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15 dicembre 2008

Cortei in Russia contro la riforma costituzionale

Fra le 100 e le 150 persone sono state fermate a Mosca e a San Pietroburgo nel corso di manifestazioni contro il governo. I dimostranti protestavano contro il progetto di riforma costituzionale che porterebbe da 4 a 6 anni il mandato del presidente russo:
“Sono venuta per dire che i russi devono essere liberi – dice una dimostrante – Che tutti, dal primo ministro Putin ai senza tetto, tutti devono obbedire alle leggi. La legge deve essere uguale per tutti”.
La polizia sarebbe intervenuta perché, secondo le autorità, i dimostranti avrebbero insistito per radunarsi in un luogo per il quale non era stata concessa l’autorizzazione, per ragioni di traffico.
Le marce del malcontento sono diventate uno dei marchi di fabbrica di un eterogeneo movimento di opposizione che va dai liberali all’ultrasinistra. Uno dei cortei era animato anche da ex ufficiali dell’esercito in pensione. Uno di loro è fra i fermati.
Mentre gli anti-Putin tentavano di occupare la piazza, sulla stessa piazza i pro-Putin del gruppo Giovane Russia, occupavano il tetto di uno stabile per manifestare contro i manifestanti.


(da Euronews)



14 dicembre 2008

Solidarnost, le nouveau parti d'opposition de Garry Kasparov

LEMONDE.FR avec AFP | 13.12.08 | 17h21  •  Mis à jour le 13.12.08 | 17h27

L'opposition en Russie compte un nouveau parti : Solidarnost, emmené par Garry Kasparov. L'ancien champion du monde d'échecs a donné, samedi 13 décembre dans une banlieue de Moscou, le coup d'envoi de ce nouveau mouvement lors d'un congrès fondateur, avec l'espoir de se faire enfin entendre dans un pays où le premier ministre Vladimir Poutine reste tout-puissant.

Le nom choisi pour le mouvement fait référence au mouvement syndical polonais fondé dans les années 1980 Solidarnosc, qui "avait vaincu le fascisme", a souligné M. Kasparov dans le discours qu'il a prononcé devant les délégués. "Notre premier but sera de démanteler le régime [de l'ancien président] Poutine. C'est le seul moyen de rétablir la liberté et la concurrence politique dans le pays", a grondé M. Kasparov sous les applaudissements de la salle. Le leader a cependant reconnu que la coalition rassemblait des forces plutôt hétéroclites, couvrant l'ancien SPS (l'Union des forces de droite, libéral), des membres du RNDS de l'ancien premier ministre russe Mikhaïl Kassianov (lui-même absent) et des militants des droits de l'Homme, mais il s'est dit "très optimiste" quant à son avenir. "Le régime a une espérance de vie très courte : à la fin de l'année prochaine il y aura des secousses en Russie. Il faudra vers ce moment créer une coalition démocratique puissante", a-t-il affirmé.

"IL FAUT PARTICIPER CAR IL N'Y A RIEN D'AUTRE"

"Ici, il y a beaucoup de gens à qui ça ne plaît pas mais il faut participer car il n'y a rien d'autre. Si vous vous considérez comme démocrate, vous devez y être", a déclaré en marge du congrès l'un des délégués, Ivan Fedorenko, représentant du RNDS à Saint-Pétersbourg. La crise économique qui frappe durement la Russie attise le mécontentement dans les régions, a-t-il souligné, citant en exemple les usines automobiles de sa région, contraintes d'interrompre leur production pendant plusieurs semaines à la fin de l'année. "Beaucoup pensent que la crise ouvre une fenêtre de possibilités, que les gens seront mécontents à cause de l'économie et que les organisations démocratiques pourront défendre notamment les intérêts économiques et devenir aussi populaires que le Solidarnosc polonais", note-t-il.

Comme c'est fréquent en Russie, des jeunes partisans du pouvoir en place ont tenté de perturber le déroulement du congrès de Solidarnost. Une trentaine d'entre eux se sont réunis devant l'entrée du bâtiment en criant et en agitant une banderole sur laquelle était écrit "ça suffit de raconter des mensonges" et en agitant des fumigènes. Trois d'entre eux portaient des masques de singes et lançaient des bananes et des tracts proclamant "Les singes racontent des mensonges". Vendredi, des moutons aux pattes cassées ou morts avaient été projetés dans la direction des congressistes.


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permalink | inviato da vivaleuropa il 14/12/2008 alle 14:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


14 dicembre 2008

Nuovo movimento liberale in Russia

L’opposizione liberale russa si organizza creando un nuovo movimento intorno a Garry Kasparov e Boris Nemtsov. Nel congresso tenutosi alla periferia di Mosca, l’ex campione di scacchi ha parlato a un centinaio di delegati provenienti da una quarantina di regioni russe. La nuova formazione ha preso il nome di Solidarnost, solidarietà. Per Kasparov l’obiettivo è rovesciare il governo: “Vogliamo smantellare il regime di Putin, è l’unico modo di reintrodurre la normale competizione politica nel nostro paese. Lo ripeto, smantellare, non distruggere, Non predichiamo la violenza”.
Fuori dalla sala, il gruppo Giovane Russia, legatoal partito del premier, ha manifestato contro l’iniziativa, accusando Kasparov di essere una scimmia bugiarda, pagata per destabilizzare il paese, nel momento delicato della crisi economica.


(da Euronews)

Viva l'Europa! sostiene questa nuova formazione liberale, ma con diversi dubbi legati alla sua effettiva utilità e alla capacità dei suoi membri di riuscire non tanto a rovesciare Putin e Medvedev, quanto per lo meno a far rinascere un partito liberale riformatore in Russia. Da quando c'è Putin, i partiti di centro-destra sono stati prima fortemente ridimensionati (2003) per non riuscire neppure a entrare in parlamento quattro anni dopo. Apparentemente non dispongono degli uomini giuste e di proposte in grado di attrarre i russi. Speriamo che, pur se lentamente, qualcosa inizi a cambiare, ma senza farci troppe illusioni!



24 novembre 2007

Un anno fa moriva Aleksandr Litvinenko

«Putin ha protetto l'assassino di mio marito»

Azione legale della famiglia Litvinenko nei confronti del Cremlino alla Corte europea dei diritti umani a Strasburgo

Marina Litvinenko (Afp)
LONDRA - La vedova dell'ex agente del Kgb Aleksandr Litvinenko, morto in seguito a un'intossicazione da polonio radioattivo lo scorso novembre 2006, ha accusato il governo russo di complicità nell'omicidio del marito e ha giurato di non darsi pace finchè i colpevoli non saranno portati di fronte alla giustizia.
Nel corso di una conferenza stampa a Londra nel giorno del primo anniversario dalla morte del dissidente russo, Marina Litvinenko ha confermato l'azione legale intrapresa nei confronti del Cremlino presso la Corte europea dei diritti umani a Strasburgo.

I RESPONSABILI - «Ho perso mio marito e voglio sapere chi c'è dietro la sua morte. So che molte persone vogliono conoscere i responsabili. Sono molto soddisfatta di ciò che è stato fatto finora dalle autorità britanniche e sono sicura che faranno ancora di più», ha detto la vedova. «Certamente abbiamo bisogno di maggiore supporto ufficiale, ma prometto che un giorno sapremo per certo chi è responsabile, perchè senza questa consapevolezza semplicemente non possiamo ritenerci al sicuro». La moglie di Litvinenko ha accusato Vladimir Putin di aver «protetto e sostenuto» l'assassinio del marito. La magistratura britannica ha chiesto alla Russia l'estradizione di Andrei Lugovoi, accusato
Aleksandr Litvinenko (Emmevi)
dell'omicidio, ma Mosca ha negato la rogatorioa. Tramite il proprio avvocato Louise Christian, Marina Litvinenko sosterrà a Strasburgo di avere le prove che il polonio-210 utilizzato per uccidere il marito poteva provenire solo da uno stabilimento di proprietà della Federazione Russa. Al fianco della vedova anche il miliardario russo Boris Berezovsky, in esilio a Londra dal 2001. «Sono convinto che dietro la morte di Aleksandr ci sia il governo russo», ha detto l'oligarca.

(da corriere.it)


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28 agosto 2007

Arresti poco credibili

di Andrea Riscassi

Cari firmatari dell'appello, quando ho appreso la notizia dell'arresto di dieci persone accusate dell'omicidio di Anna Politkovskaja ho creduto, per qualche ora, che le cose stavano migliorando anche in Russia. Ho pensato, forse poco convinto, che la mobilitazione internazionale per ricordare la grande giornalista potesse avere smosso il Cremlino o il fedelissimo che Putin ha messo a fare il Procuratore generale.
Persino le iniziative che si stanno organizzando in tutta Italia mi sono sembrate a un certo punto superate. Poi, col passare delle ore, il sorriso del regime si è trasformato in un ghigno. E' possibile che il gruppo di
fuoco arrestato sia composto da persone che hanno progettato e compiuto omicidi. Magari qualcuno di loro sarà anche coinvolto nell'assassinio di Anna Politkovskaja: il colpo di grazia con cui l'assassino si è assicurato
che non ci sarebbe più stato ritorno, dimostra che si tratta di professionisti. I killer, però, non si muovono mai spontaneamente: uccidono, sempre, su commissione. Tutti sanno che l'impero sovietico non c'è più, ma
le sue parole d'ordine non sembrano ancora andate in soffitta. Tanto è vero il procuratore Chaika, dopo aver riferito al suo referente istituzionale, Vladimir Putin, annuncia che: "solo persone che vivono fuori dalla
Federazione russa possono aver avuto interesse a uccidere Anna Politkovskaja, perché il suo omicidio è stato particolarmente vantaggioso per quelle persone e quelle strutture che cercano la destabilizzazione della
Russia, che inseguono il cambio dell'ordine costituzionale, la creazione di una crisi in Russia, il ritorno al sistema precedente quando i soldi e gli oligarchi decidevano tutto". La colpa di tutto sarebbe sempre di Boris
Berezovskij, oligarca riparato a Londra, nemico di Putin. Uno che vive seppellito tra le guardie del corpo. Che odierebbe talmente Putin da aver fatto uccidere la giornalista che più lo criticava per fargli un dispetto.
Un modo strano e davvero poco credibile per destabilizzare un paese. Il tutto non sta in piedi. Sa di campagna elettorale, ormai alle porte.
E quindi noi andiamo avanti. Per ricordare Anna e sperare in tempi migliori, anche a Mosca.
L'appello è stato modificato per renderlo più aderente alla realtà che cambia.
Ora è pubblicato, insieme alle numerose traduzioni, su un apposito blog:
http://anna-7ottobre2007.blogspot.com/

L'elenco delle iniziative che sono in via di organizzazione per il 6/7 ottobre vengono pubblicate sul blog del Comitato per la pace nel Caucaso:
http://cpc.hrvc.net/

Nel nostro piccolo stiamo organizzando l'iniziativa del *6 Ottobre al Circolo della stampa di Milano*.
Iniziamo a mandarvi la locandina. Se vi è possibile, diffondetela tra gli amici, appendetela in azienda, in università, in biblioteca o nei negozi. I colleghi giornalisti, se possono, continuino a parlare della Politkovskaja e anche delle iniziative in sua memoria.
Noi siamo qui. Per ricordare una giornalista uccisa e domandarci: ci sarà un giudice a Mosca?



27 agosto 2007

Omicidio Politkovskaja: 10 arresti in Russia

Mosca - Secondo l'agenzia Itar Tass, sarebbero state arrestate dieci persone per l'omicidio della giornalista d’opposizione russa Anna Politkovskaia, freddata davanti alla porta di casa nell'ottobre del 2006 probabilmente a causa del suo reportage di denuncia degli abusi delle truppe federali e sulla guerra di Putin contro i ceceni.
La passione per la causa cecena Anna Politkovskaya era nata nel 1958. Scriveva per il quotidiano dell'opposizione Novaya Gazeta e aveva due figli. Si appassiona alla causa cecena negli anni '90. E' lei ad organizzare nel dicembre del '99 l'evacuazione dell'ospizio di Grozny, salvando 89 anziani. Ed è lei che gli estremisti ceceni, che nel 2004 occupano la scuola di Beslan dando vita ad una strage mai vista contro i bambini, vogliono come intermediario per negoziare la resa.
Il libro denuncia La Politkovskaya, che era stata più volte minacciata di morte, aveva denunciato gli abusi dei militari russi sui civili ceceni, anche nel suo libro "Cecenia, il disonore russo". Secondo i colleghi della Novaya Gazeta, l’omicidio è da ricondurre a una pubblicazione sull’orrore della guerra in Cecenia, che la giornalista si apprestava a presentare. Si trattava della denuncia delle torture praticate da una sezione delle forze di sicurezza cecene legate al primo ministro Ramzan Kadyrov, fedele al Cremlino.
Le indagini Durante uno dei suoi viaggi in Cecenia, la Politkovskaya fu tenuta in stato di fermo per tre giorni. A dicembre dello scorso anno, Putin, indicato dagli oppositori come il mandante dell’assassinio, assicurò che avrebbe fatto piena luce sulla morte della giornalista. "I migliori professionisti stanno indagando su questo delitto e abbiamo già risultati sicuri", aveva detto il capo del Cremlino. Dichiarazione cui non ha mai dato credito l’ex direttore della Politkovskaya, Dmitry Muratov.
Avvelenata perché non arrivasse a Beslan L’omicidio della giornalista richiamò l’opinione pubblica internazionale sulla libertà di stampa in Russia, dove la maggior parte dei media è sotto il controllo dello Stato e le voci critiche sono costrette a tacere. Secondo l’"International Federation of Journalists", oltre 80 giornalisti sono stati uccisi negli ultimi 14 anni. Politkovskaya fu protagonista di due avvenimenti drammatici in Russia. Nel 2002 trattò la liberazione di alcuni ostaggi con i terroristi che avevano preso d’assalto il teatro della Dubrovka a Mosca. Due anni dopo le fu chiesto di intervenire nella crisi di Beslan, ma non potè raggiungere la scuola assediata nell’Ossezia nel Nord: la giornalista sostenne di essere stata avvelenata con una tazza di tè bevuta in aereo.


(da Il Giornale)



21 luglio 2007

Guerra di spie, Mosca si vendica con Londra

 Mosca usa il bastone e la carota nella vicenda Litvinenko. Ieri ha risposto alle misure diplomatiche annunciate lunedì da Londra, che si era rifiutata di estradare l’uomo d’affari russo Andrei Lugovoi, con un provvedimento simmetrico. Ha consegnato all’ambasciatore britannico nella capitale russa una nota ufficiale che dichiara persone non gradite quattro membri dello staff dell’ambasciata, «che devono lasciare la Russia entro dieci giorni».
Il portavoce del ministero degli Esteri russo, Mikhail Kaminin, ha inoltre annunciato che i funzionari russi «non chiederanno visti britannici, mentre le richieste di visto del governo britannico non saranno prese in considerazione».
Le misure di Londra, afferma ancora Kaminin, rendono «impossibile sviluppare la cooperazione antiterrorismo tra Russia e Gran Bretagna». E l’effetto sarà l’interruzione dei rapporti tra i servizi segreti dei due Paesi nella lotta contro il terrorismo e il blocco del reciproco scambio di dati e informazioni.
D’altro canto, però, il leader del Cremlino, Vladimir Putin, rompendo il silenzio sulla vicenda, ha intenzionalmente smorzato i toni della vicenda dicendosi certo che i due Paesi, ispirandosi al buon senso e al rispetto degli interessi legittimi, «supereranno» questa «mini crisi».
La reazione russa di ieri è arrivata in una situazione di rapporti bilaterali sempre più deteriorati, dopo le notizie di martedì su una presunta violazione dello spazio aereo britannico da parte di bombardieri russi e, in particolare, dell’arresto di un sicario incaricato di uccidere il magnate russo Boris Berezovski, riparato a Londra nel 2000 dopo essere entrato in rotta di collisione con il Cremlino.
Il neo-ministro degli Esteri britannico, David Milliband, ha reagito definendo le contromisure russe «completamente ingiustificate», dopo che aveva incassato tra martedì e ieri la solidarietà della presidenza di turno portoghese dell’Unione Europea e del segretario di Stato americano Condoleezza Rice. La solidarietà europea, potrebbe tra l’altro danneggiare i rapporti tra Ue e Mosca, se venisse manifestata «in modo selettivo solo verso il nostro Paese», come ha ammonito Vladimir Cizhov, il rappresentante permanente della Russia presso le istituzioni europee.
Ma anche Kaminin, dopo Putin, ha gettato acqua sul fuoco, sottolineando come la risposta di Mosca sia stata «mirata, equilibrata e minimamente necessaria», dopo la «consapevole scelta di Londra di aggravare le relazioni bilaterali». «Il governo laburista è guidato da tutto tranne che dal buon senso e dal pragmatismo tipicamente britannico, ma sono convinto che alla fine il buon senso prevarrà e che le relazioni russo-britanniche saranno liberate da circostanze artificiose e gravose, come le speculazioni interne britanniche o la spinta a giocare la carta russa nella politica europea o euro-atlantica», ha osservato Kaminin.
Anche per la maggior parte degli analisti, da Gleb Pavloski a Serghei Markov, quella russa è stata una contromossa «moderata», «speculare», «la minima possibile», per non compromettere relazioni che hanno anche un forte risvolto economico-finanziario, dato che la Gran Bretagna resta il primo investitore straniero in Russia.
Il quotidiano Izvestia aveva già previsto nei giorni scorsi che Londra e Mosca avrebbero «litigato malvolentieri», costrette a mosse obbligate in contesti politici interni dove rispettivamente un leader appena insediato come Gordon Brown ha bisogno di acquistare consensi, e uno in partenza come Putin vuole mantenerli per consegnarli in dote al suo successore.
«Bisogna ponderare le proprie azioni, e rispettare con il buon senso i diritti e gli interessi dei propri partner, allora la situazione migliorerà e la mini-crisi verrà superata», ha detto Putin a Saransk, nell’ovest della Russia, dopo un incontro con il presidente finlandese Tarja Halonen e con il premier ungherese Ferenc Gyurcsany.

(di Nicola Greco sul Giornale del 20 luglio)


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17 luglio 2007

Guerra fredda tra Russia e Gran Bretegna sul caso Litvinenko

E' ormai alta tensione tra Russia e Gran Bretagna sul caso Litvinenko. La decisione del Foreign Office di espellere quattro diplomatici russi dopo il rifiuto di Mosca di concedere l'estradizione di Andrei Lugovoi, principale indiziato nell'omicidio dell'ex agente segreto, ha surriscaldato gli animi al Cremlino.
"Consideriamo immorale la posizione di Londra - ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri russo Mikhail Kamynin - e soprattutto a Londra dovrebbero capire che le azioni provocatorie non mancheranno di provocare reazioni e porteranno a serie conseguenze per le relazioni russo-britanniche nel loro complesso".
Dalla Germania, dove ha tenuto la sua prima visita all'estero, il premier britannico Gordon Brown ha detto che intende collaborare in maniera costruttiva con la Russia, ma ha difeso la decisione riguardo all'espulsione: "Quando avviene un omicidio sul suolo britannico - ha detto il premier - ci aspettiamo che altri Paesi collaborino. Non devo chiedere scusa per l'azione che abbiamo intrapreso. Ma voglio una soluzione nella questione il più presto possibile".
E sulla questione è intervenuto lo stesso Lugovoi, secondo cui la mossa di Londra è «la chiara dimostrazione che tutta la vicenda è un caso politico».
Il governo Brown discuterà dell'atteggiamento russo sul caso Litvinenko, che ha portato le relazioni tra i due Paesi al loro momento più critico degli ultimi dieci anni, con i partner europei.


(da EuroNews)


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6 luglio 2007

André Glucksmann ancora una volta contro Putin

Adesso Putin ha paura. Davvero
di André Glucksmann

Da tre anni, il Numero Uno della Russia parla a voce alta e forte. Non risparmia nessuno. Talora veste la potenza americana di un casco coloniale, talora minaccia con i propri missili le nostre città europee.
Poi il padrone del Cremlino si modera, secondo un metodo sperimentato da augusti antenati, Stalin o Kruscev, accontentandosi di parole meno aggressive, talvolta decisamente affabili. E l'interlocutore si tranquillizza, rincuorato: vedete, basta aspettare perché si calmi. Allora, le sfuriate di Volodia sono prese alla leggera, come un modo di «parlare schietto» o come espressione di «franchezza virile».
Certi esperti tuttavia si chiedono se ci ritroviamo di fronte ai drammatici alti e bassi che si alternavano nel rapporto Mosca-Washington ai bei vecchi tempi della guerra fredda. E' falso: i capitali russi prosperano nelle banche occidentali e i figli dell'élite frequentano le scuole anglosassoni per ricchi; la classe media di Mosca e San Pietroburgo è dedita al consumismo come europei e americani e i giovani fanno la coda davanti ai McDonald's. E' finita l'epoca dei due blocchi separati da una cortina di ferro!
Attenzione tuttavia a non ridurre le ricorrenti tensioni russo-atlantiche a incomprensioni passeggere che testimoniano una coabitazione ancora alla ricerca di un codice di buona condotta. Numerosi sono i commentatori che si accontentano di seguire, giorno dopo giorno, i rischi di una relazione instabile. Valga come esempio l'iniziativa improvvisata, lo «scudo antimissile» americano previsto in Repubblica Ceca e in Polonia, che avrebbe turbato o umiliato il grande vicino dell'Est, o l'insperato aumento del costo dell'energia che gli avrebbe dato alla testa. Simili spiegazioni non guardano lontano e presuppongono un Putin reattivo, che cambia secondo gli eventi e gli umori, incostante e volubile. Come se il nostro uomo, da quando ha fatto il suo ingresso sulla scena mondiale, non coltivasse una linea coerente fondata su convinzioni profonde e immutabili. Il suo ministro degli Esteri, Serguei Lavrov, ha espresso con una formula l'ambizione cosmica di Putin: «Non un solo problema internazionale importante può essere risolto senza o contro la Russia».
Adolescente che sognava di entrare nel Kgb, formato per dare la caccia ai dissidenti, capo dei «servizi Fsb», primo ministro improbabile, poi presidente di tutte le Russie, lo sconosciuto Putin si garantì la reputazione di uomo forte lanciando la seconda guerra in Cecenia. Mentre il suo esercito radeva al suolo Grozny, i signori Bush e Blair, ben presto raggiunti e superati da Schröder, Chirac e Berlusconi, tessevano lodi al good guy, al «democratico autentico» che ormai troneggiava al G8. Alcuni spiriti più avveduti, fra i quali il dissidente di sempre Sergei Kovaliev, Elena Bonner-Sakharov e la mia amica, poi assassinata, Anna Politkovskaia, avevano annunciato che il massacro dei civili ceceni era solo un inizio, che sarebbero seguite l'estinzione delle libertà pubbliche e la ripresa in mano dei mass media per culminare infine nel potere «verticale» di un Cremlino occupato da cloni del Kgb. Mi onoro di esser stato annoverato fra gli uccelli del malaugurio che contestavano, fin dall'inizio, che la «democratizzazione » della Russia fosse ineluttabile e in marcia. Al contrario, trionfavano l'autocrazia, il potere senza contropoteri di un gruppo dirigente popolato di super poliziotti e di profittatori portaborse. Molto presto si è avuta l'impressione che la popolazione russa riprendesse le abitudini servili contratte durante il comunismo e lo zarismo: meglio tener la bocca chiusa e adulare i piccoli padri del Cremlino. Molto presto i recalcitranti capirono quel che costa amare troppo la libertà.
La cecità delle élite occidentali non ha scuse. «Cekista un giorno, cekista sempre», ama vantarsi l'attuale inquilino del Cremlino. Non lasciatevi illudere, non si tratta di pentimento, ma di galloni rivendicati con fervore insieme alla Gran Croce della legion d'onore che Chirac ha appuntato sul suo petto. Vladimir Putin non ha mai dissimulato il suo culto per il gran modello che fu Djerzinski, fondatore della Ceka (più tardi Gpu, Nkvd, Kgb, insomma la Gestapo sovietica, che ha amministrato il Gulag e prodotto milioni di cadaveri di innocenti). Allo stesso modo, l'idea imperiale che questo «patriota » si fa della grandeur russa salta agli occhi. Ristabilendo la musica gloriosa dell'inno sovietico, egli ricorre ai fasti e all'ortodossia zaristi per coltivare una nostalgia malsana e riflessi pavloviani. Solo l'ingenuo si meraviglierà del fatto che secondo Putin è il 1991 la data della «più grande catastrofe geopolitica del Ventesimo Secolo »: non Auschwitz, non Hiroshima, né la Prima, né la Seconda guerra mondiale, ma... la dissoluzione dell'Unione Sovietica per opera di Boris Eltsin! Il «grande disegno» dell' attuale padrone della Russia è interamente inscritto in queste premesse. Nella misura del possibile, Putin vuole ristabilire l'egemonia di Mosca sui propri «vicini più immediati», ritrovare l'influenza sulle ex repubbliche vassalle dell'Europa centrale e neutralizzare l'Europa occidentale.
Ai metodi intimidatori ereditati dalla guerra fredda (ricatto nucleare sulle città dell'Unione Europea), si aggiungono procedure inedite, come l'asfissia economica di Georgia, Polonia o Paesi baltici, come le minacce sull'approvvigionamento in energia e il tentativo di stringere in una morsa (Russia + Algeria + Paesi arabi) il continente europeo. In più, con l'aiuto di nuove risorse finanziarie, si aggiunge la volontà di ottenere il controllo di gangli decisivi dell'economia (assalti a Arcilor o Eads) o della zona grigia di corruzione internazionale e mafiosa. Altri mezzi di pressione non trascurabili: la vendita d'armi per equipaggiare senza restrizioni tutti gli agitatori del pianeta, da Hugo Chávez all'Iran, passando per i narco-marxisti dell'America Latina. Eppure, l'uomo forte della Russia non è che un colosso dai piedi d'argilla. Per quanto colga tutte le occasioni per mettere in imbarazzo europei e americani (in Kosovo, in Iraq), il suo agitarsi proteiforme e la sua facoltà di nuocere non riescono a nascondere una formidabile angoscia. Durante la Rivoluzione arancione, a Kiev, Putin ha scoperto con stupore che, da un giorno all'altro, un quarto della popolazione fino allora sottomessa
de facto al suo diktat (per lui ucraini = russi) poteva d'un tratto sfuggire alla sua influenza. Lo stesso per la Georgia e la sua Rivoluzione delle Rose. Putin ha sentito il suolo che gli tremava sotto i piedi e, da allora, fa di tutto per ristabilire la propria autorità sull'ex impero dei Soviet. Nulla è per lui acquisito e l'instabilità permane. La nuova aggressività del Cremlino nasce dalla paura. La ripresa in mano o la proibizione delle Ong, le intimidazioni terroristiche sulla stampa e sui difensori dei diritti dell'uomo, gli omicidi esemplari di giornalisti o transfughi del Kgb che potrebbero «parlare» e il chiuso inferno che continua ad essere la repressione in Caucaso testimoniano la sua inquietudine.
In definitiva, né i carri armati (Berlino 1953, Badapest 1956, Praga 1968) né i servizi segreti (Varsavia 1981) hanno evitato la caduta del Muro di Berlino (1989). I due mesi della Rivoluzione arancione (Kiev 2005) sono serviti allo smemorato Putin come vaccino di richiamo. Da qui, il suo darsi da fare per contenere qualsiasi contagio di libertà, reprimere sul nascere qualsiasi protesta sia pur pacifica. E' difficile far passare Garry Kasparov, campione del mondo di scacchi, per un «terrorista». Da qui, la sua volontaria paranoia che denuncia di giorno in giorno molteplici «complotti» occidentali, uno più assurdo dell'altro. Chi può credere che l'intelligence liquidi in piena Londra uno dei propri agenti con il polonio 210? Poco importa, le menzogne che non stanno in piedi sono per uso interno. Settant'anni di comunismo hanno educato un popolo, lo straniero è il nemico, l'Unione Sovietica, oggi la Russia, sono «fortezze assediate».
E' giunto il momento per le democrazie di smetterla di contemplare con indifferenza il degenerare degli affari russi. Un tempo, gli occidentali seppero negoziare con Breznev gli accordi di Helsinki, che diedero ossigeno a tutti gli spiriti liberi della Russia.
Certo, abbiamo bisogno del gas russo, ma lo zar del petrolio ha bisogno di noi per preservare i propri beni e stabilizzare la propria società; sta a noi evitare che egli edifichi alle nostre porte una potenza nociva che nessuno, forse nemmeno lui, riuscirebbe a controllare. La libertà d'espressione e i diritti dell'uomo in Russia non sono semplici esigenze morali e umanitarie. Oggi, sono le condizioni della nostra sicurezza in un universo caotico come non mai.


Traduzione di Daniela Maggioni

(da www.corriere.it)

 



6 luglio 2007

Londra e Mosca ai ferri corti su Litvinenko

Relazioni sempre piu tese tra Gran Bretagna e Russia. Per la giustizia di Sua Maestà, il miliardario russo Boris Berezovsky non avrebbe infranto alcuna legge. Negata, perciò, l'estradizione più volte chiesta dal Cremlino. Berezovsky, in esilio a Londra dal 2003, è stato accusato di cospirazione e incitamento al colpo di stato in Russia. Accuse mosse per alcune sue dichiarazioni fornite al quotidiano britannico "The Guardian".
Londra risponde dunque picche a Mosca, dopo che il Cremlino ha di nuovo mostrato il pugno di ferro sul caso Litvinenko, l'ex agente segreto ucciso da una dose letale di polonio a Londra. Mosca ha detto ufficialmente "no" all'estradizione in Gran Bretagna di Andrei Lugovoi, l'ex agente del Kgb, principale sospettato da Scotland Yard per la morte di Litvinenko. Lugovoi, che si è sempre dichiarato innocente, accusa i servizi segreti britannici di essere implicati nella morte. Ha inoltre accusato Litvinenko e Berezovsky di avere avuto contatti con i servizi britannici.


(da EuroNews)


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5 luglio 2007

Non scordatevi di Anna!

Per non dimenticare Anna Politkovskaja

Mercoledí 04.07.2007 17:20

Il 7 ottobre sarà un anno che Anna Politkovskaja è stata uccisa sul portone di casa sua a Mosca. Chi, a volto scoperto, le ha sparato quattro colpi di pistola è ancora impunito, così come quanti hanno ordinato di far fuoco sulla più coraggiosa giornalista che la Russia ricordi. Anna in patria era sconosciuta, come ha opportunamente (e delicatamente) ricordato il presidente Putin poche ore dopo l'esecuzione. Lì infatti i libri di Anna sulla Cecenia e sull'involuzione democratica russa faticavano a esser pubblicati. La libertà di stampa è minacciata in Russia da quando il Cremlino è guidato da un ex tenente colonnello del Kgb.
Eppure, malgrado minacce e avvelenamenti, Anna non aveva voluto abbandonare la sua terra, la sua Russia. I suoi coraggiosi reportage sulle violazioni dei diritti umani a Groznij come a Mosca erano noti in Occidente.
Ma nessun rappresentante dell'Unione europea si è sentito in dovere di partecipare ai suoi funerali. Nessun capo di Stato. Nessun premier del mondo che parla di esportare la libertà. Se la politica è stata disattenta (partecipe invece alla gara per pagare il gas russo qualche spicciolo in meno), il mondo della cultura non può dimenticare Anna Politkovskaja.
Chiediamo quindi che, in tutta Europa, giornali, teatri, filarmoniche, orchestre o singoli artisti organizzino per il 7 ottobre 2007 iniziative per ricordare Anna. Per dire a chi l'ha fatta uccidere: noi non dimentichiamo!
Dall'appello sono sorte alcune iniziative. Due dovrebbero interessare librerie: Archivi del '900 a Milano e Spazio Terzo Mondo a Seriate. E' in via di organizzazione un convegno il 6 ottobre al Circolo della Stampa di Milano (dovrebbe esserci l'appoggio di Ordine dei giornalisti, stampa estera, Memorial Italia, Arci, Associazione radicale Enzo Tortora e Circolo Rosselli di Milano); sono state invitati: Susanna Camusso, Lella Costa, Serena Dandini, Letizia Gonzales, Francesca Gori, Lilli Gruber, Kirstin Hausen, Olga Krivosceieva, Pia Locatelli, Marco Pannella, Stella Pende, Ottavia Piccolo, Elena Racheva, Francesca Sforza, Anna Zafesova. A moderare: Salvatore Carrubba. Sono da confermare: luogo e presenze. Forse ci sarà un presidio il 7 mattina presso il consolato russo a Milano (dovrebbero organizzare i radicali: per portare fiori in memoria di Anna…ma è anche il compleanno di Putin…) e forse un concerto (o un dibattito) la sera in piazza Duomo a Lodi.

Andrea Riscassi

Per adesioni, segnalazioni, iniziative mailto: 7ottobre2007@gmail.com

(da Affari Italiani)


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5 luglio 2007

Mosca torna a minacciare

Se gli Stati Uniti insisteranno con il loro progetto di scudo antimissile, la Russia potrebbe installare una base missilistica a Kaliningrad. La minaccia è stata espressa dal vicepremier russo Sergei Ivanov, dopo che le alternative proposte da Mosca alla creazione dello scudo in Europa sono state snobbate da Washington.
Ivanov, parlando dal Kazakistan, ha detto che se queste proposte fossero accettate la Russia non avrebbe più bisogno di prendere contromisure difensive: "Ma, naturalmente - ha continuato -, la creazione di un complesso antimissile nella Repubblica Ceca e in Polonia invaliderebbe tutte le nostre proposte e buone intenzioni. Le due cose non possono stare insieme".
L'enclave di Kaliningrad si trova in una posizione strategicamente ideale per la Russia: incastrata fra Polonia e Lituania, permetterebbe a Mosca di tenere i propri missili puntati a breve distanza su una delle due installazioni previste dagli Stati Uniti per lo scudo.
La minaccia del bastone dopo le lusinghe della carota, insomma. Il presidente Putin nei giorni scorsi aveva proposto a George Bush di usare basi russe per il sistema che a detta di Washington servirebbe a scongiurare eventuali attacchi da parte dell'Iran.


(da EuroNews)



16 giugno 2007

Ex spia KGB al contrattacco a Mosca

MOSCA - Da principale imputato a testimone d'accusa: cambia radicalmente in patria la posizione di Andrei Lugovoi, il russo indicato da Scotland Yard come sicario di Aleksandr Litvinenko, l'ex agente del Kgb avvelenato con l'isotopo radioattivo polonio 210 e morto a Londra il 23 novembre scorso dopo settimane di agonia.
I responsabili del Fsb, i servizi segreti russi eredi del Kgb, hanno annunciato l'apertura di una inchiesta "per spionaggio" in gran parte basata sulle dichiarazioni rilasciate il 31 maggio a Mosca dall'indagato, che ha fra l'altro adombrato una responsabilità del MI6, i servizi di intelligence britannici, nella morte di Litvinenko. E la procura russa concentra ora il suo lavoro non tanto sulla morte dell'ex agente transfugo, quanto sulla contaminazione al polonio subita dai suoi amici russi, Lugovoi e Dmitri Kovtun.
L'intelligence russa, per la quale peraltro anche Lugovoi ha lavorato a lungo prima di mettersi in proprio con una sua agenzia di investigazioni, ha detto di avere "informazioni aggiuntive" in sostegno della testimonianza dell'ex affiliato. In una intervista apparsa oggi sul quotidiano 'Komsomolskaia Pravda', Lugovoi ha confermato punto per punto quanto aveva detto ai giornalisti in maggio, cioé che Litvinenko aveva cercato fin dal 2005 di reclutarlo per conto degli 007 britannici, con il compito di "raccogliere informazioni compromettenti sul presidente Vladimir Putin e altri dirigenti del paese". Gli uomini di Sua Maestà britannica avrebbero agito in cordata con il mefistofelico magnate in esilio Boris Berezovski, grande nemico di Putin e appassionato di intrighi, che a detta di Lugovoi sarebbe anch'egli al servizio dell'MI6. Anzi, il controverso magnate starebbe preparando altri attentati, secondo l'indiziato numero uno di Scotland Yard, stavolta ai danni di rappresentanti dell'opposizione politica russa, come i candidati presidenziali Mikhail Kassianov o Eduard Limonov: sempre allo scopo di denigrare il Cremlino. "Io sono innocente - ha ribadito Lugovoi - e assieme a Kovtun sono stato contaminato con il polonio proprio per essere usato nel grande scandalo" seguito alla morte di Litvinenko: il cui avvelenamento comunque "non poteva avvenire senza il controllo o la connivenza dei servizi segreti britannici". Quanto al vero killer, Lugovoi è rimasto nel vago: il diabolico Berezovski, gli uomini del MI6 o forse la mafia russa, alla quale Litvinenko aveva fatto un torto fornendo aiuto alla polizia iberica per l'estradizione di un presunto boss, Zakhar Kalashkov, da Dubai alla Spagna. Le dichiarazioni del russo erano state a suo tempo liquidate sinteticamente dal Foreign Office: "Per noi è un affare criminale, non una questione di spionaggio", aveva detto un portavoce ribadendo la richiesta di estradare a Londra il presunto avvelenatore. Mosca, come da copione, si è avvalsa della norma costituzionale che vieta l'estradizione di cittadini russi per opporre un nyet alle richieste britanniche. Ora rilancia, trasformando il presunto assassino in presunta fonte di informazioni, e l'accusatore britannico in possibile accusato. Né la procura, né il Fsb hanno fatto nomi su chi siano gli oggetti concreti delle loro indagini: ma è facile pensare che l'intera vicenda non avrà un effetto salutare sui rapporti russo-britannici, e che Berezovski si troverà probabilmente un nuovo faldone aggiunto al voluminoso dossier della giustizia russa che lo riguarda.


(ANSA)


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16 giugno 2007

Continua il braccio di ferro tra Putin e l'Occidente

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Litvinenko, ricatto di Mosca: ora indagheremo su Londra

È quasi una guerra personale tra Putin e Blair, che il capo del Cremlino conduce con lo stesso spregio delle convenzioni internazionali già mostrato in occasione della crisi con l’Ucraina. Nemmeno l’imminente uscita di scena del premier britannico è servita a rasserenare una relazione che era amichevole fino a un paio di anni fa e che, dall’assassinio a Londra del dissidente Litvinenko, è diventata di aperta disistima. Il 23 novembre scorso l’ex spia del Kgb morì dopo essere stata avvelenata con il polonio-210. Prima di spirare Litvinenko aveva trovato la forza di indicare il nome del suo probabile omicida, Andrei Lugovoi, un ex collega, con cui si era incontrato in un hotel londinese.
Normale, per Londra, chiederne l’estradizione, anche perché tracce di polonio erano state trovate nelle stanze d’albergo da lui frequentate e sugli aerei da lui presi in quei giorni. Insomma, gli indizi erano assai solidi. Se anche non fosse il killer, di certo è bene informato sulla vicenda.
E invece no. Mosca dapprima ha rifiutato l’assistenza giuridica, poi lo stesso Lugovoi ha ribaltato il quadro con accuse tanto audaci quanto inverosimili. A uccidere Litvinenko non sarebbe stato l’Fsb (erede del Kgb), ma il servizio segreto britannico Mi-5, che aveva assoldato il defunto ex agente russo e che aveva cercato di reclutare anche lo stesso Lugovoi. «L’avvelenamento non sarebbe potuto avvenire fuori dal controllo dei servizi britannici», ha dichiarato quindici giorni fa l’imprenditore ed ex collaboratore del Kgb in una conferenza stampa. «Se non sono stati i servizi speciali ad averlo ucciso, allora l’omicidio è stato realizzato sotto il loro controllo o con il loro consenso». A suo giudizio, Litvinenko fu reclutato dai servizi britannici ma «sfuggì al loro controllo» e «per questo fu eliminato».
Ora un nuovo colpo di scena: la procura russa ritiene le accuse di Lugovoi credibili; tanto credibili da avviare un procedimento penale contro ignoti per spionaggio. Insomma, la faccenda si fa seria e mira a coinvolgere uno dei personaggi più controversi della Russia post-comunista: il miliardario Boris Berezovsky, che è arcinemico di Putin, che era grande amico di Litvinenko e che, recentemente, ha pronosticato l’imminente caduta del «clan del capo del Cremlino», naturalmente grazie a un’operazione occulta da lui finanziata.È quasi una guerra personale tra Putin e Blair, che il capo del Cremlino conduce con lo stesso spregio delle convenzioni internazionali già mostrato in occasione della crisi con l’Ucraina. Nemmeno l’imminente uscita di scena del premier britannico è servita a rasserenare una relazione che era amichevole fino a un paio di anni fa e che, dall’assassinio a Londra del dissidente Litvinenko, è diventata di aperta disistima. Il 23 novembre scorso l’ex spia del Kgb morì dopo essere stata avvelenata con il polonio-210. Prima di spirare Litvinenko aveva trovato la forza di indicare il nome del suo probabile omicida, Andrei Lugovoi, un ex collega, con cui si era incontrato in un hotel londinese.
Normale, per Londra, chiederne l’estradizione, anche perché tracce di polonio erano state trovate nelle stanze d’albergo da lui frequentate e sugli aerei da lui presi in quei giorni. Insomma, gli indizi erano assai solidi. Se anche non fosse il killer, di certo è bene informato sulla vicenda.
E invece no. Mosca dapprima ha rifiutato l’assistenza giuridica, poi lo stesso Lugovoi ha ribaltato il quadro con accuse tanto audaci quanto inverosimili. A uccidere Litvinenko non sarebbe stato l’Fsb (erede del Kgb), ma il servizio segreto britannico Mi-5, che aveva assoldato il defunto ex agente russo e che aveva cercato di reclutare anche lo stesso Lugovoi. «L’avvelenamento non sarebbe potuto avvenire fuori dal controllo dei servizi britannici», ha dichiarato quindici giorni fa l’imprenditore ed ex collaboratore del Kgb in una conferenza stampa. «Se non sono stati i servizi speciali ad averlo ucciso, allora l’omicidio è stato realizzato sotto il loro controllo o con il loro consenso». A suo giudizio, Litvinenko fu reclutato dai servizi britannici ma «sfuggì al loro controllo» e «per questo fu eliminato».
Ora un nuovo colpo di scena: la procura russa ritiene le accuse di Lugovoi credibili; tanto credibili da avviare un procedimento penale contro ignoti per spionaggio. Insomma, la faccenda si fa seria e mira a coinvolgere uno dei personaggi più controversi della Russia post-comunista: il miliardario Boris Berezovsky, che è arcinemico di Putin, che era grande amico di Litvinenko e che, recentemente, ha pronosticato l’imminente caduta del «clan del capo del Cremlino», naturalmente grazie a un’operazione occulta da lui finanziata.
Berezovsky vive in esilio a Londra e da tempo il presidente russo cerca un pretesto per indurre il governo britannico a rispedirlo in patria. La mossa di ieri mira a convincere Londra a sbarazzarsi di colui che non porta alcun beneficio agli inglesi e che, al contrario, rischia di rovinare le relazioni tra i due Paesi. Berezovsky, infatti, - sempre secondo le accuse di Lugovoi - sarebbe in combutta con i servizi segreti britannici, che lo avrebbero incaricato di raccogliere materiale compromettente su Putin.
A questo punto è probabile che l’inchiesta si concluderà con la scoperta di «prove» che dimostreranno le responsabilità dell’Mi-5 e, dunque, con l’apertura di un’imbarazzante crisi diplomatica con la Gran Bretagna. Fuori dalla Russia nessuno crede che Litvinenko possa essere stato ucciso dagli inglesi, né che Berezovsky sia un informatore; ma per Putin questi sono dettagli trascurabili. Il capo del Cremlino cerca pretesti per ricorrere a un argomento persuasivo che ultimamente sembra prediligere: il ricatto. Lo ha usato nei confronti dell’Ucraina, della Georgia, della Bielorussia; ora tocca alla Gran Bretagna. Downing Street è avvisata.

(Marcello Foa su Il Giornale, 16 giugno 2007)


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19 maggio 2007

Russia: dimissioni contro Putin

Russia: dimissioni di massa contro la censura
Un gruppo di giornalisti di «Media group Russia» si dimette contro l'ordine di parlare solo di Putin oscurando del tutto l'opposizione

MOSCA (RUSSIA) - Le dimissioni come estremo tentativo di mantenere in vita un giornalismo libero. E' il caso, senza precedenti nella Russia putiniana, esploso nella redazione di «Media group Russia», un service nato nel 2002 che confeziona notiziari per una rete di radio locali. «I nuovi vertici ci hanno vietato di coprire l'attività dell'opposizione, ordinandoci di dare spazio a Russia Unita (il partito che sostiene il presidente Vladimir Putin) e alle notizie positive», ha dichiarato al quotidiano Kommersant uno dei sette giornalisti che hanno presentato le dimissioni, Arton Khan, che non ha esitato a parlare di «censura e pressioni da parte dei nuovi direttori».
NUOVI ORDINI DAI VERTICI - Si tratta del nuovo direttore giornalistico e del nuovo direttore generale, Vsevolod Nierosnak e Aleksander Scholnik, entrambi paracadutati dal primo canale tv, controllato dallo Stato. «Un arrivo in vista delle prossime elezioni», ha sostenuto l'ex responsabile del servizio, Mikhail Baklanov. Le prime tensioni tra una parte della redazione e i vertici si erano manifestate in aprile, quando i redattori minacciarono le dimissioni denunciando l'oscuramento delle marce anti Putin a Mosca e San Pietroburgo. In quell'occasione, sempre sul Kommersant, rivelarono la nuova linea editoriale: una sorta di lista «nera» di politici da non citare, tra cui Garry Kasparov, Eduard Limonov e Mikhail Kasyanov (tutti e tre leader della coalizione di opposizione «Un'Altra Russia»), gli Usa da menzionare solo come nemico della Russia, obbligo di trasmettere una percentuale di notizie positive pari al 50%.
CENSURA - La direzione non sarebbe stata soddisfatta neppure dei reportage sul recente picchettaggio dell'ambascita estone da parte del movimento giovanile filo Cremlino «Nashi» (Nostri), durante la crisi tra Mosca e Tallinn per la rimozione del monumento all'armata rossa, simbolo del sacrificio anti nazista per la Russia e dell'occupazione sovietica per gli estoni. I vertici del service, dal canto loro, continuano a negare una politica censoria. «La nostra politica non cambia, c'è solo un approccio più ponderato, così alcuni politici non potranno più farsi pubblicità », aveva spiegato a metà aprile Nierosnak. «Nessuna censura, è solo in corso una ristrutturazione e c'è qualcuno che vuole andarsene e qualcun altro che vuole restare. Tutto qui», ha spiegato oggi.

(www.corriere.it
)


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14 aprile 2007

Il Cremlino si prende l'ultima tv indipendente

Mosca. Cade l’ultima tv russa di informazione a diffusione nazionale finora sfuggita al pugno del Cremlino: un gruppo sanpietroburghese, politicamente vicino al presidente Vladimir Putin, ha acquistato il pacchetto di controllo di “Ren-Tv”, il canale che era riuscito a mantenere notiziari indipendenti. La notizia giunge all’indomani delle critiche dell’ultimo presidente sovietico, Mikhail Gorbaciov, il quale giovedi a Kaliningad aveva detto che in Russia l’informazione è in difficoltà. «Senza democrazia e senza libertà di stampa - aveva dichiarato - il popolo non può capire ciò che succede realmente nel Paese».

(da www.ilgiornale.it)




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14 aprile 2007

Putin sempre più simile a Lukashenko

Mosca, 170 arresti per la marcia anti Putin. In cella pure Kasparov

L'ex campione di scacchi è finito in manette, insieme a molti altri partecipanti alla "Marcia dei dissidenti", una protesta non autorizzata contro il Cremlino. La polizia ha schierato in piazza 9mila agenti. Sfuggito all'arresto l'ex primo ministro Kasianov

Mosca - I diritti civili sono sempre più ristretti in Russia. L'opposizione cerca come può di farsi sentire, ma le voci del dissenso trovano sempre meno spazio e, spesso, le proteste finiscono con la peggiore medicina, la repressione. La "Marcia dei dissidenti" si è conclusa stamani con le cariche dei reparti antisommossa della polizia russa e con l'arresto di centinaia di dimostranti. Le forze dell'ordine moscovite hanno presentato come un grande successo lo scioglimento del corteo di circa duemila sostenitori di "L'altra Russia", la galassia dei movimenti di opposizione che raccoglie anche il "Fonte civico unito" di Garry Kasparov, ex campione mondiale di scacchi. Lo stesso Kasparov è stato fermato per aver "intrapreso azioni chiaramente provocatorie". "Grazie all'azione coordinata della polizia" ha detto Victor Biriukov, portavoce delle forze dell'ordine, "si è riusciti a impedire la cosiddetta "Marcia dei dissidenti", che non era stata autorizzata. Sono state fermate circa 170 persone".
L'arresto di Kasparov è avvenuto in piazza Pushkin, da dove i manifestanti hanno dato il via alla marcia. "Le forze antisommossa attaccano impunemente i cittadini russi" aveva detto l'ex campione di scacchi alla radio "L'eco di Mosca", "la città è praticamente in stato d'assedio". Tra gli altri fermati ci sono il leader della sezione giovanile del partito liberale d'opposizione "Yabloko", Ilia Yashin e Maria Gaidar, figlia dell'ex primo ministro Yegor e dirigente del movimento giovanile "Sì", arrestati quando hanno cominciato a intonare lo slogan "Russia senza Putin". Gli agenti hanno cercato di catturare anche l'ex primo ministro Mikhail Kasianov, ma le sue guardie del corpo sono riuscite a impedirlo. L'ex premier, che poche settimane fa aveva annunciato la propria candidatura alle presidenziali di marzo del 2008, ha poi arringato la folla a piazza Turguenev: "Protestiamo contro il pestaggio di cittadini" ha detto, "esigiamo rispetto dei diritti costituzionali e che le elezioni non siano una farsa così che sia possibile esprimere la nostra opinione".
La polizia di Mosca ha mobilitato circa 9.000 agenti che hanno di fatto preso il controllo del centro della città lungo le cui strade hanno sfilato anche associazioni giovanili vicine a Putin. Il sindaco di Mosca, Yuri Luzhkov, ha difeso la decisione di impedire la Marcia dei dissidenti. "Autorizziamo un gran numero di manifestazioni" ha detto, "sia a favore che contrarie al presidente. Viviamo in un Paese democratico, "ma le marce rappresentano un problema e per questo non abbiamo autorizzato né quelle filogovernative che quelle dell'opposizione".
In crisi la libertà di stampa Un gruppo di imtrenditori di San Pietroburgo, vicini al presidente Putin, ha acquistato l'ultima emittente tv libera finora sfuggita al controllo del Cremlino. La "Ren-Tv" sino ad ora era riuscita a mantenere indipendenti i propri telegiornali. Difficile che la situazioni resti tale e quale. L'ex presidente dell'Unione sovietica, Mikhail Gorbaciov, nei giorni scorsi ha denunciato il grave stato in cui versa l'informazione nel suo Paese: "Senza democrazia e libertà di stampa il popolo non può capireciò che succede veramente nel Paese".

(da www.ilgiornale.it)




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