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26 gennaio 2008

Ex cancelliere Schimdt fuma a teatro: denunciato

La Germania, come il resto d'Europa compresa l'Italia, ha adottato severe regole contro il fumo nei luoghi pubblici mettendo in difficoltà alcuni accaniti fumatori come l'ex cancelliere Helmut Schmidt (89 anni) e la moglie Loki (88), colti a fumare a teatro.
I due sono stati ripresi dalla televisione mentre fumavano con gusto in un teatro di Amburgo, e questo ha spinto un'associazione di non fumatori tedesca a denunciarli alla magistratura. "Abbiamo denunciato Schmidt e la moglie per lesioni fisiche e violazione della legge per la tutela dei non fumatori, in vigore dal 1 gennaio anche a Amburgo", ha annunciato oggi il presidente dell'associazione non fumatori di Wiesbaden, Horst Kaiser. Un portavoce della magistratura di Amburgo, Ruediger Bagger, ha confermato. "Abbiamo ricevuto la denuncia e stiamo verificando dal punto di vista legale", ha detto Bagger, secondo il quale non è chiaro se i due anziani fumatori rischiano qualche punizione. Schmidt, che ha compiuto da poco 89 anni essendo nato il 23 dicembre 1918, è stato cancelliere della Germania occidentale durante gli "Anni di Piombo" del terrorismo di sinistra (é rimasto alla cancelleria dal 1974 al 1982). Non ha mai rinunciato a fumare e anche recentemente è stato visto in talkshow della televisione tedesca mentre si accendeva una sigaretta dopo l'altra. Loki Schmidt, la moglie dell'ex cancelliere, in un recente sondaggio è arrivata al primo posto nella classifica delle donne più amate della politica tedesca, prima anche della cancelliera Angela Merkel, classificatasi seconda.

(ANSA, 25 gennaio 2007)


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18 dicembre 2007

Miss Belgio eletta e fischiata: non sa il fiammingo

Nel Belgio a rischio implosione fa politica, e scandalo, anche una miss, se non sa parlare il fiammingo. E' accaduto alla ventenne Alizee Poulicek, eletta miss Belgio ad Anversa, nel cuore delle Fiandre, e fischiata da 5 mila persone per non aver saputo rispondere a una semplice domanda in fiammingo. I giornali parlano più di lei che del premier incaricato Verhofstadt.
La ragazza è francofona, parla il ceco e l'inglese e risiede in Belgio da soli 6 anni, ma ciò non basta a scusarla agli occhi dei fiamminghi. Lei ha promesso che si metterà a studiare: "Sarà un po' difficile per me. Mi sento un po' persa. Vorrei poter comunicare anche in fiammingo e posso prendere lezioni. Anzi ho già cominciato e ho fatto già un po' di progressi".
Il fiammingo è la lingua di 6 belgi su 10. Era dal 2003 che non veniva eletta una miss francofona.

(da EuroNews)


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24 ottobre 2007

Perché dobbiamo dirci cristiani

Cattolico. Perché non dobbiamo rassegnarci a un mondo senza Dio

AUTORE: Sichére B.

Cattolico. Perché non dobbiamo rassegnarci a un mondo senza Dio

COLLANA: I Pellicani

PAGINE: pp. 144

ILLUSTRAZIONI: N° No

FORMATO: cm. 14x21

PREZZO: euro 14,00


ISBN: 978-88-7180-697-6


IL LIBRO

Lo spettro che oggi si aggira per l’Europa non è quello del «ritorno delle religioni», o del «buon Dio» di una volta, come certi laici, ossessionati dai loro principi, sembrano credere. È piuttosto quello del nichilismo, la feroce religione di coloro che non credono in nulla e che vorrebbero persino impedire agli altri di credere – o che credono in un certo numero di idoli, quali il potere, il denaro, il dominio sugli altri.
Le grandi religioni che hanno fatto la nostra storia – il cristianesimo in primo luogo – e che rappresentano una parte non indifferente della nostra identità, stanno perdendo terreno e si trovano senza eredi, al punto che sembriamo persino dimenticare da dove veniamo e colui che si dichiara credente e praticante appare come uno strano animale.
Ma Bernard Sichère, un filosofo che orgogliosamente afferma «sono nato cattolico e morirò cattolico», non pensa affatto di essere una bestia rara; anzi, ai suoi occhi, la bestia rara è la nostra epoca, con i suoi mortiferi luoghi comuni.
In queste pagine, sempre intense, spesso appassionate, Sichère cerca di spiegare chi è lui come uomo, in cosa crede, quali sono i punti fermi del suo «universo». Si pone le domande di sempre (perché esiste il male? cos’è il peccato? e il perdono? perché la preghiera? cosa ci aspetta dopo la morte?) e quelle che oggi sembrano particolarmente urgenti (riguardo al sesso, all’aborto, all’omosessualità ecc.).
Per Sichère, filosofare significa infatti dar conto della sua idea di Dio e della sua relazione con Lui.

L'AUTORE

BERNARD SICHÈRE, maître de conférences all’Università di Parigi VII, filosofo e romanziere, ha collaborato alle riviste «Tel Quel», «L’Infini» e «Temps Modernes». Ha pubblicato, tra l’altro, Le Dieu des écrivains (Gallimard, 1990), Splendeur de Fawzi (Pauvert, 2002), Seul un Dieu peut encore nous sauver (Desclée de Brouwer, 2002), Le Jour est proche (Desclée de Bouwer, 2003).

(da www.lindau.it)



21 agosto 2007

Maks 2007. La Russia punta al dominio dei cieli

La vetrina per mostrare al mondo le proprie ambizioni. Si è aperto a Zhukovsky vicino a Mosca, Maks 2007, il salone aeronautico attraverso il quale la Russia vuole riproporsi come potenza mondiale dell'aviazione civile e militare. Per la prima volta fa la sua comparsa la Compagnia aeronautica russa riunificata, la società, voluta dal presidente russo Vladimir Putin, che ha raccolto, sotto lo stesso marchio, i principali produttori aeronautici del paese.
"Questa è l'occasione per un confronto tra i massimi esperti del settore - ha affermato Putin - ricercatori, ingegneri, costruttori. Non è solo un'esibizione, ma un importante momento di sviluppo dell'aeronautica". L'inaugurazione di Maks 2007 segue di qualche giorno il minaccioso annuncio del Cremlino che ha intenzione di riprendere i voli dei bombardieri strategici su base permanente.
Per dare consistenza al proclama Mosca ha annunciato investimenti per 235 milioni di euro all'anno fino al 2010. Il salone resterà aperto sino al 26 agosto.

(da EuroNews)


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5 luglio 2007

Olimpiadi invernali 2014 a Sochi

Mosca - Vladimir Putin ha convinto il Cio. Le Olimpiadi invernali del 2014 si svolgeranno a Soci. La località sul Mar Nero si è aggiudicata i Giochi in programma tra sette anni, battendo nella votazione di Città del Guatemala le candidature rivali. Nella votazione finale, Soci ha superato 51-47 la sudcoreana Pyongyang. Nel primo round, era uscita di scena l’austriaca Salisburgo. Quando Jaques Rogge, presidente del Cio, ha letto il nome della città vincitrice, Putin era già in volo per Mosca. Il blitz del presidente russo, che ha illustrato al Comitato olimpico le qualità "uniche" di Soci, ha fatto effetto. La Russia ospiterà per la prima volta la versione invernale delle Olimpiadi, mentre la Corea del Sud incassa il secondo flop: dopo il fallimento per appena tre voti dell’assalto ai Giochi del 2010 assegnati a Vancouver, è sfumato anche il sogno del 2014. La delusione aumenta alla luce del risultato della prima votazione: Pyongyang 36, Soci 34 e Salisburgo 25.
Nel ballottaggio decisivo, però, la situazione è cambiata radicalmente. Si andrà in riva al Mar Nero, dunque. Dalle spiagge si vedono le montagne, come ha detto Putin, e la neve vera è garantita. Al momento, però, non c’è nemmeno uno degli 11 siti olimpici presentati dai sostenitori della candidatura. Per garantire Giochi "memorabili", verranno stanziati 12 miliardi di dollari: un elemento non trascurabile, soprattutto se si considera che la candidatura di Salisburgo è stata depennata immediatamente proprio per una valutazione finanziaria. Il Cio ha mostrato fiducia totale nel progetto della cittadina di 400mila abitanti. A 34 da Mosca 1980, quindi, le Olimpiadi torneranno in Russia. Già scelte le date: si gareggerà dal 7 al 23 febbraio del 2014. L’Olympic Park sorgerà a circa 25 km dal centro della città, ospiterà gli eventi sul ghiaccio, il villaggio degli atleti e le cerimonie di premiazione. Le gare di sci, invece, si svolgeranno nella località di Krasnaya Polyana.

 
(da Il Giornale)


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5 maggio 2007

Appello laico in difesa della famiglia (Fondazione Magna Carta)

Che paese sarà l’Italia fra trent’anni? Troppi ritengono che questa domanda riguardi soltanto i cattolici. Ma non è così. Essa riguarda tutti. Riguarda tutti il deteriorarsi evidente della società italiana, così come gli esempi sempre più frequenti della nostra clamorosa debolezza nel formare le nuove generazioni. E proprio a nessuno è dato ignorare i drammatici segni di collasso sociale provenienti dai paesi più “civili” del nostro, che in tanti casi ci vengono additati ad esempio di progresso e libertà. A rigore, queste situazioni riguardano proprio coloro che si dichiarano laici e liberali. Poiché se una società libera non riesce a formare nuovi individui in grado di gestire responsabilmente la libertà, il suo livello di autoritarismo sarà fatalmente destinato a crescere.
L’Italia di oggi è figlia dell’Italia degli ultimi quarant’anni: l’Italia del miracolo economico e della modernizzazione tumultuosa; del benessere e del consumismo; della secolarizzazione che, tra l'altro, ha portato con sé il divorzio e l’aborto. Non intendiamo oggi rinnegare quella trasformazione, che ha fatto crescere la libertà personale più di quanto non sia – forse – mai accaduto nella storia del nostro Paese. Dobbiamo però smettere di far finta di non aver pagato nessun prezzo, e, laicamente, aggiornare le nostre convinzioni alle esigenze della nostra epoca. Dobbiamo chiederci se la società italiana non sia già oggi diventata del tutto incapace di educare alla libertà i suoi nuovi cittadini. E, per questo, se un colpo ulteriore a quel poco di struttura sociale che ci è rimasto non significhi mettere in pericolo proprio quella libertà individuale che, nelle intenzioni, si vorrebbe ancor più accrescere.
La famiglia della tradizione occidentale ha rappresentato una prima cellula di organizzazione sociale la cui nascita ha preceduto, e di gran lunga, l’affermazione dello Stato moderno. La sua disciplina e la sua tutela si sono storicamente evolute. Ma sempre essa ha mirato a soddisfare due esigenze imprescindibili: assicurare una procreazione socialmente ordinata, indispensabile per la formazione delle nuove generazioni e per la stessa sopravvivenza dell’umanità; tutelare i soggetti meno protetti, come i figli e il coniuge più debole.
Oggi questa storia e quest’evoluzione sono messe in forse da due fenomeni diversi, ma convergenti nei loro effetti. Da un lato il diffondersi di modelli familiari provenienti da altre culture, nelle quali la dignità della persona non è altrettanto tutelata (l’esempio della condizione della donna nei rapporti poligamici risulta, in tal senso, emblematica); dall’altro la tendenza ideologica, sempre più diffusa, a relativizzare il senso delle conquiste di libertà e civiltà fin qui conseguite, e a completare l’opera di destrutturazione del quadro sociale che le ha rese possibili. Tendenza che proviene dal seno stesso della nostra cultura.
La dignità della persona è così messa in pericolo da nuovi e incalzanti fattori di crisi che hanno per teatro l’intero Occidente: la pressione problematica dei processi d’integrazione; il calo demografico e il conseguente invecchiamento delle nostre società; la preoccupante emersione di fenomeni di contro-modernizzazione. Per contrastare questi fenomeni occorrono la mobilitazione e il risveglio di tutto il nostro patrimonio culturale e del meglio della nostra tradizione. Di quel patrimonio e di quella tradizione, invece, indebolendo la famiglia e i suoi istituti scegliamo di oscurare le fondamenta. Tutto ciò ancor più che sbagliato ci appare delittuoso.
In questo contesto, la legittima ricerca di nuove e più ampie libertà personali, anche nel campo della sessualità, può e deve avvenire allargando la sfera dei diritti individuali. Non è stata però questa la via prescelta dal progetto di legge fin qui denominato “Dico”, concepito in larga misura all’interno di una logica statalistica: una soluzione pasticciata e ibrida, tale da generare un surrogato di famiglia che sul versante delle coppie omosessuali non trova giustificazione, e che su quello delle coppie eterosessuali fa concorrenza alla famiglia fondata sul matrimonio anche soltanto civile, indebolendo piuttosto che rafforzando il contesto sociale nel quale si formano i nuovi individui.
La sopravvivenza della famiglia, dunque, non può riguardare solo i cattolici. Essa spetta a tutti quanti siano consapevoli del contributo che essa ha dato all’allargamento della libertà individuale e alla dignità della persona umana, e di quanto queste conquiste, nel nuovo secolo, appaiano precarie e in pericolo. Noi, credenti e non credenti, riteniamo perciò necessario mobilitarci insieme a difesa della famiglia, di ciò che essa ha rappresentato e continua a rappresentare nonostante le crescenti difficoltà e le inevitabili contraddizioni. Siamo certi che vi siano strade attraverso le quali la libertà della persona possa affermarsi senza negare o contraddire quanto edificato dalle generazioni passate. Siamo altrettanto certi, però, che quelle strade non passino per i “Dico”.
Per queste ragioni ci costituiamo in “comitato per la difesa laica della famiglia” e, per questo, contro i Dico; impegnandoci ad assumere tutte le iniziative utili a evitare che una controversia civile si risolva in un insensato conflitto tra laici e cattolici.

Paolo ARMAROLI Docente di Diritto parlamentare e pubblico comparato - Università di Genova
Massimo ARSETTI Segretario Generale del Partito Real Democratico
Pierluigi BARROTTA Direttore dell'Istituto italiano di Cultura a Londra
Sergio BELARDINELLI Docente di Sociologia - Università di Bologna - sede di Forlì
Yassine BELKASSEM Vice Presidente Confederazione della comunità marocchina in Italia
Adriana BOLCHINI Presidente ODDII - Osservatorio del diritto Italiano e Internazionale
Alessandro BOTTO Consigliere di Stato
Danilo BRESCHI Vice Direttore Fondazione Ugo Spirito
Giuseppe BUTTA' Docente di Storia delle dottrine politiche nell'Università di Messina
David CANTAGALLI Direttore Editoriale - Casa Editrice Cantagalli
Emanuele CASTRUCCI Docente di Filosofia del diritto nell'Università di Siena
Francesco CAVALLA Docente di Filosofia del diritto nell'Università di Padova
Giuliano CAZZOLA Docente di Diritto della previdenza sociale - Università di Bologna
Ginevra CERRINA FERONI Docente di Diritto pubblico costituzionale italiano e comparato - Università di Firenze
Giuseppe COLOMBO Docente di Economia e organizzazione aziendale e Economia dei sistemi industriali - Università di Firenze
Valentina COLOMBO Ricercatrice IMT Lucca
Luigi COMPAGNA Docente di Storia delle dottrine politiche - Università Luiss Guido Carli di Roma
Manlio CORSELLI Docente di Filosofia politica - Università di Palermo
Girolamo COTRONEO
Docente di Storia della filosofia -
Università di Messina

Raimondo CUBEDDU Docente di Filosofia politica nell'Università di Pisa
Giacomo ELIAS Docente di Fisica tecnica ambientale - Università di Milano; membro del CNVSU (Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario)
Dounia ETTAIB Presidente Associazione donne immigrate in Lombardia
Massimo L. FANFANI Docente di Storia della lingua italiana - Università di Firenze
Dario FERTILIO Portavoce dei Comitati delle Libertà
Roberto FESTA Docente di Filosofia della scienza nell'Università di Trieste
Stefania FUSCAGNI Docente di Storia antica - Università di Firenze
Ivo Stefano GERMANO Docente di Sociologia - Università del Molise
Fabio GRASSI ORSINI Docente di Storia contemporanea - Università di Siena
Ahmed HABOUSS Presidente Comitato scientifico CMI
Giorgio ISRAEL Docente di Matematica - Università La Sapienza di Roma
Gerardo NICOLOSI Docente di Storia contemporanea - Università di Siena
Giovanni ORSINA Docente di Storia contemporanea - Università Luiss Guido Carli di Roma
Enrico PAOLETTI Presidente Società Dante Alighieri
Giuseppe PARDINI Docente di Storia contemporanea - Università del Molise
Francesco PERFETTI Docente di Storia contemporanea - Università Luiss Guido Carli di Roma
Roberto PERTICI Docente di Storia contemporanea - Università di Bergamo
Gaetano REBECCHINI Presidente del Centro di Orientamento Politico
Salvatore REBECCHINI Centro di Orientamento Politico
Angela RENDO Pubblicista giornale Almaghrebiya
Sergio RICOSSA Economista, Presidente onorario Istituto Bruno Leoni
Souad SBAI Presidente ACMID-Donna (Associazione comunità marocchina delle donne in Italia)
Donato TRIGIANTE Docente di Matematica - Università di Firenze
Rosaria TUTINO Casa Editrice Cantagalli
Nicolò ZANON Docente di Diritto costituzionale - Università di Milano

Parlamentari

On. Sandro BONDI Coordinatore Nazionale Forza Italia
Sen. Renato SCHIFANI Presidente del Gruppo Forza Italia - Senato -
On. Elio VITO Presidente del Gruppo Forza Italia - Camera -
Sen. Roberto CASTELLI Presidente del Gruppo Lega Nord Padania - Senato
Sen. Mario BACCINI Vice Presidente del Senato - UDC
Sen. Rocco BUTTIGLIONE Presidente UDC
Sen Gaetano QUAGLIARIELLO Forza Italia - Presidente della Fondazione Magna Carta
Sen. Maria Elisabetta ALBERTI CASELLATI Forza Italia
On. Gioacchino ALFANO Forza Italia
Sen. Paolo AMATO Forza Italia
On. Francesco Maria AMORUSO A.N.
Sen. Roberto ANTONIONE Forza Italia
Sen. Franco ASCIUTTI Forza Italia
Sen. Alberto BALBONI A.N.
Sen. Giampaolo BETTAMIO Forza Italia
Sen. Anna Cinzia BONFRISCO Forza Italia
Sen. Giorgio BORNACIN A.N.
On. Donato BRUNO Forza Italia
Sen. Maria BURANI PROCACCINI Forza Italia
Sen. Alessio BUTTI A.N.
On. Cesare CAMPA Forza Italia
Sen. Francesco CASOLI Forza Italia
On. Francesco COLUCCI Forza Italia
On. Stefania CRAXI Forza Italia
Sen. Sergio DIVINA Lega Nord
On. Luigi FABBRI Forza Italia
Sen. Paolo FRANCO LNP
Sen. Dario FRUSCIO LNP
On. Elisabetta GARDINI Forza Italia
On. Maurizio GASPARRI A.N.
On. Mariastella GELMINI Forza Italia
Sen. Enzo GHIGO Forza Italia
Sen. Cosimo IZZO Forza Italia
Sen. Giuseppe LEONI LNP
Sen. Franco MALVANO Forza Italia
Sen. Giulio MARINI Forza Italia
On. Salvatore MAZZARACCHIO Forza Italia
On. Giustina MISTRELLO DESTRO Forza Italia
Sen. Emiddio NOVI Forza Italia
Sen. Nitto Francesco PALMA Forza Italia
On. Antonio PALMIERI Forza Italia
Sen. Antonio PARAVIA A.N.
Sen. Andrea PASTORE Forza Italia
On. Riccardo PEDRIZZI A.N.
On. Paola PELINO Forza Italia
On. Antonio PEPE A.N.
Sen. Enrico PIANETTA Forza Italia
Sen. Lorenzo PICCIONI Forza Italia
Sen. Francesco PIONATI UDC
Sen. Massimo POLLEDRI LNP
Sen. Guido POSSA Forza Italia
On. Enzo RAISI A.N.
Sen. Luigi RAMPONI A.N.
On. Maurizio RONCONI UDC
On. Paolo RUSSO Forza Italia
Sen. Maurizio SACCONI Forza Italia
On. Stefano SAGLIA A.N.
Sen. Fedele SANCIU Forza Italia
Sen. Paolo SCARPA BONAZZA BUORA Forza Italia
Sen. Luigi SCOTTI Forza Italia
Sen. Gustavo SELVA A.N.
Sen. Lucio STANCA Forza Italia
Sen. Antonio TOMASSINI Forza Italia
On. Renzo TONDO Forza Italia
Sen. Giuseppe VALDITARA A.N.
On. Mario VALDUCCI Forza Italia
On. Denis VERDINI Forza Italia
Sen. Pierantonio ZANETTIN Forza Italia

(da Fondazione Magna Carta, www.magna-carta.it)




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10 febbraio 2007

Speciale "Giornata del ricordo"/3: il testo di legge

Legge n. 92 del 30 marzo 2004:

La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale "Giorno del ricordo" al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della piu' complessa vicenda del confine orientale. Nella giornata [...] sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell'Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresi' a preservare le tradizioni delle comunita' istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all'estero.

Un grazie di cuore al governo Berlusconi per aver rotto il tabù che regnava su questi fatti vergognosi. Con questa legge non solo si è ristabilita giustizia nei confronti degli infoibati e degli esuli istriani, fiumani e dalmati, ma si è anche dato il via a un dibattito storiografico molto importante.




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10 febbraio 2007

Speciale "Giornata del ricordo"/2: la scomparsa degli italiani di Zara

Zara, così scomparvero i due fratelli Luxardo

Clicca per ingrandire

Il più vecchio era Nicolò, nato a Zara nel 1886. Era il più grande dei tre fratelli proprietari della premiata fabbrica di liquori Fratelli Luxardo, celebre in Italia per il Maraschino. Con i fratelli minori Pietro (nato nel 1892) e Giorgio, Nicolò guidava un’azienda di 250 dipendenti in una città abitata da circa ventimila italiani e da una minoranza slava di duemila anime. La famiglia veniva dalla Liguria: nel 1821 un Girolamo Luxardo era approdato nella città dalmata (a quell’epoca appartenente all’imperial-regio governo austriaco) e aveva trasformato il «rosolio maraschino» di antica tradizione zaratina in un prodotto industriale di successo.
Zara era stata annessa al Regno d’Italia nel 1920 con il Trattato di Rapallo, diventando la più piccola provincia d’Italia, poco più di un chilometro quadrato di territorio, ampliato con la legge 18 maggio 1941, quando nuove terre dalmate erano state annesse all’Italia e venne creato il Governatorato della Dalmazia, retto da Giuseppe Bastianini prima e da Francesco Giunta poi.
Dopo l’8 settembre 1943, la Dalmazia viene occupata dai tedeschi. A Zara vi sono soltanto un migliaio di soldati della Wehrmacht ma gli emissari del maresciallo Tito convincono gli anglo-americani dell’importanza strategica e logistica della città, che verrà sottoposta per ben 54 volte a pesantissimi bombardamenti che provocheranno più di duemila morti. In questo difficile momento, Nicolò e Pietro Luxardo sono due figure di riferimento per la città. Nicolò, sposato con la milanese Bianca Ronzoni, è stato volontario nella prima guerra mondiale ed è decorato di ben due medaglie d’argento. Presidente della Camera di commercio, è anche deputato della città di Zara. Dopo l’ingresso dei tedeschi in città, si è adoperato in tutti i modi contro l’ipotesi di una cessione della città ad uno Stato indipendente di Croazia. Per lui, come per la maggioranza degli zaratini, Zara è italiana.
L’inverno 1943-44 è durissimo, i continui bombardamenti hanno ridotto la città un cumulo di macerie. In primavera Nicolò e Bianca si trasferiscono a Selve, una delle tante isolette del mare di Zara. Lì, il 30 settembre 1944, Luxardo viene prelevato dai partigiani titini e scompare. Di lui non si hanno più notizie e neppure di sua moglie Bianca. Si saprà poi che entrambi sono stati buttati in mare tra Selve e l’Isola Lunga e fatti annegare a colpi di remi.
Anche il fratello minore, Pietro, è persona di spicco. Direttore di produzione della Luxardo, è vicepresidente della Provincia di Zara e consigliere della filiale zaratina della Banca d’Italia. Nel tremendo inverno, sotto l’infuriare delle bombe, Pietro Luxardo fa sfollare la moglie e i due figli in campagna. Lui rimane in città, abitando in una baracca appoggiata al muro del cimitero, per cercare di portare avanti l’azienda. Ma anche la Luxardo è distrutta dalle bombe. Pietro gira in bicicletta la città e i piccoli centri vicini per consegnare la liquidazione ai dipendenti rimasti senza lavoro. «A tutti i dipendenti - racconta oggi il nipote Franco Luxardo - sia italiani sia slavi».
I partigiani di Tito entrano nella città distrutta il 1° novembre 1944, Pietro fa parte della piccola delegazione civile che li riceve e l’indomani effettua anche le consegne ufficiali della Banca d’Italia alle nuove autorità. Lo arrestano il giorno stesso insieme al viceprefetto Giacomo Vuxani, all’arcivescovo Pietro Doimo Munzani e a un gruppo di cittadini, tutti detenuti nella caserma «Vittorio Veneto». Due notti dopo viene prelevato da una pattuglia partigiana. Nell’uscire lascia a un vicino di pagliericcio il suo orologio: «Cerca di farlo avere a mio figlio». Da quel momento, anche di lui non si saprà più niente. Solo voci che affermano di averlo visto salire, sotto la minaccia di uomini armati, su una barca a motore che ha poi preso il largo verso il Canale di Zara. La sentenza di morte presunta del Tribunale di Venezia, in data 10 ottobre 1950, parla di «annegamento».
La scomparsa dei tre cittadini (ma si calcolano circa 180 gli zaratini uccisi durante l’occupazione titina) ha un macabro seguito. A un anno dall’uccisione, Nicolò Luxardo venne citato in giudizio davanti al tribunale di Zara per rispondere di azioni «contro il popolo e lo Stato» e condannato a morte «in contumacia» il 22 novembre 1945. Alla condanna venne aggiunta la confisca dei beni che era poi quanto interessava alle autorità comuniste: mettere le mani sulla Luxardo. Per dieci anni alla famiglia fu fatto credere che fosse internato in un campo di prigionia in qualche zona della Jugoslavia. Anche per Pietro la pretura di Zara emise il 6 marzo 1946 un decreto di «confisca dei beni» perché l’industriale «era stato condannato a morte dal tribunale militare», senza fornire alcun particolare sulle modalità dell’esecuzione.
Nicolò Luxardo ha raccontato questa odissea in un libro, Dietro gli scogli di Zara. L’unico superstite, Giorgio, ha ricostituito a Torreglia di Padova l’azienda di famiglia che ora viene condotta dagli eredi Luxardo.

(Il Giornale)




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10 febbraio 2007

Speciale "Giornata del ricordo"/1: in troppi dimenticano o vogliono dimenticare

Foibe, la memoria cancellata nei libri di scuola

Lo dice la parola stessa: è il giorno del ricordo. Sarebbe umano e giusto ricordare anche questo: migliaia di anonimi italiani, sgraditi ai disegni di Tito, buttati nell'abisso delle grotte carsiche, chiamate foibe. Tutto in poche settimane, dal primo maggio a metà giugno 1945. Italiani dissolti nel nulla. Spariti dall'anagrafe, spariti dalla storia.
Proprio così, è sempre importante ricordare: perché le nuove generazioni sappiano, perché non ci sia più nessuno che si lasci tentare nuovamente da strane idee. Il problema sorge quando la memoria difetta a chi la memoria dovrebbe custodire e magari stimolare. Agli storici. È un problema in cui mi sono imbattuto in questi giorni, quando mio figlio di tredici anni mi ha chiesto qualcosa sull'argomento. Come faccio sempre, mi sono limitato a un'esposizione sommaria: cosa sono le foibe, dove sono, che cosa è successo, salvo invitarlo subito a precisare meglio sul suo libro di storia.
Mio figlio frequenta la terza media di una scuola statale piuttosto seria. Ha libri di testo ritenuti ugualmente seri. L'altro pomeriggio mi si è ripresentato davanti con il libro di storia. Papà, mi ha detto sfogliando, qui non c'è niente delle foibe. Come, niente. Mi è sembrato impossibile. Non c'era nulla sui testi della mia epoca, trenta o quarant'anni fa, e so pure perché. Ma ormai delle foibe si è ricominciato a parlare da diversi anni, anche le edizioni più lente e più pigre hanno avuto tutto il tempo per colmare il vuoto. Lo confesso: ho subito dubitato di mio figlio. Non hai visto, siete troppo superficiali, non avete metodo nello studio: le solite paternali che partono in automatico dai pulpiti adulti. Lui, con garbo, mi ha passato il libro: prova tu, cerca.
Non facciamola troppo lunga: sul libro le foibe non compaiono. Sparite nel nulla, come i cadaveri che hanno risucchiato sessant'anni fa.
Vogliamo parlare di dimenticanza? Per favore, non scherziamo. Se di semplice distrazione si trattasse, sarebbe pure peggio. Gli autori di questo libro - prodotto da un editore come Bruno Mondadori, non da un cioccolataio qualunque - sono addirittura tre. Non voglio neanche pensare che soffrano tutti e tre di amnesie: sarebbe tremendo, anzi diciamo pure un po' grottesco, per gente che campa sulla memoria.
Che cosa, allora? Perché, allora? Se sulle stesse pagine è già possibile trovare le prime ricostruzioni e le prime spiegazioni dell'11 settembre, della mondializzazione e del trattato di Maastricht, non posso certamente concludere che agli autori sia mancato il tempo per aggiornare il lavoro. Guardando le diciture di retrocopertina, il volume risulta chiuso nel 2005. Cioè in un'epoca comunque segnata dal dibattito sulle foibe. I tre autori possono essere anche corti di memoria, ma non credo siano pure tutti e tre sordi.
È persino inutile aggiungere che ulteriori ricerche su altri volumi hanno dato analoghi, avvilenti risultati. Difficilissimo trovare le foibe sui testi delle nostre scuole. Pittoresco: vorremmo che le future generazioni non dimenticassero un avvenimento che neppure trovano sui libri di storia. Ovviamente non è la prima volta che si discute su certe stranissime lacune, su certe omissioni sospette, su certi buchi neri dei nostri testi scolastici. Come ha scritto il vecchio Tolstoj, la storia la scrivono sempre i vincitori. Purtroppo, è risaputo: certi storici e certe case editrici temono di inserire certi argomenti nei loro libri, perché questo può comportare l'ostracismo di tanti professori che scelgono il testo. Nella scuola italiana è facile trovare libri o dispense che parlino della pena di morte negli Stati Uniti. È difficile però trovarne che parlino delle 25mila esecuzioni negli ultimi anni in Cina. Non sono amnesie: sono scelte. Di opportunismo.
Almeno sulle foibe sarebbe però il caso di piantarla, con i pudori e le reticenze. Quale Italia andiamo a costruire, se ancora portiamo nelle nostre aule questi tabù culturali, questi pregiudizi ideologici, queste censure preventive e conformiste? La grandezza di una scuola si misura dalla sua capacità di aprirsi, di sbarazzarsi degli opportunismi e delle convenienze, di puntare ad una reale onestà intellettuale. Se cominciamo proprio lì a strumentalizzare, a occultare e a mistificare, come possiamo sperare che gli italiani di domani siano un po' migliori di noi, irrimediabilmente piagati da troppe stagioni di faziosità e di ideologia? Avanti con questo metodo, che considera Stalin un po' più amabile di Hitler, che ritiene i fumi della Cina un po' più profumati di quelli americani, che dimentica - ops - quei tre, cinque, diecimila italiani buttati mezzi vivi nelle foibe, non usciremo mai dalla meschinità dei nostri orizzonti culturali. Poi non stupiamoci se un intellettuale onesto come Giampaolo Pansa dove farsi scortare dalla Polizia per presentare i suoi onestissimi libri...
Ho detto a mio figlio: quando si ricorda, bisogna avere l'accortezza di non dimenticare nessuno. Ci sono morti per una causa giusta e morti per una causa sbagliata. Istintivamente, mi spiace sempre di più per quelli che stanno dalla parte della libertà e della giustizia. Ma nel caso delle foibe il problema non dovrebbe nemmeno porsi: quei fantasmi che aleggiano sulla nostra memoria meritano un ricordo corale. O bipartisan, come usano dire adesso. Poi ho aggiunto: spero che la tua insegnante di storia sia un po' meglio del tuo libro. Non serve una lezione intera: per non dimenticare, basta un minuto.

(Cristiano Gatti su Il Giornale del 10 febbraio)




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27 gennaio 2007

27 gennaio: Giornata della Memoria

La giornata di oggi commemora i cinque milioni di ebrei sterminati dalla follia omicida di Adolf Hitler e dalla crudeltà di Eichmann e degli altri collaboratori del Führer.
Questo blog è sempre stato - e lo sarà ancora - a fianco degli ebrei e di Israele, quindi commemora con dolore quelle povere vittime e condanna chi vuole far credere che l'olocausto sia un'invenzione.
Il nazismo è stato un male enorme del ventesimo secolo. Oggi tutte le forze democratiche europee - di destra e di sinistra - sono concordi su questo. Purtroppo per la nostra Europa, esso non è stato l'unico. Ce n'è stato un altro ben peggiore, ma che ancor oggi alcuni non vogliono ricordare: il comunismo.
Speriamo che un giorno non troppo lontano si possano commemorare allo stesso modo i morti di tutte le dittature. C'è già in Italia una Giornata della libertà: è il 9 novembre, anniversario della caduta del Muro di Berlino. Speriamo che non venga cancellata da chi vede in quella circostanza una tragedia per milioni di persone (e che oggi è al governo).
Onore ai milioni di ebrei morti senza colpa e a tutti coloro che, a differenza degli ebrei, stanno ancora aspettando di ricevere una degna commemorazione!




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27 ottobre 2006

Banlieues: a un anno dalla rivolta cosa è cambiato

A un anno dalla rivolta delle banlieue in Francia, per i più niente è cambiato. Qui siamo nel quartiere periferico di Parigi de Bosquet. Gounedy Traore, è di Clichy sous Bois, altra zona calda e mette all'indice l'incuria dei quartieri perfierici. "Se qualcosa è cambiata è cambiata in peggio. I giovani non trovano lavoro, le associazioni non hanno finanziamenti, non c'è più niente. I ragazzi non sanno che strada prendere. Diviene tutto più difficile".
La lotta alla disoccupazione e l'istruzione, stando a un sondaggio, sono indicati come i primi passi da fare per riuscire a cambiare qualcosa. Importante risulta anche cambiare l'architettura e rinnovare l'arredo urbano di queste periferie. Il ministro per il lavoro e la coesione sociale, Jean Louis Borloo, spiega:
"Sono 40 anni di politiche fallimentari da recuperare. Il mio provvedimento si articolava in cinque anni, cinque anni per il rinnovo urbano, cinque anni per la riorganizzazione scolastico-educativa, e per l'orientamento lavorativo da dare a ciascuno di questi giovani. Si tratta di un piano suddiviso in 20 punti, ma non ci possiamo illudere, ci vorranno altri 3,4, cinque anni per avere dei risultati".
Forza e repressione come mezzi di lotta contro la delinquenza giovanile, arrivano solo in quarta posizione. L'atmosfera nelle banlieues è ancora incandescente, basta un niente per infiammare animi e quartieri. Un ragazzo: "Gli interventi degli agenti sono massicci, sono sempre episodi violenti. Vorremo una polizia che ci sostiene e non una che reprime. Abbiamo invece a che fare con dei cowboys, non è il massimo".
Qualcosa però si muove, qualcosa sta cambiando, c'è una presa di coscienza soprattutto tra i giovani, come afferma Mehdi Bigaderne di un'associazione delle periferie. "Circa mille giovani si sono iscritti alle liste elettorali, nel giro di 15 giorni. Non si era mai visto".
La gente di periferia vuole spezzare le catene dei luoghi comuni. A Clichy Sous Bois dove la rivolta è iniziata l'anno scorso, la manifestazione "Clichy senza cliché" mira a questo. Impegnare i giovani in progetti interessanti contribuisce a formare la loro coscienza critica e a dire no a vandalismo e atti di teppismo.


Clichy sous Bois ricorda Zyed e Bouna a un anno dalla morte
Clichy sous Bois, alla periferia di Parigi. Una stele è stata esposta davanti a quella che un tempo era la scuola di Zyed e Bouna, i due adolescenti fulminati in una cabina elettrica il ventisette ottobre 2005. A un anno esatto dall'episodio che scatenò la violenza nelle banlieue francesi, un corteo di un migliaio di persone ha marciato in silenzio fino alla cabina dove i ragazzi si erano rifugiati, per nascondersi alla polizia.
Insieme alle famiglie delle vittime, ai loro avvocati e al sindaco di Clichy sous Bois, anche i giovani dell'associazione "Al di là delle parole", che hanno indossato magliette con la scritta "morti invano". Per il padre di Zyed, la soluzione al disagio dei giovani delle periferie non passa attraverso le misure restrittive. "Servono posti di lavoro - dice - e centri di formazione".
La morte di Zyed e Bouna ha convinto la magistratura ad aprire un fascicolo per accertare l'eventuale responsabilità degli agenti di polizia. Ma a Clichy sous Bois la ferita è ancora aperta. "Niente è cambiato - dice quest'uomo - anzi adesso è ancora peggio di prima. Manca la sicurezza, la polizia continua a comportarsi male, è tutto come prima, non è cambiato niente".
"Dopo quello che è successo un anno fa, i giovani hanno cominciato a rispettare Clichy - sostiene una ragazza - ora chi parla di questo posto sa che qualcosa sta cambiando". Nell'ultima settimana, le autorità hanno rirscontrato un aumento degli atti vandalici nelle banlieue. L'anno scorso, le violenze si protrassero per più di venti giorni.


(EuroNews)




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27 ottobre 2006

Francia, una marcia un anno dopo l'incidente che scatenò le violenze



A un anno esatto dalla morte di Zyed e Bouna, i due adolescenti fulminati in una cabina elettrica alla periferia di Parigi, Clichy sur Bois ha ricordato, con una marcia silenziosa, l'episodio che scatenò la violenza delle banlieues. Un migliaio di persone ha sfilato verso la cabina dove i due ragazzi si erano rifugiati per sfuggire a un'operazione di polizia. Qualche ora dopo la morte dei due, nella notte tra il 27 e il 28 ottobre 2005, decine di giovani si rivoltarono contro pompieri e poliziotti e dettero il via a quelle violenze che sarebbero durate per più di 20 giorni.
Il corteo era aperto dalle famiglie delle vittime e dal sindaco di Clichy. Al termine della marcia è stata scoperta una stele davanti alla scuola frequentata da Zyed e Bouna. Un'inchiesta giudiziaria sui fatti di un anno fa è tuttora in corso: alla fine di novembre alcuni poliziotti dovrebbero comparire davanti al giudice istruttore.


Tensione di nuovo al massimo nelle periferie francesi



L'anniversario dei fatti di Clichy sur Bois cade in un momento in cui la tensione è di nuovo alle stelle, nelle periferie delle grandi città francesi. L'ultimo episodio di cronaca è stato giovedì sera a Montfermeil, vicino Parigi, dove un poliziotto è stato ferito da una sassaiola scattata quando l'agente stava intervenendo sull'incendio di un'autovettura. Sempre giovedì, il ministro dell'interno Nicolas Sarkozy è intervenuto pubblicamente.
"Mobilitiamo tutte le forze disponibili - ha detto - per garantire la sicurezza di chi utilizza i trasporti pubblici. I responsabili di atti di violenza saranno arrestati e deferiti all'autorità giudiziaria". La tensione scoppiata a un anno di distanza dalle violenze nelle banlieues che durarono tre settimane, è oggetto di discussione nei quartieri popolari delle periferie francesi.
Jamal Ait Tagadrit è membro dell'associazione Agire contro la discriminazione: "Certo che c'erano dei problemi prima e che ce ne sono adesso. Oggi parliamo di tante cose, chiediamo il parere di sociologi e psichiatri. Basta, smettiamola: è la società che è malata, malata di discriminazione". Gli incidenti più gravi si sono avuti nella notte tra mercoledì e giovedì, quando 4 autobus sono stati dati alle fiamme nelle periferie di Parigi e Lione.


(EuroNews)




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27 ottobre 2006

Viaggio nel paradiso multietnico di Krasnodar, nella Russia del sud. Che ora appare fragile

Caccia ai georgiani
In Russia a rischio il multiculturalismo


 
Pace interetnica? Russi e non russi all'automercato
di Krasnodar (Foto Dennis Maschmann)

Si è avvertito come un tuono, tre settimane fa, nella città di Krasnodar, nella Russia meridionale. In una lussuosa jeep marca Hummer esplode una bomba. Secondo quanto annunciato dalla tv locale di questa regione russa al confine con la Georgia, la vittima dell’attentato, il cui movente rimane ancora da chiarire, è il proprietario di un’industria di vodka.
Ma un dettaglio non è stato reso pubblico dal canale televisivo: l’imprenditore Runow, che nell’attentato in questione ha perso la vita, era originario della Georgia. Da quando un mese fa si è infiammato il conflitto tra le due ex repubbliche sovietiche Russia e Georgia, i georgiani presenti sul territorio russo vengono come braccati. Runow stava lavorando al “Centro per le nazionalità” della città di Krasnodar per l’unione delle minoranze georgiane Iweria. Poco dopo l’attentato, nell’ufficio di Iweria, fanno incursione dei poliziotti russi per un controllo dei permessi di soggiorno dei cittadini georgiani.

Un nazionalismo aggressivo

E non si tratta di un caso sporadico: in tutta la Russia la polizia dà ormai la caccia ai georgiani immigrati clandestinamente per cacciarli dal paese. Casinò, ristoranti, mercati di proprietà di georgiani sono oggetto di ispezioni e di ordini di chiusura. La campagna anti-georgiana è l’ultimo sintomo di un nazionalismo aggressivo, sostenuto dal presidente Putin, che prende di mira anche cittadini di altre origini. Poco tempo fa gli abitanti della cittadina di Kondopoga, nella Russia occidentale, hanno scacciato gli immigrati ceceni appiccando incendi e facendo razzie. Un fatto tanto più allarmante se si pensa che solo a San Pietroburgo - denuncia l'ong
Interethnic Council - dall'inizio dell'anno sono stati quattro gli stranieri uccisi. Uno di loro, il 27enne studente di medicina Singh Nitesh Kumar, è morto in seguito a una coltellata.
Due settimane prima dell’attacco contro il produttore di vodka georgiano abbiamo incontrato a Krasnodar Nagurbek Nagurbekow, vicedirettore della locale comunità di immigrati del Tagikistan. «Eventi come quelli di Kondopoga sarebbero impensabili qui a Krasnodar», ci assicurava.
Krasnodar, fatta di 136 nazionalità diverse che convivono pacificamente, sembra esser diversa dal resto della Russia, un paradiso multiculturale. La gente si sposa senza distinzione di lingua e cultura, studenti arabi e di colore convivono senza intoppi e «fascisti non ce ne sono e mai ce ne saranno». Nessuno ha memoria di un conflitto interetnico.

L’abitudine alla diversità

Krasnodar è una piccola Russia: l’86% della popolazione è russa, ma vivono qui anche armeni, georgiani, caucasici, gente proveniente dall’Asia centrale e dall’Europa orientale. Dal disfacimento dell’Unione Sovietica il numero degli abitanti è aumentato da 4 a 5 milioni. Si sono trasferiti soprattutto russi in cerca di sole che apprezzano il clima mite della regione e i luoghi di villeggiatura signorili sul Mar Nero, ma anche dalle ex repubbliche sovietiche come il Tadzikistan e la Georgia, che tutt’oggi traggono beneficio da generose leggi sull’immigrazione.
E in questo caso molti immigrati non sono automaticamente sinonimo di conflitti. È quello che pensa anche Vladimir Petrov, preside della facoltà di sociologia dell’università di Krasnodar, che con i suoi colleghi studia da anni la convivenza dei popoli nella regione. La grande maggioranza della gente è, a suo dire, abituata alla diversità etnica, un fenomeno dovuto in parte alla saggia politica regionale della regione degli anni Novanta. Da allora l’amministrazione municipale e regionale si consultano con i rappresentanti delle minoranze insediate nel territorio sulle questioni più importanti. Nel “Centro delle nazionalità” le minoranze possono seguire corsi di lingue sovvenzionati dallo Stato, offrire accoglienza ai neo-immigrati e curare le proprie tradizioni con danze e ogni forma di folklore.
Petrov e Nagurbekov sono concordi: Krasnodar è un esempio ben riuscito di integrazione. Ma come un fulmine a ciel sereno, ecco un’autobomba, a smascherare la bella immagine di multiculturalità. E a farla divenire pura utopia.

Svastiche sui muri

Da anni Stasa Devnisova mette in guardia da simili minacce. La 23enne, che fa parte dell’ong Etnika, combatte contro l’odio razziale. Perché secondo la sua opinione di skinheads ce ne sono anche a Krasnodar, così come in tutta la Russia. Imbrattano i muri con svastiche, si allenano come dei paramilitari nei cortili delle case popolari. A luglio uno studente sudanese è stato aggredito davanti a casa da un altro studente russo dalla testa rasata e per le ferite riportate in seguito ai colpi e ai calci è rimasto in coma per un mese. La Devnisova afferma che i 1.500 studenti originari del Sudan e del Medio oriente fanno la spola tra supermercati, casa e scuola, per la paura di aggressioni.
Insieme ad altri giovani impegnati nell’ong, Stasa Devnisova ci dice di aver spesso messo in guardia l’amministrazione municipale circa questi problemi. La risposta: «È proprio se agissimo contro gli skinheads che scateneremmo l’odio razziale nel mondo». Le autorità di Krasnodar vogliono continuare a credere nell’immagine di una città in cui il fascismo è una moda giovanile accettata, diversamente da quanto avviene nella vicina Cecenia o nelle piccole città russe del nord. Ora l’attentato perpetrato contro un georgiano potrebbe finalmente aprire gli occhi dei potenti.


(di Dennis Maschmann su CafeBabel)




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27 ottobre 2006

Russia: Lenin rischia declassamento



(ANSA) - MOSCA, 26 OTT - Lenin rischia di perdere il titolo di 'cittadino d'onore' che la natia Ulianovsk conferisce ai suoi figli piu' illustri. Il parlamento locale della regione di cui Ulianovsk e' il capoluogo ha approvato una legge che nega il titolo di 'cittadino d'onore' a tutti quanti siano stati processati e condannati. Ma poi le autorita' della zona si sono rese conto che la clausola penalizza Lenin, condannato a piu' riprese dalla giustizia zarista per le sue attivita' sovversive.




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27 ottobre 2006

UNGHERIA:1956; PE,CORAGGIO HA DATO SPERANZA SOTTO COMUNISMO

(ANSA) - STRASBURGO, 26 OTT - Il Parlamento europeo ha reso omaggio al ''coraggio'' degli uomini e delle donne della rivolta ungherese del 1956 che ''sacrificandosi hanno infuso speranza ad altre nazioni sotto il dominio del regime comunista''. Cosi' gli europarlamentari hanno ricordato gli eventi del 23 ottobre di cinquant'anni fa, adottando una risoluzione sottoscritta da Ppe, Pse, Liberaldemocratici, Verdi, e dall'Uen, gruppo di destra, ma non da quello della Sinistra unitaria europea (Gue). Nella risoluzione i parlamentari sottolineano che ''la comunita' democratica deve respingere inequivocabilmente l'ideologia comunista repressiva e antidemocratica e difendere i principi di liberta', democrazia, diritti umani e stato di diritto e prendere una chiara posizione ogni volta che siano violati'' ed invitano ''tutti i paesi democratici a condannare chiaramente i crimini commessi da tutti i regimi totalitari''. Il Parlamento europeo inoltre ricorda la rivoluzione ungherese cone un ''tentativo storico di riunificazione di un'Europa divisa, che come tale rimane una pietra angolare nel retaggio storico comune europeo'' e la riconosce come ''una delle manifestazioni emblematiche della ricerca di liberta' e democrazia del ventesimo secolo che ha sfidato il comunismo nel blocco sovietico''. (ANSA). CLG




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26 ottobre 2006

Banlieu parigine: a quasi un anno dalla rivolta, rimane il disagio



Quasi un anno fa, il 27 ottobre, la morte di due adolescenti delle banlieu parigine segnava l'inizio della più grave ondata di protesta in Francia, dalle rivolte studentesche del 1968.
Oggi lo ricordano circa 200 manifestanti, che questa sera verranno ricevuti all'Assemblea nazionale, per consegnare un "quaderno delle lagnanze". Al governo rimproverano di avere fatto poco per alleviare il disagio delle periferie.
"Se vivi in questo quartiere sarai sempre malvisto - dice questo ragazzo - la polizia ti ferma senza motivo, solo per la tua faccia. Ti sembra normale?".
"Questa marcia ha un'importanza storica, c'è chi ha girato tutto il paese per mettere nero su bianco le lagnanze della gente. E questo significa che siamo a un passo dalla rivoluzione".
Più di duecento stabilimenti dati alle fiamme, diecimila veicoli distrutti, e 120 agenti feriti. Tre settimane di rivolta che costrinsero il governo Villepin a dichiarare lo stato di emergenza. Un anno dopo, il tema è ben presente nel dibattito politico in vista delle presidenziali di aprile. Le banlieu parigine fanno ancora paura.




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25 ottobre 2006

Musica, morto a 69 anni cantautore genovese Bruno Lauzi

MILANO (Reuters) - Il cantautore genovese Bruno Lauzi, da tempo affetto dal morbo di Parkinson, è deceduto questa notte. Aveva 69 anni.
Lo ha riferito a Reuters l'ufficio stampa del premio Tenco, che quest'anno dedica proprio al musicista la sua "Rassegna della canzone d'autore", in programma a novembre a Sanremo.
Lauzi, nato nel 1937 ad Asmara ma cresciuto a Genova, è stato uno dei fondatori della cosiddetta "scuola genovese" da cui è nata la canzone moderna italiana e il cantautorato.
Amante del jazz, negli anni 60 ha riscosso molto successo come autore, cantante, interprete e ha collaborato con moltissi artisti sia italiani che stranieri, da Mina a Lucio Battisti, da Ornella Vanoni a Dionne Warwick, da Toquinho a Lucio Dalla, Ivano Fossati, Ron, oltre a essere stato il talent scout di personaggi diventati poi nomi molto famosi, da Paolo Conte a Edoardo Bennato.
Autore anche di canzoni per bambini di grande successo, come "La tartaruga" e "Johnny Bassotto".
Nel 1989 ha vinto il premio della critica a Sanremo con il brano "Almeno tu nell'universo" cantato da Mia Martini e scritto insieme a Maurizio Fabrizio
Negli anni scorsi -- dopo aver scoperto di essersi ammalato del morbo di Parkinson -- ha fondato una sua casa discografica, "Pincopallo", con cui ha pubblicato gli ultimi album della sua carriera.
Era testimonial dell'Aip (Associazione Italiana Parkinson), a cui ha contribuito con diverse iniziative alla raccolta fondi per la ricerca.




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25 ottobre 2006

Apre la Biblioteca Europea a Roma


Apre la Biblioteca Europea a Roma

E' stata inaugurata ieri la Biblioteca Europea, luogo d'incontro, promozione e scambio fra le diverse culture europee. E' un progetto-laboratorio delle Biblioteche di Roma, nato in collaborazione con l'Accademia d'Ungheria, le Ambasciate di Francia, Paesi Bassi e Svizzera, il British Council, il Forum Austriaco di Cultura, il Goethe Institut, l'Instituto Cervantes, l'Istituto Polacco, l'Istituto Slovacco, l'Istituto Svizzero, l'Ufficio in Italia del Parlamento europeo e la Rappresentanza in Italia della Commissione europea. Vai al
sito.

(Le dodici stelle)




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25 ottobre 2006

Genocidio in Ruanda: iniziati i lavori della commissione d'inchiesta per stabilire le responsabilità francesi



A Kigali sono iniziate le audizioni pubbliche presso la commissione d'inchiesta per il Ruanda per definire il ruolo che ebbe la Francia prima, durante e dopo il genocidio nel piccolo stato africano. Si trattò del genocidio più rapido della storia: si consumò dall'aprile al luglio del 1994. Circa un milione di ruandesi, in prevalemza d'etnia Tutsi, vennero brutalmente finiti. Vennero uccisi anche i ruandesi di etnia hutu, che non obbedivano e denunciavano gli squadroni della morte.
Nel 2004, in occasione del decimo anniversario del genocidio, l'atto d'accusa del presidente ruandese Paule Kagame, contro i francesi non giunge inaspettato.
"Il ruolo dei francesi in Ruanda è chiaro. Scientemente armarono e addestrarono i militari e la milizia che avrebbero ucciso. E i francesi sapevano".
Il coinvolgimento francese nei fatti di 12 anni fa, comincia con un'amicizia. Quella fra Francois Mitterand, allora presidente e Juvenal Habyarimana, dal 1973 padre padrone del Ruanda, che fomenta l'odio contro l'entia tutsi. Il suo assassinio, in circostanze sospette, fu il detonatore della mattanza. Le responsabilità francesi vengono fatte risalire a due anni prima, 1991, 1993, quando i militari dell'esagono addestrarono gli uomini della milizia.
Ma non è tutto. Le ombre si allungano anche sulla operazione umanitaria Turchese, missione inviata da Parigi di fronte all'inerzia internazionale. Testimonianze invece inchiodano i francesi a pesanti responsabilità.
La commissione d'inchiesta dovrà appurare anche questi fatti. Le conclusioni saranno rese note entro sei mesi. Il caso potrebbe arrivare alla Corte internazionale di giustizia.

(EuroNews)




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25 ottobre 2006

Cipro: desaparecidos '74 come cavie

(ANSA) - NICOSIA, 24 OTT - Alcuni dei 1.619 greco-ciprioti scomparsi durante l'invasione turca a Cipro nel 1974 sarebbero stati fatti prigionieri e usati come cavie. La notizia e' apparsa su una rivista di studi politici e strategici Usa e non ha trovato conferme. Il mensile cita fonti curde e sostiene che civili e militari greco-ciprioti catturati durante l'invasione furono segretamente avviati verso laboratori in Turchia dove sarebbero stati usati come cavie per esperimenti biochimici in laboratori dell'esercito.




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25 ottobre 2006

SLOVENIA-ITALIA: ILLY, RIPARTIRA' COMITATO PARITETICO

TRIESTE - Il Comitato istituzionale paritetico per i problemi della minoranza slovena in Italia potra' essere ufficialmente ricomposto e riavviare i propri lavori entro poche settimane: lo ha annunciato oggi, a Trieste, il Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Riccardo Illy, incontrando il ministro per lo Sviluppo regionale della Repubblica di Slovenia, Ivan Zagar.
Illy - ha reso noto la Giunta regionale - ha comunicato al ministro sloveno che per domani e' prevista la nomina dei sette membri spettanti al Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia e l' organismo (previsto dalla legge 38 del febbraio 2001) potra' cosi' ripartire. Nel corso dell' incontro e' stata ribadita l' importanza, per il Friuli Venezia Giulia e per l' intero sistema Italia, di un rapido ingresso della Slovenia nell' ''area Schengen'', prevista per l' autunno 2007.
Illy e Zagar hanno inoltre discusso sulla costituzione dell' Euroregione, concordando sulla possibilita' che la presidenza sia affidata a rotazione. A questo scopo, la Slovenia sta portando a termine il processo di istituzione delle Regioni che, ha sottolineato il ministro, vedra' la formazione di un numero tra 12 e 14 ''Pokrajine'' (Province), enti intermedi tra Comuni e Stato, le cui prime elezioni potrebbero avvenire a fine 2008.
A nome del Friuli Venezia Giulia e dell' Assemblea delle Regioni d' Europa, di cui e' presidente, Illy ha offerto la disponibilita' per un' attivita' di assistenza e consulenza sul tema dello sviluppo delle autonomie locali in Slovenia.

(Ansa Balcani)




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24 ottobre 2006

La nuova elite ungherese ha favorito una transizione graduale verso la democrazia.

Il grande riciclaggio del passato comunismo

 
Statue sovietiche a Budapest (Woodspadraie/Flickr)

Nell’immaginario collettivo la fine del comunismo viene molto spesso associata alla pura e semplice distruzione dei suoi simboli ed al rifiuto categorico del contributo dato alla storia ed all'evoluzione di un paese. Ma la realtà non è così semplice. Perché, se si è reso necessario difendere talvolta le ragioni del cambiamento di regime, altrettanto spesso è risultato assai utile recuperare alcuni segni del passato per consolidare il liberalismo. Ed è forse questo che ha permesso ai paesi dell’Est di evitare scontri di piazza nel 1989: eccone a dimostrazione l'esempio ungherese.

Riforme radicali e continuità politica

La transizione ungherese verso la democrazia si è mostrata nell'insieme piuttosto equilibrata.
Traumatizzati dalla violenza delle repressioni sovietiche durante la rivoluzione del 1956, ma alleggeriti dal regime instaurato dal leader comunista János Kádár negli anni Settanta, gli ungheresi hanno sistematicamente optato per un "cambiamento soft". Ed è per questo che, alla fine degli anni Ottanta, l'elite comunista uscente viene lasciata libera di negoziare le condizioni del cambiamento di regime e viene scelto il profilo rassicurante, da "buon padre di famiglia", del patriarca József Antall in occasione delle prime elezioni libere. Conscia di questa peculiarità, nonostante riforme a volte radicali, la nuova classe dirigente evita dunque di distinguersi troppo bruscamente dal regime precedente al 1989. Ed in modo più o meno accentuato, secondo il proprio orientamento politico, l’elite politica recupera abilmente molti tra i simboli del comunismo. Grazie a questo non solo può dare stabilità al Paese, fornendo una certa continuità storica, ma anche giustificare le proprie scelte politiche ed ideologiche.
In concreto la nuova classe dirigente non esita così a riappropriarsi dei vecchi simboli sovietici per dare consistenza alla propria azione. Fu ad esempio il caso del recupero della Piazza della Libertà (Szabadaság Tér) di Budapest come simbolo della lotta contro il totalitarismo. Anche se proprio in quel posto l'Armata rossa aveva celebrato il suo trionfo nel 1945 che avrebbe portato l’Unione Sovietica a prendere il controllo del Paese. Allo stesso modo, si ricicla il programma progressista di Kádár (ammodernamento urbano, sviluppo delle campagne, incoraggiamento della mobilità sociale...) presentandolo come una fase preliminare al processo di transizione e di apertura verso l’Occidente. Ed è così che si arriva a offrire una legittimità politica piuttosto discutibile – vedi l’appartenenza alla vecchia nomenklatura comunista – e a rassicurare una popolazione che, dal punto di vista sociale, inizia seriamente a patire gli effetti del liberalismo. In un certo senso, anche l’ultraliberale Viktor Orban (primo ministro dal 1998 al 2002) si è ispirato al socialismo per infarcire i propri slogan elettorali ("tre bambini, tre stanze e quattro ruote") e presentare il suo programma politico.

Inno al nazionalismo…

Se è vero che questo fenomeno è una realtà in Ungheria, occorre però non generalizzare troppo. Perché, una volta importato dall’Occidente, il liberalismo ungherese ha preso corpo e vita autonoma. E dunque i mezzi utilizzati da partiti politici, capi di governo ed organi di stampa si sono prefigurati l’obiettivo di ammorbidire gli aspetti – troppo vistosi – del comunismo di ieri e di esaltare una certa forma di nazionalismo. Nei fatti, tutto questo si è tradotto solo nell’abbattimento di statue e di monumenti dal forte simbolismo e nel ribattezzare i nomi dei luoghi precedentemente sovietizzati. O ancora nel recupero postumo delle motivazioni studentesche della sommossa del ’56, e nell’organizzazione di eventi simbolici e di alte cerimonie riprese in diretta.Come – tanto per fare un esempio – il trasferimento, durante le celebrazioni per l’anno 2000, della Corona dei re d'Ungheria dal Museo Nazionale al Parlamento. Simbolo storico della cristianità occidentale e delle radici europee del Paese, questa operazione è stata usata per chiudere definitivamente il capitolo del comunismo.
Se oggi il processo di transizione istituzionale (tanto politico quanto economico) appare complessivamente raggiunto, resta ancora molto attuale questo oscillare tra passato e presente. Che ha permesso di gestire un periodo delicato salvaguardando vecchi riferimenti e creandone di nuovi.
Rovescio della medaglia: tale fenomeno non ha permesso al popolo ungherese di proiettarsi verso un vero progetto nazionale. Soprattutto da quando è stata ottenuta l'adesione all'Unione Europea ed è quindi venuto meno un obiettivo da raggiungere. Presa per mano dall'Europa, tuttavia, l'Ungheria potrebbe darsi i mezzi per guardare al futuro: insieme agli altri 24 membri del consesso europeo ha la possibilità di assumere il proprio ruolo nella costruzione europea, apportando la sua esperienza di resistenza al totalitarismo, sensibilità politiche nuove e, come nel 1956, la sua capacità popolare di dare speranza. Chi vivrà vedrà.
 
(Jérôme Gras su CafeBabel)




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24 ottobre 2006

«Occasione persa», «Nagy leader insicuro»... A 50 anni dalla repressione dell‘insurrezione ungherese gli storici dibattono. Senza tabù.

Budapest 1956, se gli storici ridimensionano il mito

 
Le celebrazioni del 1956 hanno un gusto
amaro in Ungheria(Clea Caulcutt)

«L’Ungheria non è solo vittima ma anche attore della storia», afferma il professor
Charles Gati. A 50 anni dall’insurrezione gli storici ungheresi iniziano a rivisitare il loro passato con occhio assai più critico. I rivoluzionari avrebbero potuto negoziare un compromesso con la Russia.

Retorica romantica

«Avevano vinto una battaglia gloriosa e, per un po’ di tempo (troppo breve, purtroppo!) ne furono felici, nonostante le lacrime per i loro morti e le candele sulle migliaia di tombe appena scavate» racconta Peter Fryer nel suo libro del 1956 Hungarian Tragedy (“La tragedia ungherese”, ndr). Il giornalista britannico descrive i momenti salienti dell’insurrezione del 1956. «Ah, Budapest! Palazzi colpiti e dilaniati, cavi di filobus e telefoni tranciati, marciapiedi ricoperti di vetri rotti e sporchi di sangue. Ma l’animo dei suoi cittadini restava insaziabile».
Peter Fryer non è il solo. Sono molti gli che ungheresi oggi conservano un’immagine mitica dell’insurrezione. L’Ungheria ingannò e sfidò il gigante sovietico proprio come il mitologico Davide contro Golia. Foto toccanti di giovanissimi intenti a lanciare molotov hanno fatto del rivoluzionario ungherese un simbolo dell’anti-comunismo eroico. L’abbandono degli ungheresi nella loro guerra solitaria da parte dell’Occidente ha anch’esso contribuito alla creazione del mito del 1956. Un mito che è ancora vivo in particolare negli Stati Uniti, dove furono accolti gran parte dei 200.000 rifugiati dopo il fallimento della rivolta. Durante la sua recente visita a Budapest, George Bush ha ricordato ancora una volta tali sentimenti. «Dopo mezzo secolo il sacrificio del popolo ungherese ispira tutti coloro che amano la libertà. I popoli di tutto il mondo che muovono i primi passi verso la libertà vi prenderanno ad esempio. E la vostra vittoria sarà per loro una speranza».

Se criticare Nagy non è più eresia

L’insurrezione ungherese fu ritenuta il primo passo verso il crollo del blocco sovietico. Ma il bilancio è pesante. Furono uccisi
2500 rivoluzionari e più di 700 soldati sovietici. Altri 1200 ungheresi furono giustiziati negli anni a seguire. E, secondo lo storico di origine ungherese Charles Gati, professore di Scienze Politiche presso la Johns Hopkins University di Washington, gli ungheresi non furono solo vittime, anzi: «Il regime totalitario sovietico fu possibile solo con la collaborazione di milioni di persone. La Storia non è bianca o nera, ma è fatta di sfumature. Una parte della responsabilità appartiene a noi tutti».
Non solo. In quei pochi giorni cruciali i rivoluzionari avrebbero dovuto essere più realisti e pragmatici. E avrebbero potuto ottenere molto di più. Dopo aver esaminato i documenti operativi della Cia e intervistato vari protagonisti di quei tempi, Gati conclude che Mosca sarebbe stata pronta a negoziare alcune riforme moderate in Ungheria. Dopo il 1953 l’elite politica sovietica divenne fortemente anti-stalinista e nell’ottobre 1956 si pronunciò contro l’uso della violenza. Ma le violenze scoppiate a Budapest nei giorni successivi causarono un cambiamento di rotta e l’Armata Rossa fu inviata a reprimere l’opposizione. Inoltre, rivela Gati, le richieste degli ungheresi furono eccessive. Solo il Primo Ministro
Imre Nagy sarebbe stato in grado di smorzare i toni. Ma non lo fece. Andando contro la tradizione storica dell’Ungheria, Gati critica la figura simbolo di Nagy. Era un leader insicuro che, diversamente da Tito, non guidò il suo popolo verso un modello socialista più liberale.

Infuria il dibattito

Eppure, secondo il suo collega ricercatore László Eörsi, un comportamento più misurato non avrebbe cambiato il corso degli eventi. A suo parere infatti Mosca utilizzò le atrocità dei ribelli ungheresi contro gli ufficiali della polizia segreta. E questo per giustificare l’intervento militare e rafforzare la sua sfera d’influenza. Il giornalista ungherese Andrai Gervai aggiunge che la
leadership sovietica
era così imprevedibile nelle sue scelte che sarebbe impossibile determinare come avrebbero reagito Kruscev e compagni se i rivoluzionari avessero tenuto un atteggiamento più equilibrato. Lo studioso Paul Lendvai afferma infine che riforme moderate evocate da Gati non sarebbero state realizzabili. Perché gli ungheresi credevano che il sistema comunista fosse irrimediabilmente compromesso. Per i rivoluzionari nessuna via di mezzo.
Se gli storici non condividono la stessa interpretazione dell’insurrezione del 1956, sono però tutti concordi nel demistificarne i contorni. A 50 anni da quegli avvenimenti guardano la loro storia e le responsabilità dei loro leader con sguardo più moderato. Ma gli ungheresi, anche nel bel mezzo delle attuali celebrazioni, sono ancora lontani da una riconciliazione con il loro passato.

(di Adrienne Kezsmarki su CafèBabel) 




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23 ottobre 2006

BOLOGNA: TROVATO INNO INEDITO DI PASCOLI

LA COMPOSIZIONE PER L'INTERNAZIONALE ANARCHICA

Bologna, 23 ott. (Adnkronos/Adnkronos Cultura) - Un inedito che fara' discutere, frutto dei nove anni da agit-prop che Giovanni Pascoli trascorse al servizio della causa anarchico-socialista nel cosiddetto ''periodo bolognese'' (1873-1882). Si tratta di un inno inedito del 1878, trovato da Elisabetta Graziosi, studiosa dell'universita' di Bologna, composto da Pascoli per l'internazionale anarchica. Il documento e' stato presentato in prima nazionale a San Mauro Pascoli nel corso dell'inaugurazione della mostra ''Il giovane Pascoli. Attraverso le ombre della giovinezza: mostra documentaria'' (Casa Pascoli).




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23 ottobre 2006

GB, morto lo scrittore di viaggi Eric Newby

LONDRA (Reuters) - Lo scrittore di viaggi britannico Eric Newby, che ha raccontato le sue avventure in Afghanistan, India e Italia in una serie di libri, è morto all'età di 86 anni. Lo ha riferito ieri sera la sua famiglia.
Newby è diventato famoso per il suo libro del 1958 "A short walk in the Hindu Kush", un racconto del suo viaggio da Londra alle montagne dell'Afghanistan, e "Slowly down the Ganges" (1966), la storia di un viaggio di Newby e sua moglie lungo il fiume sacro indiano.
"Eric era un uomo con un'energia enorme, calore e curiosità. La sua scrittura era divertente, ma la prendeva molto seriamente", ha detto la sua famiglia in un comunicato.
"Amava la semplicità di camminare e andare in bicicletta ed era attaccato alle sue macchine fotografiche, alle macchine da scrivere manuali e ad una serie di tosaerba. Era molto divertente e rendeva la vita un'avventura", si
legge nella nota.
Newby è morto venerdì vicino a Guildford, nell'Inghilterra meridionale, per cause naturali, ha detto sua figlia Sonia Ashmore.
A 18 anni, Newby -- di origine londinese -- diventò apprendista su una nave impegnata nel commercio di grano dall'Australia all'Europa, un viaggio che descrisse nel libro "The last grain race" (1956).
Durante la seconda guerra mondiali, Newby servì nell'elite Special Boat Service ma fu fatto prigioniero durante un'operazione al largo delle coste italiane.
Durante la breve fuga dal campo di prigionia, incontrò Wanda, che diventò poi sua moglie e che lo seguì in molti dei suoi viaggi. Scrisse della sua esperienza di guerra nelle memorie del 1971 "Love and war in the Apennines".
Suoi altri libri includono "On the shores of the Mediterranean" (1984), "Round Ireland in low gear" (1987) e "A small place in Italy" (1994).
Per un decennio dal 1963, è stato il giornalista di viaggi del britannico Observer. Lascia la moglie e due figli.




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23 ottobre 2006

Ungheria: cerimonia per il 50 esimo anniversario dell'insurrezione messa in ombra dalla crisi interna



Alla presenza dei capi di stato e di governo stranieri, a Budapest nella piazza Kossuth, la piazza del parlamento ungherese, si è svolta la cerimonia dell'alza bandiera. Un omaggio in memoria ai caduti della rivoluzione di 50 anni fa. Il 23 ottobre del 1956, una manifestazione di studenti e di operai si trasformò in modo inaspettato in una rivoluzione. Si trattò della prima insurrezione contro la dittatura sovietica.
L'insurrezione durò due settimane, le istanze dei dimostarnti sembravano avere avuto la meglio, malgrado l'intervento delle truppe sovietiche. A fine ottobre, quando il moto insurrezionale sembrava rientrare, ci fu il secondo e più massiccio nonché inatteso intervento sovietico che spazzò via la rivoluzione. Il 50 esimo anniversario si celebra in un clima di tensioni e in un Paese diviso. Da metà settembre i dimostranti chiedono le dimissioni del premier , che avrebbe mentito in campagna elettorale sulla reale situazione economica del Paese pur di vincere le elezioni.
In Piazza Kossuth, i dimostranti hanno fatto sentire anche ieri la loro protesta contro il governo. In una giornata in cui tutti i riflettori internazionali sono puntati sul'Ungheria, l'opposizione ha annunciato per oggi una contro manifestazione.


Lo slancio verso la libertà soffocato nel sangue



Il clima era già surriscaldato da mesi, quel 23 ottobre di 50 anni fa. Il rapporto Krusciov sui crimini di Stalin aveva minato l'autorevolezza anche del governo di Budapest. Una manifestazione studentesca antisovietica si trasforma in un gigantesco raduno di 100, forse 200 mila persone. Un discorso provocatorio del capo del partito comunista, Erno Gero, scatena la violenza: per circa tre 3 giorni ci furono scontri con le truppe sovietiche. Poi, il nuovo primo ministro Imre Nagy, accetta quasi tutte le condizioni della piazza e ordina il cessate il fuoco.
Ma quando, il 1.o novembre, denuncia il patto di Varsavia e dichiara la neutralità dell'Ungheria, firma la sua condanna a morte. E fa scatenare la repressione dell'armata rossa, che riconquista Budapest e incatena l'Ungheria all'Unione sovietica per altre 33 anni.

(EuroNews)




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22 ottobre 2006

Ungheria, iniziate le celebrazioni



(ANSA) VIENNA,22 OTT - Sono cominciate a Budapest le prime commemorazioni per i 50 anni della rivolta del 1956, il cui apice sara' domani con una cerimonia solenne. Alle celebrazioni partecipano oltre 50 capi di stato e di governo. L'arrivo degli ospiti stranieri in Piazza Kossuth, la grande piazza del Parlamento dove da oltre un mese si svolgono le proteste antigovernative.e' stato accolto dai dimostranti da 'musiche rivoluzionarie'. All'arrivo del premier Gyurcsany, fischi e insulti dei dimostranti.




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22 ottobre 2006

Mostre: artisti russi esuli a Roma

(ANSA) - ROMA, 22 OTT - L'incontro tra Roma e la grande tradizione culturale russa in una mostra che si apre domani alla Biblioteca nazionale della capitale. Il ritratto che Tatiana Tolstoj fece a Roma al poeta russo Georgij Ivanov, un disegno di Valadier per la costruzione dell'Hotel de Russie, i manoscritti dei tanti scrittori russi esuli in Italia, i manifesti originali della rivoluzione d'ottobre, un cofanetto di gioielli appartenuti alla principessa Volkonskaja, sono tra i pezzi piu' curiosi della mostra.




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21 ottobre 2006

All'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università Lateranense

Papa: Drammatica crisi di cultura e identità
Benedetto XVI invita gli scienziati a seguire «i criteri che vengono da una visione più profonda». E richiama il mito di Icaro

ROMA - «Quella che stiamo attraversando è una drammatica crisi di cultura e di identità». L'allarme è stato lanciato da Benedetto XVI nel corso dell'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università Lateranense e della nuova biblioteca Pio IX cui ha preso parte questa mattina.
«Il contesto contemporaneo -ha detto il Pontefice- sembra dare il primato a una intelligenza artificiale che diventa sempre più succube della tecnica sperimentale e dimentica in questo modo che ogni scienza deve pur sempre salvaguardare l'uomo e
promuovere la sua tensione verso il bene autentico». «Sopravvalutare il fare oscurando l'essere -ha aggiunto Ratzinger- non aiuta a ricomporre l'equilibrio fondamentale di cui ognuno ha bisogno per dare alla propria esistenza un solido fondamento e una valida finalità». Poco prima il Pontefice aveva ricordato che «un contesto come quello accademico invita in modo del tutto peculiare a entrare di nuovo nel tema della crisi di cultura e di identità, che questi decenni pongono non senza drammaticità sotto i nostri occhi». Il Pontefice ha poi aggiunto che qualsiasi scoperta di carattere scientifico deve attenersi a criteri etici e morali.
ICARO - Gli scienziati di oggi dovrebbero seguire «i criteri che vengono da una visione più profonda». Questo, afferma Benedetto XVI, «farebbe cadere facilmente nel dramma di cui parlava il mito antico: il giovane Icaro, preso dal gusto del volo verso la libertà assoluta e incurante dei richiami del vecchio padre Dedalo, si avvicina sempre di più al sole, dimenticando che le ali con cui si è alzato verso il cielo sono di cera. La caduta rovinosa e la morte sono lo scotto che egli paga a questa sua illusione. La favola antica ha una sua lezione di valore perenne. Nella vita vi sono altre illusioni a cui non ci si può affidare, senza rischiare conseguenze disastrose per la propria ed altrui esistenza».
I LIBRI DI ORIANA FALLACI - In occasione dell'l'inaugurazione dell'anno accademico monsignor Rino Fisichella, rettore dell'ateneo, ha ricordato che Oriana Fallaci ha lasciato in eredità all'Università del Laterano «tutto il suo patrimonio librario». Monsignor Fisichella ha ricordato al pontefice che la famosa giornalista-scrittrice «nutriva» nei confronti di Papa Ratzinger una autentica venerazione.

(Corriere.it)




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21 ottobre 2006

Oviedo, consegnati i premi "Principe delle Asturie"



L'etica, la difesa dei diritti umani, la cultura, la scienza, lo sport sono stati ancora una volta protagonisti a Oviedo, in Spagna, dove il principe ereditario Felipe di Borbone ha consegnato i premi "Principe delle Asturie", giunti alla 26.a edizione.
Il regista spagnolo Pedro Almodovar è stato premiato nella sezione cinema per il suo ultimo film, Volver, che è candidato all'Oscar. Scherzando, il repubblicano Almodovar ha detto di essere diventato, per un giorno, monarchico.
Si è respirata aria di New York quando è stato consegnato il premio della sezione lettere allo scrittore americano Paul Auster.
Tra i premiati, l'ex presidente della Repubblica irlandese Mary Robinson, paladina dei diritti civili, la Fondazione Bill e Melinda Gates per la cooperazione internazionale, il National Geographic per la comunicazione. Il riconoscimento per la concordia mondiale è andato all'Unicef ed è stato ritirato dal direttore esecutivo Ann Veneman.
Il "Principe delle Asturie" per lo sport non poteva andare che ai giocatori della nazionale spagnola di basket, freschi campioni del mondo. Gli 8 premi assegnati per altrettante sezioni, dotati quest'anno di 50 mila euro ciascuno, sono stati ideati nel 1981 dal giornalista ed editore Graciano Garcia.


(EuroNews)




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