (quindi si suppone sia cittadina britannica, come gli attentatori di Londra), attacca: "Ogni giorno lo si legge nei giornali e in Tv, siamo attaccati, e questo non giova al dialogo. Bisogna riunirsi e discutere tranquillamente, non scrivere articoli precipitosi nella stampa locale".
Siamo arrivati a questo punto: i musulmani vengono nei nostri Paesi, godono di tutte le libertà che sarebbero loro negate nei paesi d'origine, e hanno ancora il coraggio di pretendere che noi ci adeguiamo ai loro costumi! Un'esortazione, pur blanda, si trasforma in attacco contro di loro! E parlano gli appartenenti a una religione il cui profeta esorta a combattere i cani infedeli! Non si può andare avanti così, Europa, Occidente! Svegliatevi! Wake up! come scrisse Oriana Fallaci. Di questo passo fra pochi decenni saremo tutti Alì, Bashid e Saddam.

(di Michele Bondesan - 2. continua)




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6 ottobre 2006

Georgia: partito di Saakashvili vince le amministrative

Il blocco russo rafforza il presidente georgiano

Le président géorgien, Mikhaïl Saakachvili, et son homologue russe, Vladimir Poutine.
Saakashvili e Putin (da Lefigaro.fr)

Alle elezioni amministrative tenutesi ieri in Georgia, il Partito nazionale del presidente Mikhail Saakashvili avrebbe ottenuto, secondo gli exit-poll (di cui ormai non mi fido più) oltre il 70% dei consensi, mentre secondo le organizzazioni non governative si sarebbe fermato al 56%. Questa tornata elettorale è stata molto importante perché si è svolta in coincidenza con l'escalation delle tensioni tra Mosca e Tbilisi, circostanza che ha compattato la popolazione intorno al presidente.
Chi non è contenta di questa coincidenza è Salomè Zurabishvili, già protagonista della "rivoluzione delle rose" e ministra degli Esteri del nuovo governo, passata ora a capofila dell'opposizione. Zurabishvili lamenta che il potere gioca sul riflesso di rimobilitazione nazionalista. La resistenza al nemico esterno è un tema portante ma al tempo stesso la popolazione fa le spese di una querelle con una Russia che si comporta male senza avere in cambio un progresso reale nell'indipendenza del Paese. Uno ha sempre la Russia che cerca. Con il suo falso sciovinismo, Saakashvili mescola fermezza e aggressività. Adula i vecchi demoni e gli istinti primari della Russia ma non ottiene nulla in cambio.
Ad ogni modo, le accuse di "provocazione" e di "ricatto" rivolte da Putin alla Georgia hanno fatto il gioco del Presidente che ora accentua ancor più la vocazione occidentale del paese, manifestando l'ambizione di aderire alla NATO nel 2008, insieme ad alcuni paesi balcanici, una prospettiva che esaspera Mosca.
A mio avviso, Saakashvili deve proseguire sulla strada europea sia perché la Georgia, come la vicina Armenia, è culturalmente europea, sia perché l'adesione alle istituzioni euroatlantiche di Georgia e Ucraina in primis (seguite da Moldavia e compagnia) è il modo migliore per far crollare definitivamente l'URSS. Che cos'è, infatti, la Comunità degli Stati Indipendenti se non una versione più blanda e pseudo-democratica dell'Unione Sovietica? Solo una volta crollata la CSI, anche la Russia potrà avviarsi senza esitazioni verso la "casa comune europea" tanto celebrata da Gorbaciov ma che oggi, con Putin, sembra quanto mai lontana.

(di Michele Bondesan)




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4 ottobre 2006

Nuovi impegni in vista per le truppe UE

1000 effettivi della polizia europea potrebbero essere inviati in Kosovo a sostituire le forze delle Nazioni Unite. L'hanno discusso a Levi, nella Lapponia finlandese i ministri della Difesa dell'Unione, che qui vediamo assistere a un'esercitazione dei reparti anti-sommossa. E' stata la Francia a proporre di coinvolgere in Kosovo la Gendarmeria Europea, da 8 mesi il nuovo corpo di polizia militare dell'Unione, con sede al quartier generale di Vicenza. Ne fanno parte corpi di polizia italiani, francesi, olandesi, spagnoli e portoghesi. Il via libera all'operazione giungerà però soltanto dopo che le Nazioni Unite avranno deciso il futuro della provincia serba a maggioranza albanese. L'inviato speciale dell'Onu, il finlandese Martti Ahtissari è presente a Levi. Entro novembre dovrebbe proporre un nuovo status per il Kosovo: probabilmente un'indipendenza vigilata, nonostante l'opposizione di Belgrado. Sempre in Finlandia, l'Agenzia di difesa europea ha invitato i 25 Stati membri ad aumentare le spese militari. Contingenti europei sono attualmente impegnati in Bosnia-Erzegovina e Congo, ma per il futuro si prevedono già nuovi invii di truppe internazionali in altre aree di crisi. L'obiettivo dell'Unione europea è destinare alle spese militari almeno il 2% del prodotto interno lordo. Oggi solo la Francia e il Regno Unito raggiungono questa soglia, ma lamentano di essere già al limite delle proprie capacità con l'invio di soldati in Iraq, Afghanistan, Libano, Africa e Balcani. Un altro problema è il reclutamento, che è destinato a diventare sempre più caro con il progressivo invecchiamento della popolazione europea.

(EuroNews)

La difesa è uno dei punti-cardine della costruzione europea. Il primo, e unico tentativo di unire le armi europee in un effettivo esercito europeo fu rappresentato dall’assemblea della CED, a cui però disse di no la Francia (come nel caso del trattato costituzionale), bloccando quello che poteva essere l’inizio della costruzione anche politica dell’edificio europeo. Oggi, dopo le guerre in ex-Jugoslavia, negli anni novanta, la dipendenza militare europea con le armi del potente vicino d’oltreoceano (USA) si è accentuata, e di conseguenza anche la difesa europea, appare sempre poco più che un reparto dell’Alleanza Atlantica. Non a caso la struttura di difesa, nota come UEO (Unione Europea Occidentale, in lingua originale WEU), altro non era che un’organizzazione il cui compito era quello di gestire le risorse del quadro Nato. Alla necessità di costituire reparti di difesa prettamente europei ha risposto la PESD (politica si difesa comune, poi confluita nella PESC). La UEO, oggi esiste soltanto formalmente, poiché le sue strutture sono confluite nella PESD (simbolicamente il segretario generale dell’UEO è Javier Solana de Madriaga). La UEO, ha portato alla causa della martoriata difesa europea, le sue efficienti strutture fra cui l’unico centro satellitare realmente operativo. Oggi la strada della difesa europea va avanti con buona volontà, ma con risultati davvero scadenti. Si è arrivati alla costruzione del caccia-combattente EuroFighter, alla creazione della gendarmeria europea (EuroGendFor, di cui si parla ampiamente nell’articolo), di una forza di pronto intervento (EuroCorp), e persino alla costituzione di una unità d’intelligence europea d’analisi congiunta (SitCen, Situation Center). Ma al giorno d’oggi sono ancora le forze armate degli Stati Uniti a far da padroni alla difesa del vecchio continente. Ai tempi della guerra fredda, i missili Cruise e Pearshing, servivano per tenere testa alle testate sovietiche SSN-14 ASW/AS. Oggi a Napoli, l' U.S. Navy dispone, nientedimeno che della sua IV flotta e nella base siciliana di Sigonella e in altre basi del territorio, abbiamo gli squadroni della flotta aerea della U.S. Air Force a vigilare sulla nostra sicurezza. E i missili Patriot e arei-radar Awacs, con le insegne della Nato e non dell’UE, sono simbolo di una dipendenza militare transatlantica ancora molto presente. Le forze armate europee, trovano il loro momento di gloria solo nell’ambito delle missioni Peace-Keeping, vale a dire sono poco più che delle truppe di pace simili ai caschi blu dell’Onu. Di pari passo con lo sviluppo militare va quello dell’intelligence, ma qui un gruppo di paesi più avanzati detto Big Five  (Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Spagna), è restio all’integrazione dei sistemi di sicurezza, al contrario di altri paesi, invece molto disponibili a fondere le unità d’intelligence nazionali. Particolarmente contraria è la Gran Bretagna, che con alcuni paesi extra-europei (USA, Canada, Australia e Nuova Zelanda) condivide il sistema di sicurezza satellitare Echelon. Eppure una agenzia europea d’intelligence appare oggi indispensabile, per rispondere alle minacce di questa epoca (terrorismo, armi WDM e criminalità organizzata), come dimostrarono gli studi di Robert D. Steele e dei ricercatori di Department of Intelligence nel 2003, i quali portarono avanti il progetto  E-CIA (European Central Intelligence Agency).
Una forza militare è oggi indispensabile se un soggetto politico vuole contare di più anche a livello diplomatico, se l’Europa non se ne renderà conto, altri paesi continueranno a trattare nelle questioni importanti solo con gli isolati governi nazionali, e l’Europa politica rimarrà un’utopia. L’amicizia atlantica è necessaria, ma non può continuare ad essere un rapporto di subordinazione. Se a Bruxelles non se ne renderanno conto, sviluppando un’Eurodifesa adeguata, la Nato paritaria sarà sempre più improponibile.

 

(di Angelo Fazio) 




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4 ottobre 2006

Conservatori britannici: sì all'allargamento dell'UE, no all'integrazione

I conservatori britannici hanno detto che, se vinceranno le elezioni, acconsentiranno a un trasferimento di potere all'UE solo con l'approvazione dei cittadini tramite referendum.
Al convegno annuale svoltosi ieri a Bournemouth, il ministro degli esteri ombra, William Hague, ha affermato che i tories si batteranno in futuro per impedire una maggiore integrazione politica dell'Unione Europea. Lo ha detto in risposta ai recenti appelli della Commissione Europea per applicare la votazione a maggioranza anziché quella all'unanimità su temi come l'immigrazione e il terrorismo, in modo da poter decidere in modo più efficiente.
Hague ha sostenuto che il posto del Regno Unito è "in Europa ma non governato dall'Europa" e ha esposto le sue idee su una "nuova visione" dell'Europa come comunità di stati nazione indipendenti che collaborino in modo flessibile e non rigido come oggi. "L'Europa dà il meglio di sé quando accoglie nuovi membri. Guardate in che modo paesi come la Spagna e la Polonia sono state migliorate dall'UE. Ma l'Europa dà il peggio di sé quando le élite politiche cercano di obbligare i loro popoli ad accettare imperi burocratici" ha detto Hague.
Il leader dei Conservatori David Cameron ha espresso la sua aperta contrarietà alla sede di Strasburgo del Parlamento Europeo firmando la petizione "oneseat.eu" per eliminarla.

Intanto cresce il numero dei conservatori contrari all'adesione della Gran Bretagna all'UE, secondo la BBC.
Il deputato euroscettico Philip Davies osserva che "siamo in molti di più a pensarlo e uno dei miei compiti è persuadere gli altri ad avere il coraggio delle loro convinzioni e dirlo apertamente".
"E' tempo di riconoscere che l'UE va riformata e merita di essere tirata fuori dalla sua miseria", ha detto Roger Helmer, eurodeputato conservatore.


(da EUobserver.com)

In quest'articolo c'è qualcosa di (parzialmente) condivisibile anche da parte di europeisti come noi. L'Unione Europea che vogliamo è simile a quella auspicata da William Hague, ossia allargata e flessibile, non ristretta e integrata al massimo. Se l'Unione Europea rinuncerà al sogno dello Stato europeo, optando per una struttura federale che lasci ampio spazio di manovra agli stati membri, mantenendo di esclusiva competenza unitaria solo le materie più importanti, allora gli euroscettici diminuiranno (molti temono il "superstato" che cancella l'identità nazionale) e l'UE potrà essere più dinamica.
Purtroppo, come ho già sottolineato i termini "europeista" ed "euroscettico" sono spesso fonte di equivoci. Noi ci proclamiamo europeisti, ma non nello stesso senso che danno all'europeismo Prodi, Chirac e compagnia. L'europeismo è l'amore per l'Europa, non per la burocrazia di Bruxelles. Europeismo è rispetto delle culture nazionali, non volontà di assimilarle per creare il popolo europeo.
Per questo le parole di Hague mi hanno colpito favorevolmente. Il problema è che, come si evince dalla conclusione dell'articolo, molti deputati conservatori sono ben più radicali e auspicano un'UE ancora più blanda.
Concludendo, a Bruxelles bisogna trovare una via di mezzo: l'Europa deve allargarsi e decentralizzarsi, altrimenti rischia di impantanarsi nella burocrazia per cui oggi molti la disprezzano. Commissari, smettetela di fare indagini sulla "capacità di assorbimento" dell'UE (molti non capiscono neanche cosa significa) e iniziate a lavorare perché l'Europa di domani possa essere più dinamica, più libera, più "unita nella diversità" di quanto non lo sia oggi!

(di Michele Bondesan)




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3 ottobre 2006

ONU: BAN KI-MOON, PIACE ALL'ITALIA IL NUOVO SEGRETARIO GENERALE



New York, 3 ott (Velino) - Sarà il ministro degli Esteri coreano Ban Ki-Moon il segretario generale dell’Onu a partire dal gennaio 2007. La votazione di ieri al Consiglio di Sicurezza, la quarta da luglio ma la prima con le schede differenziate tra membri permanenti e non permanenti, ha evidenziato come Ban fosse l’unico candidato in lizza in grado di ottenere consensi trasversali: l’indiano Shashi Tharoor, secondo classificato negli “straw-poll”, aveva contro la Cina, così come la lettone Vaira Vike-Freiberga non era gradita dalla Russia. A favore del ministro coreano ha pesato inoltre la tradizione che vuole il segretario generale proveniente da un paese piccolo e non nuclearizzato. È asiatico, come vuole la regola non scritta della rotazione tra i gruppi regionali e potrebbe essere assai utile nella fase finale del negoziato a sei sul nucleare nordcoreano. Con gli occhi già puntati sulla poltrona di segretario generale, in veste di ministro degli Esteri Ban aveva sempre evitato di assumere posizioni troppo marcate contro lo scomodo vicino, tenendo ben saldo il rapporto con la Cina. La nomina del sessantaduenne coreano, che dovrà essere ufficializzata da un voto del Consiglio di Sicurezza il 9 ottobre e da una conferma dell’Assemblea generale poco dopo, è vista di buon occhio anche dall’Italia, che per la prima volta troverà sullo scranno più alto dell’organizzazione un politico che condivide le sue idee in materia di riforma del Consiglio di Sicurezza. La Corea del Sud è infatti uno dei paesi che compongono “Uniting for Consensus”, il gruppo fondato dall’Italia al Palazzo di vetro che si oppone alla nascita di nuovi membri permanenti. È chiaro che il processo di riforma non viene gestito direttamente dal segretario generale ma quest’ultimo ha poteri di indirizzo che possono risultare rilevanti. Kofi Annan, per esempio, nel 2004 dispose la nascita di un gruppo di esperti, detto “High level panel”, per favorire lo sviluppo della riforma. L’esito del lavoro del panel condusse poi alla battaglia che si svolse nel 2005, quando il G4 (Germania, Giappone, India e Brasile) fu a un passo dall’imporre il proprio modello di riforma. Una situazione difficilmente ripetibile con Ban Ki-Moon, che anche se non potrà favorire in maniera smaccata le posizioni dell’Italia sarà un arbitro senz’altro più compiacente di Annan e del suo predecessore Boutros Ghali, che avrebbero volentieri accontentato le ambizioni dei “grandi pretendenti”.

(di Giampiero de Andreis)

Una riflessione: possibile che i vari ambasciatori che rappresentano i loro paesi in seno all’ONU, o meglio le grandi potenze (veri arbitri dei destini di quello che si ritiene sia l’unico organo di global governance) non si rendano conto che, è una scelta un tantino impropria per un’organizzazione al di sopra delle parti, scegliere un cittadino di un paese, impegnato in un’accanita bagarre nucleare? Proprio oggi, Piongyang annunciava la ripresa dei test balistici.
Ki-Moon è stato definito, in maniera ironica un “Kofi decaffeinato”, a sottolineare le differenze con l’illustre predecessore. Una personalità importante, ma non fortissima la sua. Dovrà gestire una grande riforma e modernizzare un’organizzazione che necessiterebbe di maggiore forza d'incidere, ovvero  che possa realmente essere in grado di gestire le crisi in maniera concreta ed ostacolare il terrorismo. Ciò non sarà possibile, finchè i rappresentanti nazionali dibatteranno settimane intere sul punto o sulla virgola, o finchè paesi  che hanno la democrazia come optional, faranno parte di organi funzionali al rispetto dei diritti umani (barzelletta). La soluzione? Può venire dal movimento americano Neocon, il quale ha proposto di creare una lobby di democrazie fuori dal palazzo di vetro in grado di mettere le barbare dittature sempre in minoranza, ma se poi la Russia concede protezione diplomatica ad Ahmadinejad e Lukashenko, stiamo freschi! Nulla a che vedere con quei simpaticoni del NY Times che ne proponevano addirittura la soppressione. E l’Europa? Beh, non sarebbe male vederla rappresentata con un unico seggio, ma suvvia, mettiamoci dalla parte dei poveri governi francese, inglese e tedesco! Voi rinuncereste alla possibilità di vedere i vostri diplomatici ai posti di comando della grigia burocrazia del Palazzo di vetro, in quel di New York, oppure all’opportunità di avere un seggio permanente al consiglio di sicurezza (magari assieme ad altre potenze regionali)? Se poi l’Europa nel XXI secolo non conterà più nulla, pazienza. Pensate che quei poveri ingenui dell’Unione Africana il seggio unico lo hanno addirittura chiesto in maniera compatta. Comunque, vero è che tutto quel ben di Dio di proclami che sono scritti nel documento costitutivo, viene puntualmente, smentito di continuo e i padri fondatori della conferenza di San Francisco (1944) ne sarebbero davvero orgogliosi. Al segretario generale è chiesto un compito piuttosto arduo, cioè, renderli operativi e concreti. Ma finchè il dittatore siederà a fianco del capo di governo di una democrazia avanzata, e farà parte della Commissione per i diritti umani, tutto ciò è decisamente improbabile. Auguri Ki-Moon, e buon lavoro!

 
(di Angelo Fazio)




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